Un rotolo di nastro adesivo costa meno di due euro. Una Raspberry Pi HQ Camera, qualche strato di isolante sopra al sensore e nessun obiettivo: questo è l’hardware della ScotchCam, l’esperimento di Okooptics che ha rimesso in discussione qualcosa che diamo per scontato da quando esiste la fotografia. L’immagine che ne esce è, inizialmente, una nebbia. Poi arrivano gli algoritmi: calcolano la “distorsione” provocata dal nastro adesivo, invertono il processo ottico e ricostruiscono la scena. La fotografia computazionale non smette di sorprendere.
Il progetto nasce ispirandosi al lavoro della professoressa Laura Waller di Berkeley e al suo DiffuserCam: l’idea che le lenti non siano l’unico modo per vedere. Il nastro adesivo disperde la luce in modo caotico ma deterministico, lasciando sul sensore una firma univoca per ogni punto luminoso della scena. Una firma che un computer, con le equazioni giuste, sa leggere al contrario.
Come funziona il nastro adesivo al posto delle lenti
Il meccanismo è più elegante di quanto sembri. Un nastro adesivo trasparente, applicato direttamente sul sensore, agisce da diffusore: ogni raggio di luce che lo attraversa viene deviato in modo prevedibile (e calcolabile). Conoscendo questa deviazione (la cosiddetta point spread function) un algoritmo riesce a ricostruire la scena originale partendo da quello che sembra puro rumore visivo. È lo stesso principio con cui i radiotelescopi ricostruiscono immagini di oggetti lontanissimi da segnali debolissimi. Solo che qui il budget è quello di un sabato al Brico.
Il processo in tre passi: il nastro adesivo disperde la luce sul sensore creando un pattern caotico; si misura la point spread function (PSF) del nastro specifico usato; un algoritmo di deconvoluzione matematica inverte il processo e ricostruisce la scena. L’hardware totale, Raspberry Pi inclusa, costa meno di 80 euro.
Nastro adesivo, fotocamere piatte e superfici che guardano
Fino ad ora penserete che questo è un tutorial scrauso. No, per niente: qui si parla sempre di futuro, lo sapete. Il salto mentale che vale la pena fare è questo: se la fotografia computazionale può sostituire le lenti con un materiale banale, le fotocamere possono diventare praticamente invisibili. Sottili come adesivi, integrate in superfici, cucite nei tessuti. Un finestrino, una parete, la cover di uno smartphone: tutto diventa potenzialmente un sensore. I campi di applicazione concreti sono già in discussione: microscopia biomedica (dove gli obiettivi tradizionali sono ingombranti), imaging spaziale, droni ultraleggeri e dispositivi medicali impiantabili. Il nastro adesivo è il proof of concept più economico di questa direzione, non il prodotto finale.
C’è poi il però, e vale la pena dirlo. Una tecnologia che permette di costruire fotocamere funzionanti con pochi euro e zero componenti riconoscibili apre scenari non tutti rassicuranti. Se oggi individuare una telecamera nascosta è già difficile, domani potrebbe diventare quasi impossibile: qualunque superficie potrebbe nascondere un sensore attivo. Gli stessi algoritmi di ricostruzione che estraggono immagini dal rumore possono essere manipolati per produrre artefatti visivi convincenti. La fotografia computazionale ha già cambiato il rapporto tra catturare e costruire un’immagine: questo è il passo successivo, e porta con sé le stesse ambiguità.
Insomma: il futuro della visione digitale potrebbe non avere lenti. Solo matematica, sensori economici e qualche centimetro di nastro adesivo. Chissà chi deciderà come usare e dove posizionare queste superfici che vedono: e in alcuni casi, chissà se lo sapremo mai.
Approfondisci
Ti interessa il futuro dell’imaging digitale? Leggi anche il futuro della fotografia è solo computazionale. Oppure scopri cosa succede quando 500 megapixel incontrano il riconoscimento facciale per capire fin dove arriva la tensione tra tecnologia e privacy visiva.