Oggi, 24 febbraio 2026, un razzo alto 98 metri torna indietro verso il capannone da cui era partito cinque settimane fa. Il razzo SLS della NASA, con la capsula Orion in cima, percorre a passo d’uomo i sei chilometri e mezzo che separano la rampa 39B dal Vehicle Assembly Building del Kennedy Space Center. È la seconda volta che lo fa per la missione Artemis II, la prima con equipaggio dal 1972 destinata a circumnavigare la Luna. Doveva partire il 6 febbraio. Poi a marzo. Adesso si parla di aprile, forse. Se tutto va bene.
Il fatto è questo: non è un singolo ritardo, ma inizia a somigliare un po’ troppo da vicino ad uno schema. E gli schemi, quando si ripetono abbastanza a lungo, smettono di essere incidenti: diventano sintomi.
Otto volte indietro
Tra Artemis I e Artemis II, la NASA ha collezionato otto tra prove generali fallite e lanci cancellati. Otto volte in cui qualcosa non ha funzionato al momento giusto. I “colpevoli” si ripetono con una fedeltà quasi imbarazzante: perdite di idrogeno liquido alla connessione tra rampa e razzo, e problemi di elio nello stadio superiore ICPS. Un po’ come un’auto che ogni volta che la porti dal meccanico ha lo stesso rumore, e ogni volta ti dicono che l’hanno risolto.
La sequenza per Artemis II è stata questa: prima prova generale il 2 febbraio, interrotta per una perdita di idrogeno. Sostituzione guarnizioni. Seconda prova il 19 febbraio, riuscita. Ventisei ore dopo, il flusso di elio verso lo stadio superiore si interrompe. Il 21 febbraio l’amministratore NASA Jared Isaacman scrive su X che la finestra di marzo è saltata. Il 24 (oggi) inizia il rollback. L’equipaggio è stato fatto uscire dalla quarantena e rispedito a Houston.
Ecco, i rischi di Artemis non sono più solo tecnici. Sono cumulativi.
Il precedente che pesa
Nel 2022, Artemis I ebbe un problema quasi identico: una valvola di non ritorno nell’ICPS impediva il flusso corretto di elio. La riparazione richiese cinque settimane di lavoro e un’estate di ulteriori verifiche. Il lancio avvenne solo a novembre, quasi sette mesi dopo il primo tentativo. E quella era una missione senza equipaggio: nessun astronauta a bordo, nessuna pressione sulla sicurezza del rientro.
Se il copione si ripete (e per ora lo sta facendo con precisione incredibile), le cinque settimane di riparazione portano a fine marzo. Poi servono il ritorno alla rampa, almeno un mini-test di caricamento propellenti e la verifica che il viaggio di andata e ritorno non abbia danneggiato nulla. La finestra di aprile (1-6, poi il 30) diventa stretta. Un’altra prova fallita o una riparazione più lunga del previsto spingerebbe tutto a maggio o giugno. E poi?
Rischi Artemis: l’orologio politico
Se superiamo maggio-giugno la faccenda si complica, perché i rischi di Artemis non sono soltanto tecnici, e non si misurano solo in valvole e guarnizioni ma in calendari elettorali, budget del Congresso e… Conferenze stampa di Pechino.
L’amministrazione Trump ha fatto del ritorno sulla Luna un obiettivo di bandiera. Un ordine esecutivo del dicembre 2025 fissa l’allunaggio al 2028 (che guarda caso è anche l’anno delle prossime presidenziali americane). La nomina di Isaacman (imprenditore, ex SpaceX, non esattamente un burocrate NASA della vecchia scuola) alla guida dell’agenzia puntava ad accelerare. Ogni mese di ritardo erode il capitale politico investito nel programma.
Nel frattempo, la Cina prepara Chang’e 7 per il 2026: esplorazione del polo sud lunare e test della capsula Mengzhou per missioni con equipaggio. Se Artemis II non vola entro quest’anno, Pechino potrebbe presentarsi al tavolo della corsa lunare con risultati concreti mentre Washington è ancora ferma al capannone di montaggio.
Ogni mese di stallo costa centinaia di milioni di dollari in personale, manutenzione della rampa e costi fissi. Il budget federale 2026 indirizza già i fondi verso alternative commerciali. Insomma: i rischi di Artemis hanno un prezzo, e qualcuno prima o poi presenterà il conto.
Lo scudo termico, il rischio che nessuno vuole calcolare
I ritardi al lancio, per quanto frustranti, sono il problema minore. Quello maggiore ha un nome tecnico: Avcoat. È il rivestimento ablativo dello scudo termico della capsula Orion, quello che dovrebbe proteggere i quattro astronauti durante il rientro a 40.000 km/h nell’atmosfera terrestre. Durante il rientro di Artemis I (senza equipaggio) nel 2022, lo scudo si è comportato in modo imprevisto: invece di carbonizzarsi uniformemente, ha perso pezzi irregolari e si è crepato. La NASA ha indagato per mesi e ha concluso che il problema era la traiettoria di rientro, non il materiale. La soluzione: cambiare l’angolo, esponendo lo scudo a temperature più intense ma per meno tempo.
Charlie Camarda, ex specialista di missione con tre lauree in ingegneria che volò sullo Shuttle Discovery nel 2005, ha definito questa scelta “una follia”. Danny Olivas, ex astronauta nel team di revisione indipendente, inizialmente scettico, si è convinto dopo aver visto i dati. Ne abbiamo parlato approfonditamente qualche settimana fa, sottolineando un dato di fatto: la nuova traiettoria non è stata testata su questo hardware specifico.
