Lucy Hart passa le giornate a simulare come si muovono le molecole nell’atmosfera. Il suo laboratorio è a Lancaster, nord dell’Inghilterra, dove piove spesso. Ed è proprio dalla pioggia che è partita la sua scoperta: una pioggia chimica invisibile, fatta di acido trifluoroacetico, che sta cadendo su ogni metro quadro del pianeta da almeno vent’anni.
La fonte non sono fabbriche abusive o perdite industriali. Sono i gas che il mondo intero ha adottato per salvare lo strato di ozono. Un po’ come scoprire che la medicina prescritta dal dottore ha un effetto collaterale che nessuno aveva letto nel foglietto illustrativo.
La cura che produce pioggia chimica
Il team di Hart ha pubblicato su Geophysical Research Letters il primo calcolo globale di questa contaminazione. Tra il 2000 e il 2022, i gas sostitutivi dei CFC (quelli che distruggevano l’ozono) hanno depositato sulla superficie terrestre 335.500 tonnellate di acido trifluoroacetico, noto come TFA. Un incremento di 3,5 volte in poco più di vent’anni.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Lancaster University (capofila), University of Leeds, University of Urbino e altri 7 istituti internazionali
- Ricercatori principali: Hart, Hossaini, Chipperfield et al.
- Anno pubblicazione: 2026
- Rivista: Geophysical Research Letters
- DOI: 10.1029/2025GL119216
- TRL: 1 – Ricerca di base / modellazione atmosferica globale
Il meccanismo è questo: gli idroclorofluorocarburi (HCFC) e gli idrofluorocarburi (HFC) che usiamo nei frigoriferi, nei condizionatori, nelle schiume isolanti, finiscono nell’atmosfera. Lì si degradano. E il prodotto della degradazione è il TFA, un PFAS a catena corta (quelli che chiamiamo inquinanti eterni) che si dissolve nelle nuvole e ricade con la pioggia chimica. Ovunque. Anche dove non c’è nessun frigorifero nel raggio di migliaia di chilometri.
I ghiacci artici tengono il conto della pioggia chimica
Per verificare il modello, i ricercatori hanno confrontato le simulazioni con dati reali: carote di ghiaccio artico e campioni di acqua piovana raccolti in tutto il mondo. Il risultato è netto: praticamente tutto il TFA trovato nei ghiacci dell’Artico proviene dai gas sostitutivi dei CFC. Nessun’altra fonte spiega quei numeri.
Ecco, se qualcuno avesse ancora dubbi su quanto lontano arriva questa pioggia chimica: le emissioni partono dalle nostre città, i gas viaggiano per settimane nell’atmosfera, si decompongono e il TFA si deposita sulle calotte polari. Un viaggio chimico di migliaia di chilometri, senza biglietto di ritorno.
Alle medie latitudini (dove viviamo noi) la situazione si complica. Il modello non riesce a spiegare tutto il TFA misurato nell’acqua piovana: manca un pezzo. Hart e colleghi sospettano che il colpevole aggiuntivo sia l’HFO-1234yf, il refrigerante usato nei condizionatori delle auto. Quello ecologico, per intenderci. Si degrada in TFA molto più velocemente degli HFC, nel giro di giorni anziché anni, e lo deposita più vicino alle aree urbane.
Il picco? Deve ancora arrivare
Molti di questi gas rimangono nell’atmosfera per decenni. Il Protocollo di Montreal e l’Emendamento di Kigali ne stanno riducendo l’uso, certo. Ma il TFA continuerà a formarsi dal gas già presente per anni, forse generazioni. Lo studio stima che il picco annuale di produzione atmosferica di pioggia chimica da queste fonti potrebbe arrivare in qualsiasi momento tra il 2025 e il 2100. Una finestra di 75 anni. Non esattamente rassicurante.
Il TFA in numeri: il deposito globale è cresciuto da 6,8 gigatonnellate/anno nel 2000 a 21,8 nel 2022. L’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche lo considera tossico per la vita acquatica. Le autorità tedesche ne hanno proposto la classificazione come tossico per la riproduzione.
È stato rilevato nel sangue umano, nel latte materno e nelle urine. In Europa, il TFA è presente nel 94% dell’acqua di rubinetto analizzata.

Cris Halsall, direttore del Lancaster Environment Centre, ha aggiunto un dettaglio che rende il quadro ancora più chiaro e ampio: finora il TFA era considerato soprattutto un sottoprodotto dei pesticidi fluorurati. Questa ricerca dimostra che arriva da una famiglia molto più ampia di sostanze chimiche (refrigeranti, solventi, farmaci, PFAS in generale). La pioggia chimica eterna ha molti rubinetti aperti.
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Stefan Reimann, co-autore dello studio e ricercatore in Svizzera, riassume la questione con una frase che vale più di qualsiasi allarmismo: «Ovunque si misuri il TFA, la fotografia è la stessa: concentrazioni in aumento, deposizioni in crescita».
Non serve aggiungere aggettivi, e i numeri fanno già abbastanza rumore. Il problema è che la pioggia chimica, quella vera, di rumore non ne fa.