Un team di Harvard ha analizzato i certificati di morte di quasi 9 milioni di americani, incrociandoli con 443 professioni. Il risultato: i tassisti e gli autisti di ambulanze hanno la percentuale di decessi per Alzheimer più bassa in assoluto. L’1,03% contro una media dell’1,69%. Aggiustato per età, sesso, etnia e istruzione, il dato regge.
E la cosa interessante è che alla fine non vale per tutti quelli che guidano: piloti d’aereo e autisti di autobus non mostrano lo stesso effetto. La differenza sta tutta nell’ippocampo1, e nel modo in cui lo usiamo (o non lo usiamo) ogni giorno.
I tassisti e la mappa che protegge il cervello
Lo studio, pubblicato sul British Medical Journal, parte da un’intuizione che ha oltre vent’anni. Nel 2000 la neuroscienziata Eleanor Maguire dello University College London dimostrò che i tassisti londinesi avevano un ippocampo posteriore più grande della media. Quella regione del cervello (a forma di cavalluccio marino) è proprio quella che l’Alzheimer attacca per prima.
Il collegamento era lì, in bella vista. Se l’ippocampo si rafforza con la navigazione spaziale, e l’Alzheimer lo degrada, chi lo allena tutti i giorni potrebbe essere più protetto. Ci sono voluti due decenni, ma i numeri adesso ci sono.
Scheda studio
Titolo: Alzheimer’s disease mortality among taxi and ambulance drivers: population based cross sectional study
Autori: Vishal R. Patel, Michael Liu, Christopher M. Worsham, Anupam B. Jena
Istituzione: Harvard Medical School, Mass General Brigham
Rivista: BMJ, 17 dicembre 2024
DOI: 10.1136/bmj-2024-082194
I numeri dello studio
- Su 8.972.221 decessi analizzati, il 3,88% aveva l’Alzheimer come causa di morte
- Tra i tassisti la percentuale scende all’1,03% (171 su 16.658)
- Tra gli autisti di ambulanze allo 0,74% (10 su 1.348)
- Piloti d’aereo: 4,57%. Autisti di autobus: 3,11%. Capitani di navi: 2,79%
- L’odds ratio combinato per tassisti e ambulanzieri è 0,56 rispetto ai CEO (gruppo di riferimento)
Non basta guidare: conta come guidi
Il punto centrale della ricerca è proprio questo. Se fosse una questione di volante, frizione e ore passate nel traffico, anche i piloti e gli autisti di autobus avrebbero lo stesso vantaggio. Invece no. I piloti d’aereo si piazzano al quarto posto per mortalità da Alzheimer (su 443 professioni, non è esattamente una medaglia). Gli autisti di bus stanno nella media.
La differenza la fa il tipo di sforzo cognitivo: i tassisti devono decidere in tempo reale dove girare, ricordare scorciatoie, adattarsi a cantieri e deviazioni. I piloti seguono rotte prestabilite. Gli autisti di autobus ripetono lo stesso percorso ogni giorno. È la differenza tra cucinare a memoria e scaldare un piatto pronto: il gesto sembra simile, il cervello lavora in modo completamente diverso.
I ricercatori hanno anche verificato che l’effetto protettivo non si estende ad altre forme di demenza (vascolare e non specificata), il che rafforza l’ipotesi che il meccanismo passi proprio dall’ippocampo: la regione più coinvolta nell’Alzheimer, e anche la più stimolata dalla navigazione spaziale attiva.
Il paradosso del navigatore
C’è un dettaglio che lo studio non dice esplicitamente, ma che aleggia su tutto. I dati coprono il periodo 2020-2022. L’occupazione registrata sui certificati di morte è quella prevalente nella vita lavorativa del defunto, quindi parliamo in larga parte di tassisti che hanno guidato per decenni senza GPS. La generazione che conosceva le città a memoria.
Viene da chiedersi cosa succederà ai tassisti di domani: quelli che seguono la voce del navigatore, svolta dopo svolta, senza mai costruirsi una mappa mentale. Se il beneficio dipende davvero dall’esercizio di navigazione attiva, il GPS potrebbe averlo spento senza che nessuno se ne accorgesse.
Gli autori sono onesti: ammettono che potrebbe esserci un bias di selezione. Chi è predisposto all’Alzheimer forse evita mestieri che richiedono orientamento. Ma i sintomi della malattia si manifestano in genere dopo i 65 anni, e l’età media di morte dei tassisti nello studio è 67,8 anni: abbastanza tardi da suggerire che hanno lavorato a lungo prima che la malattia potesse influenzare la scelta professionale.
Spegni il GPS, accendi l’ippocampo
Nessuno sta suggerendo di prendere la licenza da tassista per prevenire l’Alzheimer (anche se a Napoli qualcuno potrebbe considerarlo un doppio investimento). Lo studio è osservazionale, non dimostra causalità, e i ricercatori stessi lo definiscono “generatore di ipotesi” più che conclusivo.
Ma l’idea che l’esercizio quotidiano della navigazione spaziale possa proteggere la parte del cervello più vulnerabile all’Alzheimer apre scenari interessanti: training di navigazione virtuale, esercizi di memoria spaziale, attività cognitive mirate all’ippocampo. Tutte cose che al momento restano ipotesi, ma che adesso hanno quasi 9 milioni di dati a supporto.
Insomma: la prossima volta che il GPS vi dice di svoltare a destra, forse vale la pena chiedersi se sapevate già dove andare. E se la risposta è no, provare a ricordare. L’ippocampo potrebbe ringraziarvi, tra qualche decennio.
Approfondisci
L’Alzheimer è una delle malattie su cui la ricerca si muove più velocemente, tra farmaci preventivi e nuove scoperte. Un farmaco sperimentale della Northwestern University ha dimostrato di bloccare l’infiammazione cerebrale 60 giorni prima dei sintomi nei topi. Intanto, un team giapponese ha trovato un anticorpo capace di fermare la crescita delle fibrille amiloidi nel loro punto di vulnerabilità. E se ti interessa il tema della memoria in senso più ampio, vale la pena leggere perché i problemi di memoria tra i giovani sono in forte aumento.
- L’ippocampo è una struttura cerebrale nel lobo temporale, cruciale per la formazione della memoria a lungo termine e la navigazione spaziale. ↩︎