Piper Rockelle ha aperto il suo account OnlyFans il primo gennaio 2026. In meno di 24 ore ha dichiarato di aver guadagnato 2,9 milioni di dollari. Aveva cominciato su YouTube a otto anni, arrivando a 12 milioni di iscritti con video di scherzi, sfide e contenuti pensati per coetanei. Nel mezzo: una causa da 22 milioni di dollari contro sua madre per presunti abusi, un documentario Netflix, la demonetizzazione del canale. Si: perché la storia di questa singola baby influencer contiene, compresso come un file zip, tutto quello che non funziona nel rapporto tra minori, piattaforme e denaro.
La sequenza dei fatti è nota. Quando Piper ha appena dieci anni, la madre Tiffany Smith le costruisce attorno la “Piper Squad”, un gruppo di ragazzini per produrre contenuti virali. I video accumulano milioni di visualizzazioni: sfide, scherzi, e i cosiddetti “crush content” che mettono in scena dinamiche sentimentali tra preadolescenti. Nel 2022 undici ex membri della Squad fanno causa: parlano di abusi emotivi, fisici e, in alcuni casi, sessuali. La causa si chiude nel 2024 con un patteggiamento da 1,85 milioni di dollari, senza ammissione di colpa. Smith nega tutto. Rockelle, intervistata da ABC News a febbraio 2026, dice di non aver mai assistito a nulla e di essere più vicina che mai a sua madre.
L’algoritmo come architetto di carriera
Vale la pena di fare una premessa “di merito”, prima di continuare: la storia di Rockelle non è un incidente. È un percorso che l’algoritmo di YouTube ha contribuito a disegnare, passo dopo passo. Le piattaforme premiano i contenuti che generano il maggior numero di interazioni: like, commenti, condivisioni, tempo di permanenza. Per un canale gestito da una bambina di otto anni, questo significa una cosa precisa: i video che funzionano di più sono quelli che spingono più in là il confine di ciò che è appropriato per l’età. L’algoritmo non giudica, misura. E quello che misura è generalmente l’engagement.
I “crush content” dello Squad ne sono un esempio concreto. Video in cui ragazzini simulano dinamiche romantiche, gelosie, baci: contenuti che generano reazioni forti (e quindi visibilità) proprio perché toccano un nervo scoperto nel pubblico. L’algoritmo li premia con più visualizzazioni, le visualizzazioni portano più entrate pubblicitarie, le entrate giustificano la produzione di contenuti ancora più spinti. È un ciclo che si autoalimenta e che, nel caso di Rockelle, ha funzionato per anni prima che qualcuno intervenisse.

Dalla demonetizzazione a OnlyFans: un percorso già scritto
Dopo la causa e il documentario Netflix Bad Influence: The Dark Side of Kidfluencing (aprile 2025), YouTube ha demonetizzato il canale di Rockelle. I brand hanno smesso di contattarla. L’ecosistema che l’aveva resa famosa l’ha scaricata, e lei si è trovata con un pubblico enorme (19 milioni di follower su TikTok, 6,6 milioni su Instagram) ma senza un modello di business. In un’intervista a Rolling Stone, la (ex) baby influencer ha detto una frase che vale più di qualsiasi analisi:
“Non avrò mai una buona reputazione. Non avrò mai una fedina pulita. E non la voglio nemmeno.”
La transizione verso OnlyFans, a quel punto, non è stata una scelta nel senso pieno della parola: è stata il passo successivo di un percorso in cui le opzioni si erano ridotte progressivamente. L’algoritmo aveva costruito un pubblico, quel pubblico era cresciuto insieme a lei, e l’unica piattaforma disposta a monetizzare la sua notorietà residua era quella dei contenuti per adulti. Prima ancora di compiere 18 anni, Rockelle frequentava la “Bop House“, una casa di creator OnlyFans fondata da Sophie Rain. Il tragitto, insomma, si era completato.
La timeline di Piper Rockelle
- 2016 (8 anni): primi video su YouTube, gestiti dalla madre Tiffany Smith
- 2018 (10 anni): nasce la “Piper Squad”, gruppo di baby influencer per contenuti virali
- 2022 (14 anni): 11 ex membri fanno causa per abusi. Richiesta danni: 22 milioni di dollari
- 2024 (16 anni): patteggiamento da 1,85 milioni, nessuna ammissione di colpa
- 2025: documentario Netflix Bad Influence, demonetizzazione di YouTube
- 1 gennaio 2026 (18 anni): apertura OnlyFans. Guadagno dichiarato primo giorno: 2,9 milioni di dollari
Baby influencer, un problema di sistema
Rockelle non è un caso isolato. Nel 2022, il mercato globale della pubblicità digitale destinata ai minori di 18 anni valeva 11 miliardi di dollari. Ryan Kaji, che ha debuttato su YouTube a tre anni, ne guadagna circa 30 milioni all’anno. Nastya, sei anni, sfiora i 100 milioni di iscritti. In Italia, i Me Contro Te (solo la “lei” del duo era minorenne all’inizio della carriera) superano i 7 milioni di iscritti: hanno generato film, merchandising e una piccola industria dell’intrattenimento per bambini. Alyssa, del canale “Silvia&Kids” ha compiuto 13 anni da qualche giorno, e già da 7 realizza video insieme alla sua mamma, Silvia Lonardo, con milioni di iscritti e contatti. Per quanto il panorama italiano sia al momento più “virtuoso”, restano diverse domande etiche senza risposta anche nello Stivale.

