Il microscopio tremola leggermente. La mano di Leonard Hayflick (lo vedete in copertina) si ferma un attimo prima di regolare la messa a fuoco. È il 1958, siamo nel suo laboratorio della University of Pennsylvania, e quello che sta vedendo cambierà per sempre la biologia. Le cellule scoperte da Alexis Carrel, che dovrebbero essere “immortali”, continuano a morire. Sempre. Ogni volta. È l’inizio della criobiologia moderna, e la fine di una delle più incredibili truffe scientifiche del Novecento.
Il chirurgo che Promise l’immortalità
Nel 1912, Alexis Carrel era già una leggenda. Chirurgo di fama mondiale, aveva perfezionato tecniche di sutura così precise da sembrare magiche, apprese dalle ricamatrici di seta di Lione. La morte del presidente francese Sadi Carnot, pugnalato da un anarchico, lo aveva spinto a dedicare la vita alla riparazione del corpo umano. Ma il 24 gennaio di quell’anno, nel suo laboratorio dell’Istituto Rockefeller, Carrel stava per annunciare qualcosa di impossibile.
Prese alcuni frammenti di cuore da un embrione di pollo e li mise in coltura. Niente di straordinario, all’apparenza. Il fatto straordinario è che quelle cellule, secondo i suoi dati, sarebbero rimaste vive per i successivi 34 anni. Un po’ come se qualcuno affermasse di aver inventato una lampadina che non si spegne mai. Carrel aveva scoperto il segreto dell’immortalità cellulare.
Trent’anni di fama e il Nobel
La notizia fece il giro del mondo. Cellule immortali: la promessa di battere l’invecchiamento, forse addirittura la morte. Carrel divenne una celebrità scientifica, vincendo il Premio Nobel per la Medicina nel 1912. I suoi esperimenti venivano citati ovunque, le sue tecniche copiate in laboratori di tutto il pianeta. Ogni giorno, religiosamente, aggiungeva liquido nutritivo alle sue colture miracolose.
Per oltre tre decenni, le cellule di Carrel continuarono a moltiplicarsi nei loro contenitori di vetro. La stampa celebrava “l’immortalità in provetta”, mentre scienziati di tutto il mondo tentavano di replicare i risultati. Ma c’era un dettaglio non di poco conto: nessuno riusciva mai a ottenere gli stessi risultati. Le loro cellule morivano sempre dopo qualche settimana.
Eppure Carrel continuava a pubblicare. I suoi assistenti di laboratorio maneggiavano le colture con cura maniacale, seguendo protocolli rigidissimi. Tutto sembrava perfetto. Troppo perfetto, in realtà. Ma chi avrebbe mai osato mettere in dubbio un Premio Nobel?
La scoperta che cambiò tutto
Leonard Hayflick non voleva smascherare nessuno. Nel 1958, questo giovane ricercatore stava semplicemente provando a studiare delle cellule utilizzando le tecniche di Carrel per tenerle in vita. Il suo obiettivo era capire come i tumori influenzassero le cellule normali. Un esperimento di routine, pensava.
Ma le cellule continuavano a morire. Hayflick ripeteva l’esperimento, convinto di aver commesso errori. Stesso risultato. Le cellule umane normali si dividevano per un numero limitato di volte (oggi sappiamo che sono circa 50), poi semplicemente si fermavano. Non importava quanto perfetto fosse il terreno di coltura, non importava quante precauzioni prendesse.
Era nato il “Limite di Hayflick”: la dimostrazione che le cellule normali hanno un orologio biologico interno che ne limita la durata. L’immortalità cellulare di Carrel non era mai esistita. Come riportato già da alcuni esperti, la vera criobiologia sarebbe nata proprio da questa scoperta.
L’inganno svelato
Come aveva fatto Carrel a ingannare tutti per tanto tempo? Le teorie sono diverse. La più probabile è che i suoi assistenti, senza saperlo, aggiungessero cellule fresche ogni volta che “nutrivano” le colture. Un po’ come sostituire segretamente la batteria di un orologio e poi affermare che funziona senza energia. Altre ipotesi suggeriscono contaminazioni accidentali con cellule tumorali (che sì, sono davvero immortali) provenienti dal laboratorio accanto.
Il danno reputazionale fu enorme, ma la scoperta di Hayflick aprì la strada a qualcosa di più importante: la criobiologia moderna. Se le cellule normali hanno una durata limitata, come possiamo preservarle? La risposta stava nel freddo estremo.
Dal falso al vero: la criobiologia oggi
Oggi la criobiologia è una scienza solida e in rapida evoluzione. Nel 2025 che inizia a tramontare, i ricercatori hanno rianimato organismi microscopici conservati nel permafrost siberiano per 42.000 anni. I criogel iniettabili stanno rivoluzionando il trattamento dei tumori, mentre tecniche avanzate permettono di crioconservare tessuto ovarico per preservare la fertilità.
La differenza tra la frode di Carrel e la criobiologia attuale è sostanziale: oggi sappiamo che preservare la vita richiede temperature di -196°C con azoto liquido, crioprotettori specifici e protocolli rigorosi. Non basta cambiare il liquido nutritivo sperando in un miracolo: la vera immortalità cellulare esiste solo in laboratori controllati, con tecnologie precise.
Il 61° meeting della Society for Cryobiology che si terrà ad Hannover a fine anno mostrerà i progressi più recenti: dalla crioconservazione di organi completi alle tecniche di “vitrificazione” (ne abbiamo parlato di recente) che evitano la formazione di cristalli di ghiaccio dannosi.
Criobiologia, lezioni da una bugia epocale
La storia di Carrel insegna qualcosa di importante sulla scienza. Le scoperte troppo belle per essere vere spesso non lo sono. Ma paradossalmente, la sua frode ha spinto altri ricercatori a indagare più a fondo, portando alla nascita di una disciplina che oggi salva vite umane.
Leonard Hayflick, morto nel 2024, ha vissuto abbastanza per vedere la criobiologia diventare realtà: embrioni umani conservati per decenni, trapianti di organi resi possibili dalla conservazione a basse temperature, terapie criogeniche per il cancro. Tutto da un tentativo involontario di smascherare una menzogna.
La vera immortalità cellulare resta un sogno. Ma almeno adesso sappiamo come congelare davvero la vita, senza dover fingere.