Il mercato dei robot umanoidi esploderà a 371 miliardi di dollari entro il 2037, crescendo del 44% annuo. Tesla promette 5.000 Optimus nel 2025, BYD punta a 20.000 unità già entro il 2026. Gli analisti, più in generale, vedono un miliardo di unità operative entro il 2050.
Sono tutte cifre che fanno girare la testa e aprire i portafogli degli investitori, non c’è dubbio. La realtà, però, racconta una storia diversa: una storia di certo meno esaltante, perfino noiosa. Una storia che parla di veri ostacoli e di dettagli banali, ma sono anche i dettagli (scusate il bisticcio di parole) a fare la storia, alla fine. Viti di precisione introvabili, batterie che durano poche ore, costi di integrazione che superano il prezzo dell’hardware.
Sissignori, da marketer in verità vi dico: la rivoluzione robotica si prenderà i suoi tempi. E non saranno quelli del marketing.
Robot umanoidi, il grande inganno dei numeri
Le proiezioni di mercato sui robot umanoidi hanno una caratteristica comune: variano in modo imbarazzante. Goldman Sachs prevede 38 miliardi entro il 2035, Mordor Intelligence vede 34,12 miliardi per la stessa data, mentre altre ricerche oscillano tra 13,25 miliardi nel 2029 e cifre stratosferiche per il 2050.
Questa dispersione non è casuale. È il sintomo di un mercato che esiste più sui fogli Excel che nei magazzini. Morgan Stanley dipinge scenari da 5 trilioni di dollari con 63 milioni di robot negli USA entro il 2050, ma poi ammette che “circa il 61% dei dirigenti intervistati non ha le capacità interne per eseguire progetti robotici”. Perché sempre balle, balle, balle?
Il problema non è tecnico, è strutturale. Tesla stima che produrre un Optimus costi oggi circa 50.000 dollari negli USA, e promette prezzi al consumo di 20.000-30.000 dollari. La matematica non è un’opinione, a meno che non crediate nei miracoli economici. O nelle economie di scala (è legittimo crederci) che, però, per adesso esistono solo nelle presentazioni agli investitori.
Viti e bulloni: il tallone d’Achille
Tutti si concentrano sull’intelligenza artificiale (pure troppo), il vero collo di bottiglia sta in componenti meccanici apparentemente banali. Le viti planetarie ad alta precisione, essenziali per le articolazioni dei robot, richiedono macchine di rettifica specializzate disponibili in quantità estremamente limitate a livello globale. La maggior parte di questi strumenti arriva da Giappone ed Europa: settori storicamente orientati a mercati di nicchia, non alla produzione di massa.
Le aziende cinesi controllano il 90% dei componenti necessari per i veicoli elettrici, tecnologia su cui si basa parte della robotica umanoide. Tuttavia, costruire un robot negli USA costa oggi il doppio che in Cina proprio per questi colli di bottiglia della supply chain.
Wang Xingxing, fondatore di Unitree, ha dichiarato che “il più grande ostacolo potenziale nel settore è l’accesso ai chip”, non solo per i robot stessi, ma per la massiccia infrastruttura AI necessaria a renderli intelligenti. Ancora una volta, insomma, “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”.
Non è un problema che il venture capital può risolvere dall’oggi al domani. Scalare la produzione di attrezzature di manifattura di precisione richiede anni, non mesi. È ironico che la rivoluzione dell’IA “incarnata” nei robot si fermi davanti a problemi di viteria industriale, ma è esattamente quello che sta accadendo. Un po’ come voler colonizzare Marte senza aver risolto la produzione dei WC sulle astronavi: sembra piccolo, il problema. Non lo è.
L’integrazione: il mostro nascosto
Fino ad ora vi ho raccontato la situazione che al 100% (sono sicuro) l’avvento di massa dei robot umanoidi, ma i problemi non sono relativi solo alla produzione. Comprare un robot umanoide è solo l’inizio dei problemi. McKinsey rivela che il 61% delle aziende non ha le competenze interne per gestire progetti robotici, anche quando esistono business case validi.
A differenza di un software, che si installa con un click, ogni robot richiede integrazione personalizzata, aggiornamenti infrastrutturali e formazione massiva del personale.
Il settore robotico deve gestire domini software multipli: programmazione robot, programmazione PLC e progettazione 3D, rendendo l’automazione costosa e manual-intensive. Non è come comprare uno smartphone. È come assumere un ingegnere meccanico che parla solo giapponese e deve imparare le vostre procedure aziendali.
