Perché alcuni adolescenti passano dal pensiero all’azione quando si tratta di autolesionismo? In altre parole, perché si fanno del male? La risposta potrebbe trovarsi nella pelle. Un nuovo studio britannico dimostra che i ragazzi con una storia di condotte autolesive mostrano reazioni elettrodermiche anomale anche di fronte a stimoli neutri.
È un segnale biologico che li distingue nettamente da chi si limita solo a pensarci. La differenza è misurabile e potrebbe cambiare il modo in cui identifichiamo chi è davvero a rischio.
La pelle che non mente
Il team guidato da Karen Wetherall e Rory O’Connor dell’Università di Glasgow ha pubblicato su Nature Mental Health uno studio che identifica per la prima volta un marker biologico specifico legato alle condotte autolesive giovanili.
I ricercatori hanno misurato l’attività elettrodermica (EDA) di 180 giovani tra i 16 e i 25 anni, suddivisi in tre gruppi: chi non ha mai pensato di farsi del male, chi ci ha pensato senza mai agire, e chi ha compiuto concretamente atti di autolesionismo nell’ultimo anno.
L’attività elettrodermica misura la capacità della pelle di condurre elettricità. Quando siamo calmi, la resistenza elettrica cutanea è alta. Quando proviamo stress, paura o eccitazione, questa resistenza cala bruscamente a causa dell’attivazione delle ghiandole sudoripare e del sistema nervoso simpatico. Un po’ come un rivelatore di emozioni nascosto sotto la superficie.
I giovani che si erano feriti hanno mostrato una risposta elettrodermica significativamente più alta rispetto agli altri due gruppi, sia durante compiti stressanti che di fronte a stimoli neutri come semplici toni acustici. Il loro corpo reagiva come se fosse costantemente in allerta, anche quando non c’era nulla di minaccioso.
Autolesionismo: come e perché i ragazzi si feriscono
Le modalità con cui gli adolescenti si procurano lesioni sono molteplici e spesso nascoste. Il taglio della pelle (soprattutto su braccia, cosce e addome) con lamette, rasoi o forbici è la pratica più diffusa. Segue il graffiarsi fino a creare ferite, il bruciarsi con sigarette o fiamme, il colpirsi violentemente contro superfici dure, il mordersi e lo strapparsi i capelli. Gesti che lasciano segni visibili, ma che i ragazzi imparano a nascondere sotto maniche lunghe, felpe oversize, scuse creative.
La ragione più comune? Gestire emozioni travolgenti. Come spiega il professor O’Connor:
“Per molti giovani, ferirsi è un modo disfunzionale per alleviare tensione, rabbia, ansia o depressione. Il dolore fisico diventa paradossalmente più gestibile di quello emotivo”.
La letteratura scientifica indica che tra il 15% e il 20% degli adolescenti italiani ha praticato condotte autolesive almeno una volta, con un esordio tipico tra i 13 e i 14 anni. Le ragazze risultano più coinvolte, in un rapporto di circa 2:1 rispetto ai maschi.
Il laboratorio e i tre esperimenti
I ricercatori hanno sottoposto i partecipanti a tre compiti differenti. Nel primo, hanno fatto ascoltare ripetutamente toni acustici neutri per misurare il tasso di abituazione (quanto velocemente il corpo smette di reagire a uno stimolo ripetuto). Nel secondo, hanno indotto stress psicosociale attraverso compiti cognitivi sotto pressione. Nel terzo, hanno mostrato immagini a contenuto emotivo.
I risultati sono stati netti. Quelli che avevano una storia di condotte autolesive mostrava un’iperreattività elettrodermica: il loro corpo si abituava più lentamente ai toni ripetuti e reagiva in modo esagerato agli stimoli stressanti. Come se il sistema di allerta emotiva fosse tarato su una sensibilità troppo alta, impossibile da modulare.
Autolesionismo, dal biomarker alla prevenzione
La scoperta ha implicazioni concrete. Attualmente, identificare chi è davvero a rischio si basa principalmente su questionari e colloqui clinici. Un biomarker oggettivo potrebbe cambiare le cose. “Distinguere cosa rende un giovane vulnerabile al passaggio dal pensiero all’azione è cruciale”, spiega la dottoressa Wetherall.
“I risultati precedenti sulle condotte autolesive erano poco chiari. Ora abbiamo un quadro più preciso”.
Il professor O’Connor aggiunge che “i nostri risultati suggeriscono che il modo in cui i giovani elaborano le emozioni può essere la chiave. Interventi mirati sulle strategie di regolazione emotiva potrebbero essere particolarmente efficaci”. Tecniche come il biofeedback elettrodermico (già usato per disturbi alimentari e ansia) potrebbero essere adattate per aiutare i ragazzi a riconoscere, monitorare e controllare le loro risposte fisiologiche disregolate.
Vale la pena ricordare che farsi del male non è solo un grido d’aiuto individuale, ma anche un problema strutturale.
Come documentato in casi recenti, i social media hanno amplificato l’esposizione a contenuti che normalizzano queste pratiche, creando vere e proprie epidemie digitali di comportamenti autolesivi. L’autolesionismo non è uno stato di fatto “accettabile” o “comprensibile”, né una “libera espressione del sé”: è la spia di un malessere che richiede affetto, attenzione, rispetto e presenza.
Serve che la scienza faccia presto
Lo studio ha dei limiti. Il campione non ha raggiunto i numeri previsti a causa del COVID-19, e la presenza di maschi nel gruppo con storia di condotte autolesive era più bassa del previsto. Inoltre, non sono stati misurati altri indicatori fisiologici dello stress come frequenza cardiaca o cortisolo. Eppure, il contributo nella lotta all’autolesionismo è notevole.
La pelle, in fondo, è la prima linea: il confine tra noi e il mondo. Quando un adolescente la ferisce, sta cercando di spostare quel confine, di controllare qualcosa che sente sfuggirgli. Ora sappiamo che quel confine reagisce diversamente, che c’è una firma biologica dietro il disagio. Resta da capire se saremo abbastanza veloci a usare questa conoscenza per aiutare chi, in silenzio, sta già decidendo se farsi male o no.