Dei ricercatori prendono delle cellule che aiutano i tumori a crescere, le rieducano in laboratorio in sette giorni, e poi le usano per riparare il midollo spinale. La logica sembra rovesciata (e in un certo senso lo è): la stessa terapia cellulare che di norma indica un nemico diventa, cambiato il contesto, un alleato inaspettato.
Questo è, in breve, quello che ha scoperto Hemera, lo spin-off dell’Università di Verona e della Statale di Milano che si è guadagnato la copertina di Immunity, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo nel campo dell’immunologia.
È un riconoscimento che il campo scientifico riserva raramente e con parsimonia. E la scoperta alla base di questa terapia cellulare è, oggettivamente, una di quelle cose che fanno alzare un sopracciglio anche agli scettici professionisti. Provo a spiegarmi meglio.
Macrofagi: dal tumore al nervo
I macrofagi sono cellule del sistema immunitario con una reputazione ambivalente. Nel contesto dei tumori, vengono “educati” dall’ambiente canceroso e diventano complici della crescita tumorale, favorendo la formazione di nuovi vasi sanguigni e proteggendo le cellule malate dall’attacco immune. Non esattamente dei buoni. Il team guidato da Ilaria Decimo, Francesco Bifari, Massimo Locati e Guido Fumagalli ha osservato questi meccanismi per anni, e a un certo punto si è fatto una domanda scomoda: e se quella stessa capacità di far crescere tessuti si potesse usare altrove?
La risposta, pubblicata ora su Immunity, è sì: in un ambiente patologico diverso, i macrofagi opportunamente “rieducati” in vitro possono stimolare la ricrescita del tessuto nervoso. E i ricercatori lo hanno dimostrato su modelli sperimentali di lesione grave e completa del midollo spinale.
I macrofagi così preparati hanno favorito il recupero motorio, ridotto la spasticità, migliorato la sopravvivenza dei neuroni e promosso la ricrescita degli assoni (le “fibre” che trasmettono gli impulsi nervosi). In più, hanno contribuito a formare nuovi vasi sanguigni e a rompere la cisti fibrotica che normalmente divide in due monconi il midollo danneggiato.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Università di Verona, Università Statale di Milano, IRCCS Istituto Clinico Humanitas + network internazionale (UCL, Francis Crick Institute, Helmholtz Centre)
- Ricercatori principali: Decimo et al. (prima autrice: Sissi Dolci)
- Anno pubblicazione: Febbraio 2026
- Rivista: Immunity (Cell Press)
- TRL (Technology Readiness Level): 4 — Validazione in modelli animali, in attesa di trial clinico Fase 1-2 (2027)
Cosa è REMaST e come funziona la terapia cellulare
La terapia cellulare sviluppata da Hemera si chiama REMaST (Regenerative Educated Macrophage Self Transplantation). Il procedimento parte da un prelievo di sangue del paziente: da lì si isolano i macrofagi, che vengono esposti per 7 giorni a condizioni che riproducono il microambiente ostile tipico della crescita tumorale. Questo “addestramento” porta le cellule a esprimere al massimo le loro capacità riparative: crescita neuronale, rimodellamento della matrice extracellulare, angiogenesi, ossigenazione dei tessuti, rafforzamento immunitario e capacità di migrare verso il sito della lesione.
Una volta re-inoculati in prossimità del midollo spinale danneggiato, i macrofagi “educati” riorganizzano l’ambiente locale, che in una lesione spinale acuta diventa rapidamente ostile a qualsiasi tentativo di rigenerazione. Ed è proprio questo ambiente tossico (in senso biologico) il motivo per cui, fino a oggi, le lesioni spinali gravi restavano irreversibili.
C’è un dettaglio che vale la pena sottolineare: la terapia cellulare REMaST è autologa, cioè usa le cellule del paziente stesso. Questo riduce il rischio di rigetto e semplifica il percorso regolatorio, anche se non elimina le complessità produttive. Ogni trattamento va personalizzato, il che significa che non sarà mai una pillola da banco.