Amazon, che ha 750.000 robot operativi nei magazzini, sta solo ora testando timidamente umanoidi bipedi per compiti semplici come scaricare rimorchi. Il fatto che Amazon, con risorse illimitate e ambienti controllati, proceda con questa cautela, cosa vi dice sui tempi di adozione generale?
Qualcuno spieghi la realtà agli analisti di Wall Street: oppure, se loro la conoscono bene (ed io credo di si), qualcuno la spieghi a chi oggi gli dà credito.
Batterie e competenze: i limiti fisici
I robot umanoidi attuali soffrono di limitazioni delle batterie che risultano in tempi operativi brevi e lunghi tempi di fermo. Mentre i promotori vantano giornate lavorative di 22 ore, la realtà è che la maggior parte dei prototipi attuali può operare per sole 2-4 ore prima di richiedere (lunghi) periodi di ricarica. Foureer GR-II ha fatto passi avanti, ma rimane confinato a dimostrazioni controllate.
C’è poi la crisi delle competenze di cui nessuno parla. L’industria robotica affronta un paradosso: per implementare robot umanoidi in grado di sostituire i lavoratori, le aziende hanno prima bisogno di lavoratori altamente qualificati che non hanno. La natura interdisciplinare della robotica umanoide richiede expertise in ingegneria meccanica, IA, fusione sensoriale, sistemi di controllo e sviluppo software. Talenti scarsi e costosi.
La Cina ha riconosciuto il problema, lanciando programmi di formazione governativi massivi e fondi per lo sviluppo robotico. Nel 2024, Pechino ha dato 20 miliardi di dollari alle startup, mentre è previsto un fondo da 138 miliardi per IA e robotica.
In Europa e America, i responsabili finanziari delle aziende (CFO) valutano i progetti di robotica come molto rischiosi. Per questo, quando devono decidere se investire, abbassano il valore stimato di questi progetti, perché sanno che spesso falliscono o sono complicati da portare avanti.In pratica: anche se la robotica promette grandi guadagni, viene considerata difficile e incerta, quindi chi tiene i conti preferisce essere prudente.
Ma allora quando arriveranno questi robot umanoidi? La timeline realistica
Dimentichiamoci le previsioni ottimistiche. L’industria automobilistica, il settore più automatizzato globalmente, impiega ancora milioni di lavoratori umani. La ricerca industriale indica che circa il 70% della manifattura cinese è già automatizzata, mentre solo il 20% è gestito da lavoro manuale. Se le industrie più adatte all’automazione si affidano ancora pesantemente ai lavoratori umani dopo decenni di implementazione robotica, l’idea di una sostituzione rapida e massiva sembra, diciamolo, leggermente ottimistica.
Una proiezione più realistica? Nell’ordine vi dico (poi, “se sbalio mi corrigerete”):
2025-2027: implementazioni pilota limitate in ambienti controllati. Totale globale: decine di migliaia di unità, non milioni.
2028-2030: espansione graduale nei settori automotive e logistico. Costi sotto i 50.000 dollari per modelli base.
2030-2035: adozione industriale più ampia, prime applicazioni consumer per early adopter benestanti. Flotta globale: milioni singoli.
2035-2040: produzione di massa matura, costi 10.000-20.000 dollari. Inizia la sostituzione significativa del lavoro in settori specifici.
Le tensioni commerciali aggiungono un altro livello di complessità. I dazi USA sulle importazioni cinesi potrebbero rallentare questo slancio. Le aziende americane che dipendono pesantemente da fornitori cinesi vedranno probabilmente limitazioni della capacità produttiva o costi aumentati. Nel frattempo, le restrizioni cinesi sui metalli delle terre rare, essenziali per attuatori e motori robotici, potrebbero paralizzare i produttori occidentali.
I modelli di business somigliano più a esperimenti venture capital che a strategie industriali mature. Molti VC applicano metriche stile software (richiedendo 1 milione di ricavi prima del Series A), che mal si allineano con la natura capital-intensive dello sviluppo robotico. I Robotics-as-a-Service (RaaS) tentano di affrontare questo, ma introducono sfide proprie: chi mantiene i robot? Chi è responsabile quando falliscono? Come gestire i costi di integrazione che possono eclissare quelli hardware?
L’avvento dei robot umanoidi è vero, ma non sarà breve
La combinazione di colli di bottiglia manifatturieri, complessità di integrazione, carenze di competenze e tensioni geopolitiche crea una tempesta perfetta di sfide che rallenterà l’implementazione molto, sottolineo: molto al di sotto delle curve esponenziali disegnate dalle banche d’investimento.
Il futuro avrà robot umanoidi, e saranno tanti. Ma quel futuro è più lontano di quanto Silicon Valley voglia farvi credere. Pianificate di conseguenza. Augh: ho detto.