Otto ore al parco con i figli, e quando tornano a casa stanchi, sporchi, con qualche graffio sulle ginocchia per molti genitori è una vittoria. Per altri, un errore da evitare: ci sono fango, insetti, rami che cadono. Meglio stare in casa, dove tutto è controllabile. Succede più spesso di quanto pensiamo, si chiama biofobia: paura, disagio o disgusto verso elementi naturali.
Non parliamo solo di serpenti o ragni. Anche rane innocue, germi immaginari, boschi troppo fitti. L’Università di Lund, in Svezia, ha appena pubblicato uno studio che mappa questo territorio scomodo. Quasi 200 ricerche scientifiche, provenienti da psicologia, medicina, conservazione ambientale. Il risultato? La biofobia sta aumentando. E ci stiamo perdendo qualcosa di importante.
Quando la natura spaventa
Johann Kjellberg Jensen, ricercatore a Lund, non usa giri di parole.
“La ricerca ha sempre dato per scontato che le persone provino emozioni positive verso la natura. Noi abbiamo studiato l’opposto.”
Lo studio, pubblicato su Frontiers in Ecology and the Environment, raccoglie dati da Svezia, Giappone, Stati Uniti. Coinvolge migliaia di persone, diverse età, contesti urbani e rurali.
La biofobia emerge da due direzioni. Fattori esterni: l’ambiente fisico, l’esposizione alla natura, i messaggi dei media. E fattori interni: salute, tratti emotivi, conoscenza degli ecosistemi. Meno tempo passiamo fuori, meno capiamo come funziona un bosco. Meno capiamo, più temiamo. Un circolo vizioso che si autoalimenta.
Numeri che contano
Tra il 4% e il 9% della popolazione mondiale soffre di fobie specifiche verso animali. Ragni e mammiferi dominano gli studi (rispettivamente 27% e 30% delle ricerche). Gli anfibi? Appena lo 0,5%. Un singolo paper. Eppure molte persone evitano le rane, anche se innocue. La biofobia non segue la logica del pericolo reale. È più una questione di familiarità.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Lund University (Svezia), University of Tokyo (Giappone)
- Ricercatori principali: Johan Kjellberg Jensen, Anna S. Persson, Masashi Soga
- Anno pubblicazione: 2025
- Rivista: Frontiers in Ecology and the Environment
- DOI: 10.1002/fee.70019
- TRL (Technology Readiness Level): N/A – Studio di sintesi scientifica, non sviluppo tecnologico
L’urbanizzazione gioca un ruolo chiave. I bambini cresciuti in città hanno meno occasioni di toccare un albero, raccogliere una foglia, osservare un insetto senza vetri di mezzo. Gli atteggiamenti dei genitori amplificano il fenomeno. Se mamma evita il parco perché “ci sono zecche”, il messaggio arriva chiaro: la natura è pericolosa, meglio lo schermo.
Cosa perdiamo davvero
Il contatto con la natura ha benefici documentati. Riduce lo stress, migliora le performance scolastiche nei bambini, rafforza il sistema immunitario. Ma chi soffre di biofobia evita questi spazi. E si priva di tutto questo. Il risultato? Salute mentale più fragile, maggiore ansia, minor capacità di resilienza.
C’è poi un problema più ampio. La biofobia influenza gli atteggiamenti verso la conservazione. Chi teme i lupi spingerà per abbatterli: chi detesta i pipistrelli non investirà nella loro protezione, e così via. E funziona anche quando queste specie sono innocue (o utili).
L’effetto a catena arriva fino alle politiche ambientali, non è uno scherzo: meno supporto pubblico, meno fondi, meno biodiversità protetta.
Trattamenti e strategie
Jensen e il suo team propongono tre strade. Prima: esposizione graduale. Dai video di ragni alle foto, poi agli esemplari vivi. Funziona, ma serve assistenza professionale. Seconda: educazione. Cartelli informativi nei parchi, lezioni a scuola, divulgazione accessibile. Terza: riduzione dei conflitti. Se un contadino perde raccolti per colpa di cinghiali, la sua biofobia è razionale. Servono compensazioni, barriere, soluzioni concrete.
Gli spazi verdi urbani possono fare la differenza. Non basta un prato tagliato. Servono aree con biodiversità reale: alberi autoctoni, insetti visibili, zone non troppo “ripulite”. I bambini hanno bisogno di sporcarsi le mani. Di toccare la terra senza che qualcuno urli “lavati subito”. Di vedere un ragno e capire che non è Godzilla.
Quando e come ci cambierà la vita
Se le città riprogettassero gli spazi verdi nei prossimi 5-10 anni per includere natura “selvaggia” accessibile, potremmo vedere una riduzione del 15-20% nei casi di biofobia infantile. Questo si tradurrebbe in adulti più resilienti, minor uso di ansiolitici, maggior supporto per politiche ambientali. Il costo? Irrisorio rispetto ai benefici sanitari ed ecologici.
Approfondisci
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Il fenomeno della biofobia cresce silenzioso. Non fa notizia come un’epidemia, ma erode lentamente la nostra relazione con il pianeta. Meno natura, più paura. Più paura, meno natura. E alla fine, ci ritroviamo in città di cemento a guardare documentari su animali che non vogliamo incontrare. Jensen conclude con pragmatismo:
“Servono strumenti diversi. A volte più contatto, a volte riduzione dei conflitti. Dobbiamo capire meglio i meccanismi per invertire la tendenza.”
Il bosco aspetta. Con le sue foglie, i suoi insetti, i suoi odori di muschio. Sarà lì anche domani.
La domanda è: ci andremo?