Firenze, laboratorio di antropologia molecolare. Una scienziata indossa guanti sterili e si avvicina a un disegno a sanguigna, ocra rossa, del 1500. Una delle rappresentazioni del bambino Gesù, il santo bambino: guance paffute, sguardo verso il basso, labbro in fuori. Forse Leonardo, forse un suo allievo. La scienziata passa un tampone sulla superficie del foglio. Delicata. Precisa. Non cerca polvere o pigmenti. Cerca DNA. L’arteomica (un termine “sintetico” che indica l’analisi del DNA estratto da resti archeologici (ossa, disegni) per capire parentele, migrazioni e origini genetiche di figure storiche) funziona così: campiona tracce biologiche lasciate su opere d’arte e oggetti culturali per capire chi li ha toccati, dove sono stati, cosa hanno respirato nei secoli.
Dal Santo Bambino emergono cromosomi Y, funghi, batteri di malaria, DNA di agrumi medicei. Un mondo intero. Ovviamente sui siti di mezzo mondo (compresi i “giornaloni di divulgazione”) sparacchiano ai quattro venti la notizia. Preferiamo arrivare buoni ultimi dopo quasi due giorni, con idee un po’ più chiare e trasparenti. Il segnale genetico di Leonardo? C’è un segnale, ma è debole. Troppo debole per dire con certezza “è suo”. Però la storia è interessante e va raccontata.
Arteomica: cinque secoli in un tampone
Il Santo Bambino è passato per mani, stanze, umidità, restauri, collezionisti. Ogni tocco lascia tracce microscopiche. Il team del Leonardo da Vinci DNA Project, coordinato da David Caramelli dell’Università di Firenze, ha tamponato il disegno insieme ad altri oggetti: lettere scritte da un cugino di Leonardo, disegni di altri artisti rinascimentali (Filippino Lippi, Andrea Sacchi), persino superfici ambientali delle sale dove sono conservate le opere. Controlli incrociati per capire cosa viene dall’artista e cosa dall’ambiente.
I risultati, pubblicati come preprint su bioRxiv il 6 gennaio 2026, raccontano storie biologiche stratificate. Sul Santo Bambino hanno trovato cromosomi Y compatibili con pattern paterni comuni nel Mediterraneo, in particolare nelle aree dove Leonardo nacque e visse. Un indizio sottile, non una prova, ripeto. Il segnale è debole, contaminato da secoli di manipolazioni: ma il DNA umano è solo una frazione della storia.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Università di Firenze – Laboratorio di Antropologia Molecolare
- Ricercatori principali: David Caramelli et al.
- Anno pubblicazione: 2026
- Rivista: bioRxiv
- DOI: https://doi.org/10.64898/2026.01.06.697880
- TRL: 3-4 – Proof of concept validato in laboratorio, necessita replica e standardizzazione metodologica
Agrumi medicei e batteri medievali
L’arteomica rivela anche l’ecosistema biologico che ha circondato l’opera nei secoli. Sul Santo Bambino hanno identificato DNA di agrumi, storicamente plausibile perché i giardini dei Medici (committenti di Leonardo) erano ricchi di piante esotiche importate dal Mediterraneo orientale. Certo, il DNA vegetale può arrivare da polvere, conservazione, restauri moderni. Ma l’ipotesi che Leonardo abbia maneggiato il foglio in ambienti medicei è suggestiva.
Ancora più intrigante: tracce di Leptospira, batterio zoonotico associato ad ambienti ricchi di roditori, coerente con la Toscana rinascimentale dove topi e ratti erano compagni inevitabili di botteghe e studi. E poi plasmodium, il parassita unicellulare che causa la malaria. La malaria era endemica in Italia fino al Novecento. È stata trovata anche nei resti della famiglia Medici. Che Leonardo l’abbia contratta? Possibile. Che il disegno sia stato in ambienti malarici? Altrettanto.
Il problema della contaminazione
David Caramelli, antropologo e specialista di DNA antico, ha dichiarato a Science che “stabilire un’identità inequivocabile è estremamente complesso”. Cinque secoli di tocchi umani lasciano strati sovrapposti di materiale genetico. Per ridurre il rischio di contaminazione moderna, il campionamento è stato eseguito esclusivamente da scienziate donne (i cromosomi Y non possono venire da loro). Ma il DNA di Leonardo non è mai stato sequenziato direttamente: i suoi resti furono dispersi durante la Rivoluzione francese, e non ha discendenti diretti.
Il confronto, quindi, avviene col DNA estratto da discendenti paterni del padre di Leonardo (identificati di recente) o da tombe di parenti. Un processo indiretto, incerto, affascinante. Stefan Simon, chimico del Rathgen Research Laboratory di Berlino (non coinvolto nel progetto), ha detto a Science che l’arteomica “apre un mondo completamente nuovo” per lo studio della provenienza artistica. E trovo che abbia ragione.
Leonardo aveva superpoteri biologici?
Se i ricercatori riuscissero a identificare con certezza il DNA di Leonardo, potrebbe emergere qualcosa di più della semplice attribuzione di opere. Alcuni scienziati ipotizzano che il maestro toscano avesse capacità percettive radicate nella biologia: visione eccezionale, sensibilità ai dettagli anatomici, memoria fotografica. Potrebbe il suo DNA contenere varianti genetiche legate a queste abilità? Ecco: questa, ad esempio (pur affascinante) è speculazione pura, e la metto qui in coda per sognare assieme. Perchè l’arteomica potrebbe forse, un giorno, rispondere anche a questa domanda.
Per ora, il Santo Bambino resta un mistero biologico parziale. Il segnale genetico è troppo debole per chiudere il caso. E abbastanza forte da non escluderlo. L’arteomica continua a tamponare, sequenziare, confrontare. Cinque secoli sono tanti per un foglio di carta, ma forse non abbastanza per far sparire del tutto le tracce di chi lo ha toccato.
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