Rano Raraku è un cratere vulcanico dove, da settecento anni, centinaia di moai aspettano fermi nella roccia. Alcuni eretti, altri sdraiati, molti a metà strada tra pietra e statua. Fino a ieri si pensava che qualcuno lassù decidesse chi scolpiva cosa, quando e con quale metodo. Poi sono arrivati i droni.
I droni hanno scattato ben 11.686 foto, le hanno cucite insieme e hanno prodotto il primo modello 3D completo della cava principale di Rapa Nui. Risultato: nessun capo, nessun piano centralizzato, nessun impero. Solo 30 botteghe separate che lavoravano fianco a fianco, ciascuna con il proprio stile, i propri strumenti, le proprie statue. Un po’ come le contrade di Siena: una serie di “quartieri” con artigiani medievali (e senza il “sindaco”).
Moai, la scansione che ci cambia il punto di vista
Lo studio pubblicato su PLOS One il 26 novembre 2025 dal team di Carl Philipp Lipo della Binghamton University smonta settant’anni di teorie. La fotogrammetria aerea ha rivelato che ogni gruppo familiare di Rapa Nui aveva il proprio angolo di cava, con tecniche di estrazione variabili e preferenze stilistiche distinte. Non c’è traccia di standardizzazione imposta dall’alto. Non ci sono prove di gerarchie che distribuivano compiti o risorse. Solo confini naturali che separavano le zone di lavoro, ognuna autosufficiente.
I ricercatori hanno mappato l’intera superficie del cratere con una risoluzione al centimetro (un po’ come fatto anche in Amazzonia, con la scoperta di altri incredibili reperti). E hanno identificato 30 focolai di attività, ciascuno con strumenti abbandonati, statue incomplete a stadi diversi e tracce di lavorazione caratteristiche. Alcune zone preferivano basi larghe a forma di D, altre inclinazioni più marcate. Certe botteghe lasciavano i moai parzialmente rifiniti, altre li completavano prima del distacco dalla roccia.
Il dato più sorprendente: ogni percorso di trasporto dalla cava verso l’esterno seguiva direzioni differenti. Non esisteva un’unica strada centrale. I moai venivano portati via lungo tracciati multipli, spesso sovrapposti o paralleli, segno che ogni clan decideva autonomamente anche quando e dove muovere le proprie statue.
Niente faraoni, solo famiglie
L’idea di una società verticale con un’élite che coordinava migliaia di scalpellini era comoda. Spiegava la scala del progetto, giustificava l’uniformità apparente delle statue, sembrava inevitabile per un’impresa di quella portata. Ma come nota CNN, l’archeologia più recente su Rapa Nui ha sempre mostrato una società frammentata in piccoli gruppi autonomi. Mancavano città centrali, non esistevano palazzi amministrativi, le risorse erano distribuite in modo orizzontale.
Perché la produzione dei moai avrebbe dovuto essere diversa? Non lo era. Carl Lipo, co-autore dello studio, spiega:
“l’intera catena produttiva, dal primo taglio nella roccia ai dettagli finali della statua, rimaneva all’interno di zone individuali”.
Nessuno spostava i pezzi tra aree per fasi diverse. Ogni famiglia gestiva il processo completo. Serve che sembri un impero per scolpire 900 statue? No. Serve una competizione: ogni clan voleva superare quello accanto.
Moai: cooperazione, non comando
La scoperta ribalta l’assunto che i monumenti megalitici richiedano controllo gerarchico. Le somiglianze tra moai non derivano da ordini ricevuti, ma da conoscenze condivise. Le tecniche circolavano tra clan, i segreti si tramandavano, l’esperienza si accumulava. Ma l’esecuzione restava autonoma. Un modello più vicino a una rete di cooperative medievali che a un’impresa centralizzata.
Il modello 3D sarà disponibile pubblicamente, permettendo ad altri ricercatori di testare nuove ipotesi. E sarà anche uno strumento di gestione culturale per l’UNESCO, che deve proteggere un sito patrimonio dell’umanità costantemente minacciato da incendi e turismo.
Scheda dello Studio
Ente: Binghamton University (New York), University of Arizona
Pubblicazione: PLOS One, 26 novembre 2025
Impatto reale: cosa cambia per noi
Questa ricerca non cambierà il modo in cui visitiamo Rapa Nui nei prossimi cinque anni, ma ridefinisce come interpretiamo le società antiche. Ci ricorda che complessità non significa gerarchia. Che monumenti colossali possono nascere da reti orizzontali. Che la competizione tra pari genera più innovazione del comando dall’alto.
E che talvolta, per capire il passato, basta guardarlo dall’alto (con 11mila scatti realizzati al momento giusto).