Alcuni esperti stimano il rischio catastrofico tra 1 su 5 e 1 su 50. Sono numeri che, se accurati, rendono i rischi di Artemis non una pura ipotesi giornalistica, ma una questione di sopravvivenza per quattro persone. E per il programma stesso: una perdita dell’equipaggio cancellerebbe SLS e Orion all’istante, senza discussioni. Bene fa, dunque, la NASA ad andarci coi piedi di piombo: solo che, come detto, la nave per SLS sta partendo in ogni caso.
I numeri della missione Artemis II
- Altezza razzo SLS: 98 metri
- Costo stimato per missione Artemis: 4,1 miliardi di dollari
- Test falliti o cancellati (Artemis I + II): 8 totali
- Temperatura rientro capsula Orion: 2.760°C
- Velocità rientro: 40.000 km/h
- Equipaggio: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch (NASA) e Jeremy Hansen (CSA)
- Prossima finestra di lancio: 1-6 aprile 2026 (ottimistica)
Gli scenari, da qui in avanti
Speculiamo, perché a questo punto è necessario: ecco i percorsi possibili, dal più ottimistico al più drastico.
Se la riparazione è rapida e lineare (sostituzione in tre settimane), il razzo SLS torna alla rampa a fine marzo, supera un mini-test e vola nella finestra del 1-6 aprile. Possibile, ma tempi stretti. Se serve un intervento più profondo (come nel 2022), si parla di cinque-sei settimane minimo: il lancio slitta al 30 aprile o a maggio-giugno.
Se si aggiunge un’altra prova generale fallita o un nuovo rinvio in fase di lancio (e la storia suggerisce che la probabilità non è trascurabile), il 2026 potrebbe chiudersi senza che Artemis II abbia mai lasciato la Florida. A quel punto succederebbero cose interessanti.
Tre o più guasti criogenici consecutivi sullo stesso veicolo farebbero scattare un full stand-down e una revisione indipendente (modello Columbia). A quel punto si riaprirebbero tutti i dossier: scudo termico, bulloni di separazione, qualità Boeing (si, ho detto Boeing). Il Congresso americano e Isaacman avrebbero la copertura politica per dire “acceleriamo la transizione” verso SpaceX Starship e altri veicoli commerciali.
Lo scenario più probabile, in quel caso? Artemis II volerebbe comunque (l’hardware è costruito, il traguardo troppo prezioso per buttarlo via), ma forse nel 2027. Artemis III, invece (l’allunaggio vero e proprio) verrebbe ridisegnata da zero: Orion e SLS fuori, Starship come trasporto completo dalla Terra alla Luna, con Dragon come backup per il trasferimento equipaggio. Blue Origin e il suo lander Blue Moon come alternativa. Il programma sopravviverebbe, il razzo no.
Capite perché il fattore tecnico non è l’unica incognita, e forse neanche una delle peggiori, per le tempistiche di questa missione?
Il paradosso del razzo più potente del mondo
C’è qualcosa di profondamente ironico in tutta questa storia. Il razzo SLS è il lanciatore più potente mai costruito dalla NASA: 39 milioni di newton di spinta, capace di mandare 27 tonnellate verso la Luna con un solo lancio. Usa motori RS-25 ereditati dallo Space Shuttle, un’architettura collaudata in decenni di voli. Eppure ogni volta che deve partire, qualcosa perde. Idrogeno, elio, tempo.
Nel frattempo, a Boca Chica, SpaceX sta preparando la versione 3 del Super Heavy Booster. Se i lanci di marzo e aprile vanno come previsto, Starship raggiungerà il recupero completo e la riusabilità dimostrabile entro la primavera. Un razzo che costa una frazione di SLS, progettato per essere rilanciato, non restaurato.
Non è che un sistema sia buono e l’altro cattivo. È che uno dei due è figlio di un’epoca in cui i razzi si usavano una volta e si buttavano, e l’altro è figlio di un’epoca in cui si recuperano e si rilanciano. La missione Artemis è a cavallo tra queste due ere, e la tensione si vede.
Quando e come ci cambierà la vita
Se Artemis II vola entro il 2026, il programma lunare americano mantiene credibilità e finanziamenti per l’allunaggio del 2028. Se slitta al 2027 o peggio, la transizione verso veicoli commerciali (Starship in primis) accelera di 2-3 anni, ridisegnando l’architettura del ritorno sulla Luna e potenzialmente tagliando i costi per missione dell’80%. In entrambi i casi, sulla Luna ci si torna. La domanda è con quale razzo, a quale prezzo, e chi ci arriva prima.
Approfondisci
Ti interessa il programma lunare? Leggi anche il nostro approfondimento sui rinvii della missione Artemis II e scopri perché lo scudo termico di Orion preoccupa gli esperti. Per il quadro completo dei ritardi del programma, c’è anche la storia dello slittamento di un anno annunciato nel 2024.
Il razzo più potente del mondo torna nel suo capannone. La Luna, intanto, continua a orbitare. Non ha fretta. I bilanci del Congresso, gli orologi delle presidenziali e le valvole criogeniche, invece, sì. Qualcuno dovrà decidere prima che il tempo decida per tutti. E il tempo, quando si tratta di razzi che perdono elio, non è mai dalla parte di chi aspetta.