Palo Alto, California. Sulla scrivania nell’ufficio di Sam Wineburg, professore emerito di Stanford, ci sono due pile di fogli alte così: da una parte articoli scritti da fact-checker professionisti, dall’altra compiti di studenti universitari. “Guardate questo”, dice indicando un foglio. “Lo studente ha passato venti minuti ad analizzare un sito completamente falso. Il fact-checker? Tre secondi per capirlo, quindici per verificare altrove”. La differenza non è l’intelligenza, ma la gestione dell’attenzione digitale.
Wineburg ha coniato nel 2021 il termine “critical ignoring” per descrivere la capacità di non sprecare risorse cognitive su fonti che andrebbero ignorate subito. Nel 2026, dice, questa competenza separerà chi sopravvive al sovraccarico informativo da chi ne è sommerso.
Quando “pensare” diventa una trappola
Per la maggior parte della storia umana, le informazioni erano relativamente scarse. Preziose, direi: vitali. Chi ne aveva di più vinceva, o sopravviveva. Oggi? È rumore bianco che ti sommerge appena sblocchi il telefono. E qui scatta il problema: il cervello umano è cablato per cercare informazioni, non per ignorarle.
Evolutivamente, ogni frammento di notizia poteva significare la differenza tra sopravvivere o finire male. Questa sete ancestrale di dati ci ha portati sulla Luna. E ora ci sta annegando nel clickbait.
Wineburg e altri tre ricercatori del Max Planck Institute e dell’Università di Bristol l’hanno scritto in un paper del 2023: investire pensiero critico in fonti che andavano ignorate significa regalare attenzione digitale a chi vive proprio di questo. Gli “attention merchants”, i mercanti dell’attenzione, hanno costruito imperi sfruttando algoritmi progettati per tenerti incollato. Un po’ come parassiti che hanno imparato a manipolare l’ospite. Loro guadagnano, tu paghi con la stanchezza mentale.
Trenta minuti e sei cotto
Uno studio del 2021 ha misurato l’effetto dello scrolling sulle prestazioni fisiche. Risultato? Mezz’ora di social media prima dell’allenamento riduce la capacità di esercizio. Non è metafora poetica: è affaticamento cognitivo reale, misurabile con sensori e timer. Il cervello ha bruciato energia filtrando meme, notizie false, video di gatti. Quando arrivi in palestra, sei già esausto.
Matthew Facciani della Georgetown-Lancet Commission studia da anni il fenomeno. La sua raccomandazione? Self-nudging: decidere prima quanto tempo dedicare agli schermi: se necessario, addirittura impostare un timer. Perché? Beh, perché funziona. Perché costringi il cervello a passare dalla modalità reattiva (rispondere alle notifiche) alla modalità proattiva (controllo deliberato).
A quel punto l’attenzione digitale diventa una scelta, non un automatismo.
3 consigli per allenare l’attenzione digitale
- Lateral reading: quando trovi una affermazione nuova, non analizzarla subito. Apri un’altra scheda, cerca velocemente cosa dicono altre fonti. Se non trovi conferme in un minuto di ricerca rapida, ignora e vai avanti.
- Timer preventivo: come detto, decidi prima quanto tempo dedicare a scroll/news. Imposta sveglia. Quando suona, chiudi. Nessuna negoziazione con te stesso.
- Assumi che sia AI fino a prova contraria: i rapporti si sono ribaltati, purtroppo. Nel 2026, fai conto che tutto il contenuto che leggi sia generato da macchine, anche questo stesso articol9, perché no?Cerca prove di umanità (fonti verificabili, autore riconoscibile, la frase che ho scritto un attimo fa :) o questo emoji da fesso), ma non dare mai per scontato che ci sia una persona in carne e ossa dietro. Purtroppo, ripeto, sta diventando più facile il contrario.
“Abbastanza vero”: il nemico invisibile
Walter Quattrociocchi della Sapienza di Roma ha individuato un problema ancora più subdolo: il “true enough”. I modelli tipo ChatGPT sono addestrati per produrre risultati convincenti, non necessariamente veri. E i social? Stessa logica. L’algoritmo premia contenuti che sembrano plausibili, fluenti, ben scritti. La verità? Opzionale.
Questo allena le persone a fermarsi a ciò che sembra “abbastanza vero”. Se un articolo sembra professionale, ha dati, citazioni (magari inventate), tendiamo ad accettarlo senza verificare. L’attenzione digitale “intossicata” si accontenta della superficie. Diventa incapace di distinguere reale da “abbastanza reale”, e quindi sostanzialmente falso.
E non serve nemmeno intelligenza artificiale: funziona anche quando gli esseri umani scrivono solo per far contenti gli algoritmi e guadagnare qualche spicciolo in più.
Un esempio? Ve ne ho parlato qualche settimana fa: dopo l’uragano Helene nel 2024, circolò quella famosa foto della bambina con cucciolo tra acque alluvionali. Solo che non era una foto: era un fake generato con AI. Pareva vera. Funzionò. Ci furono centinaia di migliaia di condivisioni prima che qualcuno verificasse. Chi ha pensato criticamente ci ha perso tempo.
Chi ha ignorato subito (per mancanza di fonti verificabili) ha inconsapevolmente fatto la scelta migliore, risparmiando attenzione digitale per cose più utili.
Usare internet contro internet
Un esempio: Mike Caulfield dell’Università di Washington ha sviluppato “Deep Background”, un prompt da 3.500 parole che trasforma chatbot tipo Claude o ChatGPT in fact-checker (si spera) non politicizzati (perché ci sono anche quelli che con la scusa del fact checking manipolano l’informazione e passano propaganda. Non si può mai stare tranquilli).
Costa un tot (le versioni a pagamento funzionano meglio), ma automatizza una verifica incrociata che manualmente richiederebbe ore. In pratica, è una tecnologia per pulire il casino fatto da altra tecnologia: come i robot a Chernobyl, se mi passate l’accostamento.
Approfondisci
Ti interessa il rapporto tra tecnologia e attenzione digitale? Leggi anche come gli smartphone sono diventati parassiti cognitivi. Oppure scopri perché gli algoritmi dei social vendono la tua attenzione al miglior offerente.
Anche Chrome ha una funzione, un pochino nascosta, chiamata “Informazioni su questa pagina” (clicca sull’icona accanto alla URL): mostra info verificate sulla fonte. È stata sviluppata proprio con l’aiuto di Wineburg, il tizio con le due pile di fogli sulla scrivania. È un piccolo scudo contro il rumore. Non risolve tutto, ma riduce il tempo sprecato sui siti-spazzatura. La gestione dell’attenzione digitale passa anche dai micro-strumenti nascosti nei browser.
Il superpotere del 2026 non sarà accumulare informazioni. Sarà scegliere quali rifiutare. L’attenzione digitale è come l’acqua: una risorsa finita da razionare.
Chi la spreca, resta a secco. Chi impara a ignorare strategicamente, forse riesce a riprendersi il controllo. Forse.