Uno studio recente pubblicato su MDPI ha analizzato 77 paper scientifici sull’integrazione del fotovoltaico nei veicoli. La conclusione? Siamo ancora lontani dall’autosufficienza energetica su ruote. Eppure, progetti come la moto solare Solaris continuano a spuntare con l’ostinazione di chi non vuole guardare il contatore. Perché?
Perché il dato teorico è irresistibile: un veicolo che genera la propria energia abbatte i costi e l’impatto ambientale. Solaris ci prova aumentando la superficie di cattura del 150% grazie a pannelli mobili. Non è solo design, è matematica applicata alla speranza.
Resta da capire se i numeri torneranno anche sull’asfalto, e non solo nei rendering di chi sogna un futuro senza cavi.
Un fiore di metallo nel deserto urbano
Immaginate la scena. Arrivate a destinazione, spegnete il motore, scendete. In un mondo normale, la moto resterebbe lì, inerte, un pezzo di metallo in attesa. Questa moto solare no. Quando si ferma, inizia la sua vera attività: dalle fiancate si estendono pannelli fotovoltaici circolari, aprendosi come la coda di un pavone meccanico o un fiore hi-tech.
I designer di MASK Architects hanno chiamato questa funzione “movimento avvolgente”: i moduli si dispiegano per catturare ogni raggio possibile, trasformando il parcheggio in una sessione di rifornimento. Un po’ come quei lucertoloni che si spalmano sulle rocce per termoregolarsi, solo che qui in ballo c’è l’autonomia per tornare a casa.
L’idea è affascinante perché tocca un nervo scoperto della mobilità elettrica: l’ansia da ricarica (ne ho parlato anche ieri a proposito di questo) e la dipendenza da un’infrastruttura che, diciamocelo, spesso non c’è.
Moto solare: sotto il vestito, la tecnica (e qualche dubbio)
Per sostenere questo spettacolo pirotecnico di pannelli mobili, la Solaris si affida a una struttura che non scherza. Il telaio della moto solare è un mix di alluminio e fibra di carbonio, materiali scelti non per vanità, ma per necessità: ogni grammo risparmiato è un metro guadagnato con l’energia del sole. Il design è minimalista, quasi scheletrico nella zona della coda, con un sistema di illuminazione LED che grida “futuro” da ogni diodo.
Non manca il freno rigenerativo, ormai standard su qualsiasi cosa abbia una batteria, che recupera un poquito di energia in decelerazione. E poi, naturalmente, c’è il “cervello”: un sistema di gestione intelligente che monitora costantemente quanta energia state raccogliendo, quanta ne state usando e quanto vi manca prima di dover spingere. Tutto molto bello, tutto molto app-connected. Ma qui iniziano le domande che il comunicato stampa, con elegante discrezione, evita.
Il confronto scomodo: Mentre Solaris vive nei render patinati, il mondo reale ci ha appena dato il Lightfoot (di cui vi abbiamo parlato su Futuro Prossimo). Ve lo ricordate? Quello scooter che sembra un tostapane con i pannelli incollati sopra. Brutto? Eh. Assai. Ma esiste. La Solaris è il sogno, il Lightfoot è la sveglia del lunedì mattina.
Moto solare, ali statiche per un Icaro a due ruote
C’è un’ironia di fondo in questa moto solare, e pure un ignorante come me non la può ignorare. Per funzionare al meglio, deve stare ferma. I pannelli si aprono solo a veicolo arrestato. Questo crea uno scenario curioso: il momento di massima efficienza della macchina coincide con il suo totale inutilizzo. È un veicolo progettato per il parcheggio. <- attenzione! Contiene sarcasmo solo fino a un certo punto.
Perché chi vive in città sa che parcheggiare una moto è un’arte che si gioca sui millimetri, tra un SUV parcheggiato male e un palo della luce. Immaginate ora di dover aprire delle “ali” fotovoltaiche larghe un metro e mezzo. È un invito a nozze per il vento, per i passanti distratti o per quel vicino che urta tutto ciò che sporge di cinque centimetri.

Sogni off-grid e realtà on-road
MASK Architects sottolinea come questa soluzione potrebbe essere utile in aree dove le infrastrutture mancano. Vero. Se siete nel deserto del Gobi o in una remota isola greca, una moto solare che si ricarica mentre fate un bagno è il Santo Graal. L’indipendenza energetica è il vero lusso del 2025.
Tuttavia, bisogna fare i conti con la fisica. Anche aumentando la superficie del 150%, quanta energia si può davvero immagazzinare in un paio d’ore di sosta? Probabilmente abbastanza per arrivare al bar successivo, forse non per attraversare la Route 66. Ma non è questo il punto. Progetti come la moto solare Solaris non servono a risolvere il problema domani mattina. Servono solo a spostare l’asticella di ciò che consideriamo “normale”.
Oggi guardiamo queste ali solari e sorridiamo con un pizzico di scetticismo. Un po’ come si guardavano i primi cellulari grandi come mattoni. Forse la Solaris non diventerà mai un prodotto di massa, e rimarrà un bellissimo rendering. O forse è l’antenata goffa ma coraggiosa di veicoli che, tra vent’anni, considereremo banali. Nel frattempo, meglio sognare ali che non volano piuttosto che rassegnarsi a cercare una presa libera dietro un distributore automatico.