La fragilità non è una malattia: è il corpo che si arrende un pezzo alla volta tra muscoli che cedono e ossa che si svuotano. Eppure qualcuno ha deciso di trattarla come si tratta una patologia vera: un team di Miami ha preso cellule staminali da donatori adolescenti, le ha iniettate in 148 anziani fragili e ha aspettato nove mesi.
Il risultato, pubblicato su Cell Stem Cell, è il primo segnale concreto che la fragilità della vecchiaia potrebbe avere una risposta biologica.
Le cellule staminali dei giovani contro la fragilità
Il farmaco si chiama laromestrocel e lo sviluppa Longeveron, una biotech di Miami guidata da Joshua Hare. Il principio è semplice (sulla carta): prelevare cellule staminali mesenchimali dal midollo osseo di donatori sani tra i 14 e i 18 anni, coltivarle e iniettarle per via endovenosa in pazienti anziani con fragilità lieve o moderata. In parole povere, come trasfondere giovinezza cellulare in un organismo che ha smesso di produrne abbastanza.
Il trial di Fase 2b ha coinvolto 148 persone tra i 70 e gli 85 anni, divise in gruppi che ricevevano dosi diverse (da 25 a 200 milioni di cellule staminali) o un placebo. La misura principale era il test dei sei minuti di cammino: quanta strada percorri in sei minuti, senza aiuto. Un indicatore brutale nella sua semplicità, ma efficace per misurare resistenza, mobilità e autonomia.
La fragilità perde 63 metri
I numeri parlano. Dopo sei mesi, chi aveva ricevuto la dose più alta camminava 41 metri in più rispetto a prima del trattamento. Dopo nove mesi, il vantaggio saliva a 63 metri rispetto al placebo. Un miglioramento del 20% circa nella resistenza fisica: per chi convive con la fragilità, è la differenza tra dipendere da qualcuno e fare da solo.
Il dato più interessante è che l’effetto cresce col tempo e con la dose. Le cellule staminali mesenchimali non si limitano a “rattoppare”: sembrano ridurre l’infiammazione cronica e migliorare la capacità dei vasi sanguigni di portare ossigeno ai tessuti. I ricercatori hanno anche identificato un possibile biomarcatore (una proteina chiamata sTIE2) che potrebbe aiutare a capire in anticipo chi risponderà meglio alla terapia.
Scheda dello studio
Titolo: Randomized phase 2b dose-escalation trial of stem cell therapy with laromestrocel for aging frailty
Autori: Joshua M. Hare et al.
Istituzione: Longeveron Inc., Miami, Florida
Rivista: Cell Stem Cell, febbraio 2026
DOI: NCT03169231
Il tema che nessuno vuole affrontare
Dunque, vediamo i punti “oscuri” di questa terapia: io ne individuo essenzialmente tre.
Primo, le cellule staminali usate nel trial provengono dal midollo osseo di adolescenti sani: una procedura che richiede anestesia e comporta dolore post-operatorio. Per trattare la fragilità su larga scala servirebbero donazioni continue da giovani adulti disposti a sottoporsi a un prelievo invasivo. La domanda è ovvia: quanti diciassettenni si metteranno in fila per donare il midollo ad anziani sconosciuti?
Poi c’è il costo. Longeveron non ha ancora comunicato un prezzo, ma le terapie a base di cellule staminali allogeniche si muovono in una fascia che va da decine a centinaia di migliaia di dollari per singola infusione. La fragilità colpisce tra il 7 e il 25% degli over 65 (la percentuale sale con l’età): stiamo parlando di milioni di persone, la maggior parte delle quali non potrebbe permettersi un trattamento del genere.
C’è infine un terzo dettaglio che merita attenzione. Come ha sottolineato il biologo Paul Knoepfler in un’analisi critica dello studio, le cellule staminali iniettate per via endovenosa non si innestano nei tessuti e probabilmente scompaiono nel giro di pochi giorni. Eppure il beneficio aumenta per mesi dopo l’infusione. Il meccanismo esatto resta sconosciuto, e questo rende più difficile convincere le agenzie regolatorie ad approvare la terapia.
La fragilità cerca ancora una risposta
Oggi non esiste nessun farmaco approvato per la fragilità. Nessuno. L’unica raccomandazione ufficiale è l’esercizio fisico, che funziona ma presuppone una capacità di movimento che molti anziani fragili non hanno più.
Il trial di Longeveron è il primo a mostrare un segnale clinico serio, con numeri veri, controllo placebo e pubblicazione su una rivista di primo livello.
Ma tra un segnale promettente e una terapia disponibile c’è un oceano di studi, approvazioni e soprattutto denaro. Perché gli indizi stanno diventando tanti, troppi: i rimedi per mitigare l’invecchiamento sono sempre più vicini.
Bisogna combattere, però, contro una fragilità che va oltre quella biologica: una fragilità etica. Nei prossimi anni capiremo chi e quanto pagherà per curarla, e chi resterà fuori.
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