Le cellule staminali, il vicolo cieco e la svolta
Per decenni, la ricerca sulle lesioni spinali si è concentrata sulle cellule staminali neurali, nell’idea che iniettarle nel sito della lesione potesse riparare il danno. I risultati, come spiega lo stesso Guido Fumagalli, sono stati deludenti: un vicolo cieco. Il problema non era la mancanza di cellule rigenerative, ma l’ambiente locale che le rendeva inefficaci, se non addirittura controproducenti.
L’approccio di Hemera ribalta la prospettiva: invece di portare nuove cellule nel sistema nervoso, lavora sull’ambiente che circonda la lesione. I macrofagi non sostituiscono i neuroni mancanti; preparano il terreno perché quelli esistenti possano sopravvivere e ricrescere. Un po’ come non ricostruire una casa distrutta, ma bonificare prima il suolo su cui dovrebbe sorgere.
Per chi vuole approfondire il panorama generale delle terapie per il midollo spinale, questo articolo sulle staminali di Yale mostra il percorso parallelo che la ricerca ha seguito negli anni precedenti. Approcci diversi, stesso obiettivo.
Hemera: dai laboratori alla clinica
Hemera non è più solo un progetto di ricerca: è una società con un brevetto europeo (esteso in 13 Paesi, tra cui USA e Giappone), l’Orphan Drug Designation dell’EMA (riconoscimento riservato alle terapie per malattie rare ad alto bisogno non soddisfatto) e un pre-seed da 3 milioni di euro alle spalle. La fase successiva è un round seed da 10 milioni per avviare il trial clinico.
Il programma clinico prevede due fasi: la prima, dedicata a sicurezza e dosaggio, coinvolgerà sei pazienti; la seconda, incentrata sull’efficacia, ne prevede circa venti. Inizio atteso entro il 2027. In caso di risultati positivi, la procedura europea PRIME potrebbe accelerare l’iter regolatorio, avvicinando l’arrivo sul mercato.
Quando e come ci cambierà la vita
Se il trial clinico del 2027 produrrà risultati positivi, la terapia cellulare REMaST potrebbe ottenere l’approvazione europea entro i primi anni 2030. Il target iniziale sono le lesioni spinali acute gravi (nelle prime settimane dal trauma): circa 75.000 persone vivono in Italia con questo tipo di disabilità, e ogni anno si aggiungono oltre mille nuovi casi.
La prospettiva a lungo termine è applicare la stessa piattaforma a ictus ischemici, traumi cerebrali e fibrosi cardiaca, condizioni che condividono lo stesso problema di fondo: un ambiente locale che impedisce la rigenerazione.
Il limite principale, nel breve periodo, è l’accessibilità. Una terapia cellulare autologa richiede strutture specializzate, personale qualificato, protocolli produttivi certificati. Non è né economica né semplice da distribuire su larga scala. Il percorso verso la clinica è ancora lungo, e il campo delle terapie avanzate ha già visto promesse non mantenute nei tempi previsti. Resta il fatto che questa volta la base scientifica è solida, la review in copertina su Immunity lo conferma, e il meccanismo d’azione è compreso abbastanza da giustificare un trial sull’uomo.
Ecco, questa è la notizia reale: non “curata” la paralisi spinale (siamo nel 2026, non nel 2030), ma identificato un meccanismo plausibile e tracciato un percorso verso la clinica. Due cose che, nel campo delle lesioni spinali, non si vedevano insieme da molto tempo.
Approfondisci
Ti interessa la medicina rigenerativa applicata al sistema nervoso? Leggi anche la polilaminina, il farmaco dalla placenta che ripara le lesioni spinali nei cani. Oppure scopri il lavoro di Yale sulle cellule staminali dei pazienti per capire come la ricerca ha cercato di risolvere questo problema da angoli diversi.