Dieci chilometri in alto, su nel cielo, primavera 2020: il traffico aereo si è fermato per i motivi che conosciamo tutti. Laggiù, sulla Terra, le autostrade sono vuote, le ciminiere industriali spente. Anche l’atmosfera registra gli effetti di questo silenzio umano: meno 40% di ossidi di azoto in poche settimane.
Eppure, quella pausa forzata per il COVID ha un effetto collaterale che nessuno ha previsto. I radicali ossidrile, minuscole molecole ossidanti che normalmente spazzano via metano e altri inquinanti, dipendono proprio da quei composti tossici per formarsi. Senza ossidi di azoto (NOx), la produzione di ossidrile (OH) crolla. E il metano atmosferico, che ha un periodo di permanenza di circa 10 anni, inizia ad accumularsi senza controllo.
Nel 2020 la concentrazione cresce di 16,2 parti per miliardo: il doppio del trend decennale precedente. I satelliti rilevano l’anomalia, gli scienziati cercano spiegazioni. Ci vorranno cinque anni e modelli atmosferici complessi per capire cosa è davvero successo durante quei mesi di lockdown planetario. E io, a dirla tutta, ancora non afferro.
La molecola che pulisce l’atmosfera
Ecco, ammetto la mia perplessità: la chimica atmosferica non è il mio campo, e questo studio pubblicato su Science il 5 febbraio 2025 richiede una preparazione che non ho. Posso raccontarvi il meccanismo base, ma per le sfumature tecniche chiedo il vostro aiuto nei commenti.
I radicali ossidrile (OH) sono, per dirla con Euan Nisbet della Royal Holloway University, gli eroi silenziosi dell’atmosfera la “molecola di pulizia” del pianeta. Riescono ad ossidare il monossido di carbonio, trasformandolo in CO2. Aggrediscono il metano atmosferico, strappandogli atomi di idrogeno finché non diventa anch’esso anidride carbonica. Un po’ come il sistema immunitario, ma per l’aria.
Il problema? Questi radicali si formano a partire dagli ossidi di azoto (NOx), gli stessi composti tossici che escono dai tubi di scappamento e dalle ciminiere industriali. Meno NOx in atmosfera significa meno radicali OH disponibili. E senza OH, il metano atmosferico resta lì, intrappolato per anni.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Laboratoire des Sciences du Climat et de l’Environnement (Francia) + consorzio internazionale
- Ricercatori principali: Philippe Ciais et al.
- Anno pubblicazione: 2025
- Rivista: Science
- DOI: 10.1126/science.adx8262
- Metodologia: Dati satellitari, modelli di inversione, analisi isotopica carbonio-12/carbonio-13
Metano atmosferico: il picco da chimica e paludi
Nel loro studio, i ricercatori hanno combinato tre approcci: misurazioni satellitari delle molecole precursori degli OH, modelli atmosferici basati su emissioni e venti, e analisi degli isotopi del carbonio per distinguere fonti biologiche da quelle fossili. Risultato: l’83% del picco di metano atmosferico nel 2020 è attribuibile alla riduzione della capacità di pulizia atmosferica. Non a nuove emissioni, ma al fatto che il sistema di smaltimento naturale si era temporaneamente spento.
Il restante 17%? Zone umide tropicali. Tra 2020 e 2023, una “Niña” particolarmente intensa ha allagato vaste aree dell’Africa orientale, dal bacino del Nilo al Sud sudanese: uno dei sistemi di paludi più produttivi al mondo. Acqua calda più materia organica in decomposizione uguale metano atmosferico in abbondanza. I rapporti isotopici carbonio-12/carbonio-13 lo confermano (la biologia preferisce il carbonio più leggero, i combustibili fossili no).
Il ritorno alla normalità? Solo nel 2023
Insomma: solo tre anni dopo, nel 2023, con la fine della pandemia e il ritorno delle attività industriali anche i livelli di metano atmosferico si sono stabilizzati ai ritmi pre COVID. Gli ossidi di azoto sono tornati in atmosfera, i radicali OH hanno ripreso a fare il loro lavoro, il sistema di pulizia ha recuperato efficienza.
Ma resta una domanda che mi inquieta (e su cui davvero non ho gli strumenti per rispondere da solo): se la decarbonizzazione richiede meno combustioni fossili, meno NOx, e quindi meno radicali OH disponibili, come gestiamo il metano atmosferico nel frattempo? La mia domanda ignorante: una parte del nostro sistema ambientale dipende dalla nostra attività di inquinare? Mi sembra un controsenso.
Nisbet lo dice chiaro: passare a energie pulite resta prioritario, perché la CO2 persiste molto più a lungo in atmosfera. Ma il metano atmosferico ha un ciclo di dieci anni, è trenta volte più potente come gas serra, e ci sta dicendo che “c’è qualcosa di grosso in corso”. Le fonti biologiche si stanno attivando, i feedback climatici stanno entrando in gioco.
Vabbè, io ho fatto quello che potevo: raccontarvi la scoperta, ammettere i miei limiti, passarvi i dati. Se c’è qualcuno tra voi con competenze in chimica atmosferica o climatologia, i commenti sono aperti.
Perché questa storia del metano atmosferico che raddoppia quando l’aria si pulisce mi sembra un campanello d’allarme che merita più attenzione di quanta ne stia ricevendo.
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