Auguri! Che questo sia l’anno in cui finalmente sistemiamo i nostri ritmi circadiani: è con questo augurio che partiamo con il primo post del 2026.
Ci fu un momento preciso in cui la scienza capì che il corpo umano ha un orologio interno. Non fu in un laboratorio, ma in una grotta glaciale delle Alpi francesi, nell’estate del 1962, quando un ricercatore ventitreenne decise di vivere senza tempo per studiare un ghiacciaio.
Michel Siffre, questo il suo nome, non voleva fare cronobiologia. Per essere precisi, neanche esisteva ancora, la cronobiologia. Ma quando risalì dopo 63 giorni, aveva nei suoi dati qualcosa che nessuno aveva mai visto: i ritmi circadiani umani si allungano senza stimoli esterni. Da 24 ore a 24.5. Senza luce, senza orologi, il corpo sceglie cicli più lunghi. A volte molto più lunghi. Lui ad esempio contava fino a 120 secondi e per farlo ci metteva cinque minuti, ma pensava fossero due.
Il geologo che perse un mese di vita
Siffre era un geologo. Nel 1961, lui e il suo team scoprono un ghiacciaio sotterraneo nelle Alpi, a 70 km da Nizza. Piano iniziale: scendere due settimane per studiarlo. Poi ci ripensa. “Due settimane non bastano. Non vedrò niente.” Decide di restarci per due mesi. E qui gli viene l’idea: quella che diventerà l’idea della sua vita, come dirà lui stesso: vivere come un animale, senza orologio, al buio, senza sapere che ore sono. Non chiedetemi come gli venne, non lo so: non lo sapeva neanche lui.
È il 16 luglio 1962. Siffre scende nella grotta di Scarasson, 130 metri sotto la superficie. Temperatura sotto zero, umidità al 98%. Con lui ha un sacco a pelo, una lampada, un libro (Platone, per la cronaca: mi piace pensare La Repubblica, il testo del filosofo che contiene il famoso “mito della caverna”. In realtà era altro). Non ha alcun orologio con sé.
Stabilisce un protocollo semplice: telefona al team in superficie quando si sveglia, quando mangia e prima di dormire. Il team non può chiamarlo. Mai. “Non volevo nessuna idea di che ora fosse fuori”, dirà in un’intervista tempo dopo.
Il 14 settembre 1962, a due mesi di distanza, il team lo chiama e gli fa: “è ora di uscire.” Siffre è confuso. Secondo lui è il 20 agosto. Manca ancora un mese. Il suo tempo psicologico si è compresso di un fattore due, come un audio di WhatsApp. E quella telefonata segna la nascita di un campo scientifico completamente nuovo.
Cinque minuti che duravano due
Ogni volta che chiamava la superficie, Siffre faceva due test. Primo: misurava il battito cardiaco. Secondo: contava da 1 a 120, un numero al secondo. Con quel test fecero una scoperta enorme. Gli ci volevano cinque minuti per contare fino a 120. Cinque minuti reali vissuti come se fossero due. “Il tempo psicologico si comprimeva”, spiega. E la cosa interessante è che lui non se ne accorgeva. La percezione soggettiva del tempo, senza riferimenti esterni, diventa inaffidabile. Un po’ come quando guidi di notte su un’autostrada vuota e non hai idea se sono passati venti minuti o un’ora.
Cosa scoprì Siffre sui ritmi circadiani:
Il ciclo sonno-veglia senza stimoli esterni passa da 24 ore a circa 24.5 ore. In esperimenti successivi, alcuni soggetti arrivarono a cicli di 48 ore (36 ore svegli, 12 ore di sonno). Il corpo ha un orologio biologico interno, indipendente dal ciclo giorno-notte terrestre. La percezione soggettiva del tempo rallenta drammaticamente in isolamento.
Dalla Guerra Fredda alla NASA
L’exploit di Siffre arrivò al momento giusto. Era il 1962, in piena guerra fredda. La leggenda Yuri Gagarin era stata nello spazio solo un anno prima. La Francia aveva appena avviato il programma dei sottomarini nucleari. “Non sapevamo nulla del ciclo del sonno umano nello spazio”, racconta Siffre. “E il comando francese non sapeva come organizzare i turni di sonno dei marinai nei sottomarini.” Per questo ricevette tanto supporto finanziario. La NASA analizzò il suo primo esperimento e finanziò analisi matematiche sofisticate. I militari francesi volevano capire se un soldato poteva raddoppiare le ore di veglia.
Negli anni successivi, Siffre organizzò oltre una dozzina di esperimenti simili con altri speleologi. Nel 1964, il secondo uomo dopo di lui a scendere sottoterra dormì 33 ore di fila. “Avevamo un microfono attaccato alla sua testa”, ricorda Siffre. “A un certo punto non eravamo sicuri che fosse vivo.” Poi, dopo 34 ore, russò. Era la prima volta nella storia che qualcuno vedeva un uomo dormire così a lungo.
L’eredità che non sapeva di lasciare
Quando Siffre scese in quella grotta, era solo un geologo con un’idea bizzarra. “Gli altri scienziati pensavano fossi pazzo”, dirà anni dopo. Ma il suo lavoro fondò la cronobiologia umana. Un campo che oggi ci spiega perché soffriamo di jet lag, come organizzare i turni di lavoro notturno, persino come certe terapie oncologiche funzionano meglio a certe ore del giorno.
Nel 2017, il Nobel per la Medicina andò a tre scienziati che studiarono i meccanismi molecolari dei ritmi circadiani. Tutto partì da quel geologo francese che viveva al buio contando fino a 120.
Siffre è morto nell’agosto 2024, a 85 anni. Ha passato più tempo sottoterra di chiunque altro, studiando qualcosa che non sapeva esistesse. Voleva capire i ghiacciai e ha finito per mappare il tempo umano. Un po’ come (avete presente?) chi parte per trovare le Indie e scopre un continente. Solo che il continente, stavolta, eravamo noi.
I nostri ritmi circadiani, che senza luce si allungano, si deformano, ci portano fuori sincronia col pianeta. Come se il corpo avesse un suo piano, indipendente dalla rotazione terrestre.
Quando e come ci cambia la vita
La cronobiologia oggi è ovunque. Lampadine che simulano l’alba per svegliarci meglio. App che tracciano il sonno. Terapie della luce per anziani che aiutano a sincronizzare i ritmi circadiani. Farmaci somministrati in orari specifici per massimizzare l’efficacia.
Tutto parte da quel geologo che nel 1962 decise di vivere come un animale, al buio, senza tempo. E scoprì che il nostro corpo ha un orologio. Un orologio che non segna le 24 ore precise che pensiamo.
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Quella grotta nelle Alpi francesi, alla fine, non ci ha rivelato solo i suoi segreti geologici: ci ha rivelato che portiamo dentro un tempo nostro. Che il corpo, lasciato libero, sceglie ritmi diversi da quelli del pianeta. Che contare fino a 120 può durare due minuti o cinque, dipende da dove sei.
E che a volte, questo lo sapete bene, le scoperte più importanti arrivano quando stai cercando tutt’altro. Siffre voleva studiare un ghiacciaio. Ha inventato una scienza. Succede.
Ancora buon anno, si ricomincia!