Roma, Camera dei Deputati, febbraio 2026. Un medico si siede davanti alle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive e dice qualcosa che nessuno dei presenti voleva sentire. Giovanni Ghirga, del comitato scientifico di ISDE Italia (Medici per l’Ambiente), non parla di scorie, non parla di costi, non parla di referendum. Parla di guerra. E di come i mini reattori nucleari modulari che l’Italia vuole disseminare sul territorio potrebbero trasformarsi, in caso di conflitto, nel peggior regalo fatto a un eventuale aggressore.
Lo sapete bene anche voi: l’Europa si sta riarmando. I budget della difesa salgono ovunque, la deterrenza è tornata un tema tanto diffuso da conversarci al bar, e ogni governo si affanna a dimostrare che può proteggersi. Nel frattempo, lo stesso continente progetta di spargere sul proprio territorio decine (centinaia, se contiamo tutti i Paesi) di impianti nucleari di piccola taglia. Ghirga ha posto la domanda che andava posta, secondo me. E la domanda è: ha senso blindare la porta di casa e poi riempire il giardino di barili di benzina? Vediamo.
Il paradosso della sicurezza nucleare coi mini reattori
Gli SMR (Small Modular Reactors) sono la grande scommessa del nucleare di nuova generazione. Mini reattori piccoli come container, modulari, producibili in serie, con sistemi di sicurezza passiva che (sulla carta) li rendono incapaci di fondere. L’Italia ne vuole tra 30 e 40, secondo le stime circolate nei mesi scorsi. La newco Nuclitalia (Enel, Leonardo, Ansaldo Energia) è nata a inizio 2025 proprio per questo. Edison lavora con EDF sui reattori Nuward. Newcleo sviluppa prototipi a piombo liquido. Il disegno di legge sul nucleare sostenibile è in discussione. Tutto procede, insomma, un po’ con basso profilo per evitare polemiche: e, nel caso, ci sono sempre tanti “avvocati” famosi e non pronti a rinforzare l’opinione pubblica.
Ma il punto di Ghirga non riguarda la tecnologia, badate bene. Anche noi abbiamo trattato il tema degli SMR, non siamo “luddisti” o contrari a prescindere. Il punto, vi dicevo, è la geografia. Trenta reattori sparsi per il Paese significano trenta punti che un nemico (o un gruppo ostile, o un attacco cyber ben piazzato) può prendere di mira. Non serve nemmeno colpirli davvero: basta minacciare di farlo. La sicurezza nucleare, in tempo di pace, è un problema ingegneristico. In tempo di crisi diventa un problema strategico, psicologico, politico. Un po’ come avere trenta ostaggi distribuiti sul territorio, ciascuno con il suo perimetro da proteggere, ciascuno con il suo potenziale di panico collettivo.
Nucleare, sicurezza passiva contro attacco attivo
I sostenitori dei reattori modulari ripetono un mantra: quello della sicurezza passiva. In caso di guasto, l’SMR si spegne da solo. Niente intervento umano, niente pompe d’emergenza, niente Fukushima. È vero. La Cina l’ha dimostrato con il reattore HTR-PM: una volta spento, si è raffreddato in 35 ore senza che nessuno toccasse un pulsante. Bello.
Ghirga ha fatto notare, però, un dettaglio che i comunicati stampa omettono con una certa eleganza: i sistemi di sicurezza passiva sono progettati per gestire guasti accidentali. Non attacchi deliberati e coordinati. La differenza è la stessa che passa tra un incidente stradale e un’imboscata. Nel primo caso le cinture di sicurezza ti salvano. Nel secondo, il problema non è la cintura.
Scheda dell’audizione
- Relatore: Dott. Giovanni Ghirga, ISDE Italia (Medici per l’Ambiente)
- Sede: Camera dei Deputati, Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive
- Oggetto: Audizione sui progetti di legge delega per il nucleare sostenibile
- Data: Febbraio 2026
- Contesto: Ciclo di audizioni sul Ddl delega nucleare, valore stimato del piano: 50 miliardi di euro PIL aggiuntivo
- Link fonte: Energia Oltre, 9 febbraio 2026
30 mini reattori, 30 bersagli
L’audizione di Ghirga si è concentrata su tre aspetti. Il primo è il rischio di coercizione: la sola presenza di siti nucleari sul territorio dà a un avversario una leva di pressione enorme, anche senza sparare un colpo. L’Ucraina lo sa bene. La centrale di Zaporizhzhia è diventata il teatro di una partita di nervi che dura da anni, con l’AIEA che fa la spola tra le linee e il mondo che trattiene il fiato ogni volta che un drone passa troppo vicino.