Sono numeri, quelli dei baby influencer, che descrivono un settore: non delle eccezioni. E a prescindere dalle diverse “carriere” il problema non è la fama in sé: è l’assenza di strutture che proteggano chi viene esposto prima di poter decidere.
La Francia ha introdotto una normativa specifica nel 2021, prevedendo che parte dei guadagni dei baby influencer venga vincolata fino ai 16 anni. L’Italia ci sta arrivando: un disegno di legge bipartisan presentato al Senato nel 2025 (prima firma: la senatrice Mennuni di Fratelli d’Italia, ma con l’appoggio anche del PD) prevede il divieto di account social sotto i 15 anni, un tetto di 12.000 euro annui ai guadagni dei baby influencer e l’obbligo di verifica dell’età tramite il portafoglio digitale europeo, atteso per giugno 2026.
Il Parlamento europeo, intanto, ha chiesto di portare l’età minima per i social a 16 anni e di vietare gli incentivi finanziari delle piattaforme verso i minori creator.

Baby influencer: le leggi rincorrono, l’algoritmo accelera
Quelle allo studio, almeno per come la vedo io, sono misure necessarie. Il punto è che arrivano dopo che il danno si è già prodotto, e che il meccanismo di fondo resta intatto. L’algoritmo continua a premiare i contenuti che generano più reazioni emotive. I bambini continuano a essere i soggetti più efficaci per questo tipo di contenuto, perché suscitano tenerezza, curiosità, identificazione. Il sistema di incentivi economici delle piattaforme continua a spingere i genitori (che spesso sono anche i produttori) verso contenuti sempre più estremi. Le leggi possono mettere paletti ai guadagni e all’età di accesso, ma non possono riscrivere la logica con cui un algoritmo distribuisce visibilità.
La Columbia University Law Review ha definito i Baby influencer (che chiama kidfluencer con una efficace crasi) una “zona grigia” del diritto del lavoro: di fatto lavorano, producono valore economico, generano fatturati, ma non sono considerati lavoratori. Non hanno contratti, non hanno tutele, non hanno orari regolamentati.
I loro genitori sono contemporaneamente datori di lavoro, manager e beneficiari dei guadagni. E le piattaforme, che controllano la distribuzione e la monetizzazione dei contenuti, non si considerano responsabili.
Quando e come ci cambierà la vita
Il ddl italiano sui baby influencer potrebbe diventare legge nel 2026, seguito dalle linee guida AGCOM sulle sponsorizzazioni con minori. Il portafoglio digitale europeo per la verifica dell’età è atteso per giugno 2026.
Ma il vero cambiamento dipenderà dalla capacità dei legislatori di intervenire non solo sull’accesso alle piattaforme, ma sulla logica algoritmica che trasforma i minori in generatori di contenuto. Finché l’engagement resterà l’unica metrica, il sistema continuerà a produrre casi come quello di Rockelle.
Approfondisci
Il tema dei baby influencer tocca questioni più ampie legate al rapporto tra piattaforme digitali e individuo. Leggi anche l’analisi del ddl italiano sulle tutele per i minori influencer. Per capire il contesto economico, può essere utile il reportage sulle dinamiche economiche di OnlyFans.
Piper Rockelle, nell’intervista ad ABC News, ha detto che non vuole una fedina pulita: forse è la cosa più onesta che potesse dire.
Perché la fedina, in un certo senso, non è mai stata la sua: l’hanno scritta un algoritmo, una madre e un sistema che non aveva previsto cosa succede quando un bambino smette di essere un bambino ma non smette di essere un prodotto.
