La scena è Las Vegas, novembre 1987. Microsoft presenta al Comdex il Mach 20, una scheda di espansione che promette di trasformare vecchi PC XT in macchine quasi moderne. Sulla carta è brillante: un processore 80286 a 8 MHz, socket per coprocessore matematico, espansioni di memoria fino a 3,5 MB. Tutto per 495 dollari, meno di un decimo del costo di un IBM PC AT nuovo. Bill Gates sorride di brutto durante la presentazione: non sa ancora che sta per lanciare il peggior prodotto mai venduto da Microsoft. Diciotto mesi dopo, il bilancio sarà impietoso: appena undici copie di OS/2 per Mach 20 vendute in totale, e otto clienti le restituiranno quasi subito. Totale: tre esemplari venduti. TRE. In tutta la storia del prodotto.
Era l’anno in cui Dirty Dancing conquistava i cinema e Whitney Houston (irresistibile, Cristo) dominava le radio con “I Wanna Dance with Somebody”. Il mondo guardava avanti, pieno di ottimismo tecnologico: e Microsoft, che aveva appena rilasciato Windows 2.0, credeva che vendere hardware fosse il naturale passo successivo.
L’idea che sembrava geniale (ma non lo era)
Bisogna capire il contesto. Nel 1987 i computer aziendali costavano quanto un’automobile usata. Secondo Raymond Chen, veterano ingegnere Microsoft che ha raccontato questa storia sul suo blog, le aziende affrontavano un dilemma: i PC acquistati due anni prima erano già obsoleti, ma convincere i contabili a sostituirli era un incubo burocratico. Gli ammortamenti, i budget di capitale, le procedure di approvazione. Un’eternità.
Le “turbo card” sembravano la soluzione perfetta. Scollegavi la vecchia CPU 8088 da 4,77 MHz, inserivi un adattatore collegato a una scheda di espansione, e boom: prestazioni raddoppiate o triplicate senza svenarsi. Microsoft ci aveva già provato con il Mach 10, che montava un 8086 a 9,54 MHz. Flop totale, ma perseverare è diabolico, e quindi ci riprovarono.
Il Mach 20 portava un Intel 80286 a 8 MHz, lo stesso processore dell’IBM PC AT. Aveva slot per un coprocessore matematico 80287, connettori che aggiungevano RAM e controller floppy. Tutto progettato per non sprecare i preziosi slot di espansione della scheda madre. Un IBM PC ne aveva solo cinque, e tra controller disco, scheda video, porta parallela e mouse rimanevi già a secco.
Mach 20, i conti che non tornavano
Era l’autunno in cui l’Italia guardava Drive In e negli USA andava in onda la prima stagione del mio amato Star Trek: The Next Generation (in Italia l’avremmo vista solo 4 anni dopo). Il futuro sembrava a portata di mano, ma i numeri del Mach 20 raccontavano un’altra storia.
La scheda base costava 495 dollari. Però per far girare OS/2 serviva il Mach 20 Memory Plus da altri 495 dollari, che includeva 512KB di RAM. Peccato che OS/2 1.0 richiedesse almeno 1,5 MB, e per far girare anche applicazioni DOS ne servivano 2 MB. Come riporta OSnews citando InfoWorld, il conto finale superava i 1.300 dollari. E a quel punto? Tanto valeva comprare un PC AT nuovo.
Ma c’era un problema ancora più grande. Il bus ISA a 8 bit dei vecchi XT rimaneva un collo di bottiglia. Ogni operazione su disco, ogni accesso alla scheda video, tutto passava ancora attraverso quella vecchia architettura lenta. È tipo mettere un motore Ferrari su una Panda: puoi anche accelerare, ma il resto dell’auto non segue.
OS/2: il sistema operativo che nessuno voleva
Nel 1987 Microsoft e IBM stavano ancora lavorando insieme a OS/2, convinti che sarebbe diventato il successore di DOS e avrebbe schiacciato Windows. Creare una versione personalizzata per il Mach 20 aveva senso strategico: se la scheda trasformava un XT in un AT, perché non offrire anche il sistema operativo del futuro?
Il problema è che OS/2 era complicato, esigente, e francamente incomprensibile per chiunque non fosse un entusiasta. La maggior parte degli acquirenti probabilmente non capiva nemmeno cosa stesse comprando. Per questo otto su undici lo restituirono.
Il supporto tecnico più triste della storia
Raymond Chen racconta di aver parlato con un collega che divenne lo specialista di supporto per OS/2 per Mach 20. Un lavoro che doveva essere surreale: gestire un prodotto di cui esistevano solo undici copie nel mondo, otto delle quali tornarono indietro quasi subito.
Dei tre clienti rimasti, il tecnico ne conobbe personalmente due. Immaginate: in tutta Microsoft, un’azienda che nel 1987 aveva già migliaia di dipendenti, c’era una persona il cui lavoro consisteva nel supportare tre utenti. Tre.
Mach 20, la lezione che Microsoft imparò (forse)
Nel 1988 Eros Ramazzotti cantava “Musica è” e il Mach 20 già non era più: scomparve silenziosamente dai cataloghi. Microsoft tornò a fare quello che sapeva fare meglio, diciamo: il software. Ci vollero altri vent’anni prima che l’azienda provasse di nuovo con l’hardware, lanciando la prima Xbox nel 2001. Quella, però, vendette decisamente qualche copia in più.
La storia del Mach 20 (l’avrei dovuta mettere prima tra i grandi flop tecnologici) è divertente oggi, ma contiene una verità più profonda. Anche i giganti sbagliano, e quando sbagliano lo fanno in modo spettacolare. Il timing è tutto: arrivare troppo tardi con una soluzione troppo costosa per un problema che il mercato sta già risolvendo da solo è la ricetta perfetta per il fallimento.
E ora, la domanda che conta: se qualcuno di voi ha una copia di OS/2 per Mach 20 in soffitta, probabilmente possiede uno dei software più rari della storia dell’informatica. Vale qualcosa? Difficile dirlo. Ma di sicuro ha una storia da raccontare. Quella di quando Microsoft pensò che vendere CPU fosse una buona idea, e il mercato rispose con un sonoro “no grazie”.
