Il 94% dei rifiuti marini giace sul fondo: il resto galleggia in superficie o alla deriva nelle correnti. Per decenni abbiamo pulito quello che si vedeva, ignorando il novantaquattro percento nascosto, ora SeaClear 2.0 ha ribaltato l’approccio: sei robot autonomi coordinati da AI mappano, identificano e raccolgono plastica fino a 100 metri di profondità nel Mediterraneo.
Il sistema, nella sua prima versione, è già operativo dal 2023 (lo sapevate?) finanziato con 9 milioni dall’Unione Europea, e ha già dimostrato un tasso di successo dell’80% nella rimozione dei rifiuti. Costa il 70% meno dei sommozzatori e non mette a rischio vite umane. La flotta include droni aerei, barche di superficie autonome e robot subacquei con pinze intelligenti, tutto coordinato da algoritmi che distinguono un pezzo di plastica da una alga. E ora vi presento tutto l’ambaradan.
La squadra: sei robot, sei specializzazioni
Il SeaHawk è il primo della catena. Un drone aereo che sorvola la superficie mappando le zone con maggiore concentrazione di rifiuti galleggianti. Registra coordinate, scatta immagini ad alta risoluzione, trasmette tutto al cervello del sistema.
Quel cervello si chiama SeaCAT USV, un veicolo di superficie non presidiato che può operare in autonomia o essere controllato da remoto. È lui che coordina gli altri robot, decidendo chi va dove e quando. Un po’ come un direttore d’orchestra che tiene insieme strumenti diversi. Quando individua un’area critica, manda in azione i colleghi subacquei.
Il Mini TORTUGA è un ROV (veicolo operato da remoto) che mappa il fondale marino. Sonar, telecamere, sensori: scandaglia ogni metro quadrato e segnala dove si trovano i rifiuti sommersi. Non li raccoglie, li cataloga. Invia le coordinate allo Smart Grapple.
Lo Smart Grapple è la mano del sistema SeaClear. Collegato al SeaCAT, si muove autonomamente sott’acqua grazie a propulsori dedicati. Afferra oggetti fino a 7 kg (il volume di due bottiglie da due litri) e li porta in superficie. La pinza è progettata per non danneggiare la fauna marina: sensori tattili regolano la pressione, una struttura a nido d’ape permette agli organismi piccoli di scappare.
Il SeaBee lavora in coppia: due mini-robot che trascinano una rete tra loro, raccogliendo detriti galleggianti.
Quando il SeaCAT ha la stiva piena, entra in scena il “niño” della famiglia. Si chiama SeaDragon: più piccolo e leggero, si aggancia al SeaCAT, raccoglie il carico e salpa autonomamente verso punti di scarico prestabiliti sulla costa.
Marsiglia come banco di prova
A settembre 2025, Marsiglia ha ospitato una delle prime dimostrazioni operative del sistema completo. La città francese è un caso di studio perfetto: popolazione densa, turismo intenso, gestione rifiuti insufficiente. Il risultato? Tonnellate di plastica che dal Rodano finiscono in mare, bici a noleggio e monopattini elettrici gettati in acqua per vandalismo. Rifiuti che si accumulano nei punti ciechi del porto.
SeaClear non si è limitato a testare i robot. Ha organizzato workshop con stakeholder locali per identificare i punti critici, analizzare i flussi di rifiuti urbani, proporre modifiche alle policy municipali. Un approccio olistico che unisce tecnologia e cambiamento sistemico. Certo, i robot rimuovono la plastica, ma il vero obiettivo è capire perché quella plastica arriva lì.
SeaClear: meno sommozzatori, più efficienza
Usare sommozzatori per pulire i fondali è costoso, pericoloso e soprattutto lento. Tempo di immersione limitato, necessità di decompressione, rischi legati alla pressione e alla visibilità. Un’operazione che a 16 metri di profondità diventa già economicamente insostenibile.
SeaClear 2.0 taglia i costi del 70% e azzera i rischi umani. I robot lavorano in continuità, non si stancano, non hanno bisogno di pause. L’AI fa la differenza nel riconoscimento: gli algoritmi sono addestrati su migliaia di immagini per distinguere una bottiglia di plastica da un pesce, una rete abbandonata da vegetazione marina. La precisione è all’80%, come detto: ma è destinata a migliorare con l’accumulo di dati.
Dopo il 2026 cosa succede a SeaClear?
Il progetto SeaClear 2.0 si concluderà a dicembre 2026, ma l’architettura è già pronta per l’uso commerciale. Porti turistici, siti ambientali protetti, installazioni offshore: chiunque abbia un problema di rifiuti sommersi può adottare il sistema. L’interesse c’è. Yves Chardard di SubSea Tech (partner francese del progetto SeaClear) lo dice chiaramente: “Dobbiamo andare più veloci, più pesanti, più profondi”.
La prossima generazione di SeaClear punterà a incrementare la capacità di carico, estendere la profondità operativa oltre i 100 metri, integrare sistemi di riciclo a bordo. Come altri progetti simili, l’obiettivo non è solo raccogliere plastica, ma tracciarne l’origine, capire i pattern di accumulo, informare policy pubbliche.
Il consorzio coinvolge 13 partner da 9 paesi: istituti di ricerca, aziende tecnologiche, organizzazioni ambientali. Un’alleanza che combina expertise in robotica marina, AI, gestione rifiuti e coinvolgimento comunitario. Perché i robot puliscono, ma le comunità devono smettere di sporcare.
SeaClear dimostra che il problema della plastica sottomarina ha una soluzione tecnica. Scalabile, economicamente sostenibile, già funzionante. Quello che manca non è la tecnologia.
È la volontà di finanziarla su larga scala e la disciplina collettiva per ridurre alla fonte ciò che finisce in mare. I sei robot fanno il loro lavoro. Noi il nostro?