Il secondo aspetto riguarda il paradosso strategico vero e proprio. L’Europa investe miliardi per rafforzare la difesa e ridurre la vulnerabilità del territorio. Nello stesso momento, progetta di moltiplicare i punti sensibili da proteggere. È come comprare un’armatura e poi cospargersi di bersagli fluorescenti. Ogni mini reattore SMR richiede un perimetro di sicurezza, personale specializzato, sistemi di sorveglianza. Moltiplicatelo per trenta. I costi di protezione militare di una rete nucleare diffusa non compaiono mai nelle analisi costi-benefici dei reattori modulari. Strano, no?
Il terzo punto è quello che forse preoccupa di più: la cybersicurezza. I mini reattori SMR, per loro natura, dipendono da sistemi digitali di controllo e monitoraggio remoto molto più dei reattori tradizionali. Più digitalizzazione significa più superficie d’attacco. E gli attacchi informatici alle infrastrutture critiche non sono fantascienza: sono cronaca. Stuxnet ha sabotato le centrifughe nucleari iraniane nel 2010. Da allora le capacità offensive nel cyberspazio sono cresciute di qualche ordine di grandezza.
Il nucleare non è solo energia
Ghirga ha detto una cosa che meriterebbe di essere stampata e appesa negli uffici di chi scrive le leggi: il nucleare non può essere valutato esclusivamente come tecnologia energetica o climatica. In scenari di instabilità, le installazioni nucleari si trasformano da infrastrutture civili in elementi di pressione strategica e psicologica. Anche senza incidenti. Anche senza rilasci radioattivi. La sola percezione del rischio basta a paralizzare decisioni, evacuare città, condizionare scelte politiche.
Non è che l’argomento della nucleare sicurezza energetica sia sbagliato. Le bollette italiane sono cresciute del 29% (elettriche) e del 70% (gas) rispetto al pre-Covid, come ha ricordato Giovanni Acampora di Confcommercio nella stessa tornata di audizioni. Edison, Confcommercio, la stessa Confindustria vedono nei mini reattori SMR lo strumento per ridurre la dipendenza dal gas e tenere in piedi un tessuto produttivo che annaspa. Il piano vale 50 miliardi di PIL aggiuntivo e 120.000 posti di lavoro al 2050. Numeri importanti. Numeri che però non includono una voce: “costo di protezione in caso di conflitto”.
Mini reattori: la domanda che manca nel Ddl nucleare
C’è un aspetto che rende l’intervento di Ghirga diverso dalle solite obiezioni al nucleare. Non parla di Chernobyl, non agita lo spettro delle scorie (anche se il problema resta enorme), non cita i referendum. Pone una domanda di coerenza strategica che il legislatore non ha ancora affrontato. Come abbiamo già scritto, dietro la corsa ai reattori modulari civili si intrecciano interessi militari, industriali e geopolitici che raramente emergono nel dibattito pubblico.
La conclusione dell’audizione ha chiesto esplicitamente che le valutazioni politiche sugli SMR includano le dimensioni di sicurezza, conflitto, coercizione e cybersicurezza. Non come appendice, ma proprio come capitolo centrale dell’analisi. Fino a oggi, il Ddl delega nucleare non lo fa. I fondi stanziati per il triennio 2027-2029 (circa 20 milioni annui, secondo quanto dichiarato dall’AIN) sono già giudicati insufficienti per le infrastrutture di base. Figurarsi per una strategia di protezione militare dei siti.
L’Italia sta decidendo oggi l’infrastruttura energetica dei prossimi sessant’anni. Lo fa parlando di bollette, emissioni, competitività. Tutte cose vere. Tutte cose urgenti. Ghirga ha aggiunto un elemento alla lista: e se tra vent’anni quei trenta reattori diventassero non una risorsa, ma un vincolo? Non una forza, ma una debolezza? La domanda resta lì, senza risposta, nelle stanze della Camera. Un po’ come le scorie: nessuno sa bene dove metterla.
Quando e come ci cambierà la vita
I primi mini reattori SMR operativi in Italia non arriveranno prima del 2035-2040, secondo le stime più ottimistiche. La legge delega, se approvata, darà al governo 24 mesi per scrivere le regole. Poi serviranno anni per autorizzazioni, costruzione, messa in esercizio. In questo arco temporale, il contesto geopolitico europeo potrebbe cambiare radicalmente (in meglio o in peggio). La domanda sollevata da Ghirga riguarda esattamente questo: le decisioni prese oggi vincolano il Paese per sessant’anni. Includere la variabile “conflitto” nell’equazione non è allarmismo, ma buon senso strategico.
Approfondisci
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