C’è un dettaglio che spesso sfugge quando guardiamo al passato: quanto fosse colorato. E a volte, quanto quel colore fosse letale. Prendete la tomba 155 a Chervony Mayak, nel sud dell’Ucraina. Due donne, sepolte a distanza di anni l’una dall’altra, circondate dai soliti corredi di gioielli e bronzi. E poi, vicino al cranio della più anziana, qualcosa di diverso. Tre piccoli depositi di una polvere rossa brillante, intensa, magnetica. Non era ocra, non era terra. Era cinabro, un solfuro di mercurio tanto bello quanto tossico, che lì non ci doveva essere. O almeno, così credevamo fino a ieri.
Cinabro: la bellezza che uccide (o cura?)
Spesso l’archeologia è una questione di aspettative tradite. Pensavamo di conoscere i rituali del periodo tardo Scita, di aver catalogato ogni possibile usanza di questo popolo nomade che ha dominato le steppe. E invece, eccolo lì. Il cinabro spunta fuori dove nessuno lo aveva mai cercato, o meglio, dove nessuno lo aveva mai identificato chimicamente. Perché il rosso è rosso, direte voi. E invece no. C’è rosso e rosso.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: National Academy of Science of Ukraine
- Ricercatori principali: Olena Dzneladze et al.
- Anno pubblicazione: 2025
- Rivista: Antiquity
- DOI: 10.15184/aqy.2025.32
- TRL: 1 – Ricerca di base (analisi archeometrica)
Secondo lo studio pubblicato su Antiquity, guidato da Olena Dzneladze, quello che sembrava un semplice pigmento rituale si è rivelato essere un mix complesso: quarzo, calcite, microclino e cristalli taglienti di cinabro. Non è una sfumatura da poco. Il cinabro è la fonte primaria del mercurio: come scrivevo prima, è tossico. Maneggiarlo, inalarne le polveri o peggio ingerirlo non è esattamente un toccasana: eppure, nel mondo antico, il confine tra medicina, veleno e magia era sottile come un capello.
Un mistero chimico a Chervony Mayak
L’aspetto affascinante (e un po’ inquietante) della scoperta del cinabro degli Sciti è l’intenzionalità. Non è finito lì per caso. Quella polvere è stata portata, preparata e depositata con cura millimetrica. Gli scienziati hanno usato la microscopia elettronica a scansione e la diffrazione a raggi X per esserne certi: non era una contaminazione del terreno.
Mi chiedo cosa pensassero mentre lo depositavano. Sapevano che stavano maneggiando un neurotossico? Probabilmente sì, in qualche modo. Le civiltà antiche avevano una conoscenza empirica dei materiali che spesso sottovalutiamo. Forse usavano il cinabro proprio perché era potente. Magari per preservare il corpo (il mercurio è un germicida, dopo tutto), o forse per scopi cosmetici, per dare ai defunti un rossore eterno che sfidasse il pallore della morte.
Oltre il semplice colore: il cinabro come tecnologia rituale
Qui arriviamo al punto centrale, al fatto che abbiamo un materiale che oggi tratteremmo con guanti di protezione e maschere filtranti, e loro lo mettevano nella tomba della nonna. Ma attenzione a non giudicare con gli occhi di oggi: l’uso del cinabro potrebbe indicare una rete commerciale molto più ampia di quanto pensassimo. Questo minerale non si trova ovunque. Arrivava da lontano, costava, aveva valore.
La presenza di cinabro a Chervony Mayak ci costringe a riscrivere, almeno in parte, le mappe mentali che abbiamo di questo periodo. Quei popoli non erano composti solo da guerrieri a cavallo. Erano commercianti, chimici improvvisati, persone che cercavano nel sottosuolo sostanze capaci di mediare tra la vita e la morte. E se alcune teorie fossero corrette, e il cinabro fosse stato addirittura ingerito in piccole dosi durante rituali sciamanici? L’idea di “viaggio” nell’aldilà assumerebbe un significato molto più letterale (e psicotropo).
Cosa ci insegna il cinabro oggi
La scoperta sottolinea un punto fondamentale: l’archeologia moderna e quella del futuro non sono e non saranno più una questione di picconi, ma di spettrometri. Senza le analisi archeometriche, quel cinabro sarebbe rimasto catalogato come “terra rossa generica” in qualche registro polveroso. Quanti altri segreti tossici o miracolosi si nascondono nei magazzini dei musei, etichettati male perché guardati solo a occhio nudo?
La ricerca non finisce qui. Gli studiosi dovranno ora capire da dove veniva esattamente questo cinabro. Tracciare l’origine geologica del minerale significherà disegnare le rotte commerciali invisibili che collegavano l’Ucraina meridionale al resto del mondo antico. È un lavoro da detective, dove l’indizio è un granello di polvere rossa.
Quando e come ci cambierà la vita
Non aspettatevi che il cinabro degli Sciti torni di moda nelle creme viso (per fortuna). Ma questa tecnica di analisi molecolare applicata alla storia sta per farci scoprire che gli antichi erano molto più “globalizzati” e tecnologicamente consapevoli di noi. Entro 5 anni, grazie a questi “dettagli” chimici riscriveremo i libri di scuola su rotte commerciali e medicina antica.
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Alla fine, resta l’immagine di quella tomba. Due donne, il silenzio dei secoli, e quel rosso violento che brillava nel buio. Volevano proteggersi? Volevano farsi belle per l’eternità? O forse, semplicemente, sapevano che certe cose sono troppo potenti per essere lasciate ai vivi?
Il cinabro è rimasto lì, intatto e velenoso, a ricordarci che la bellezza ha sempre un prezzo. A volte, si paga dopo duemila anni.