Sabato sera, nella vecchia centrale elettrica Seaholm di Austin, Elon Musk ha fatto una cosa che gli riesce bene (se sei un suo fan, non ti esaltà. Se sei un detrattore, stacce): prendere un problema reale, avvolgerlo in una visione cosmica e presentarlo come l’unica opzione possibile. Il problema, stavolta, sono i chip. Ce ne servono di più, ha detto. Molti di più. E visto che nessuno riesce a fabbricarne abbastanza, li faremo noi. Il nome del progetto è Terafab.
Per una volta, il nome non è la parte più ambiziosa della storia. E ora vi dirò tutto quello che c’è da sapere al momento.
Che cos’è Terafab (e cosa dice di voler diventare)
Terafab è un’iniziativa congiunta di Tesla, SpaceX e xAI per costruire ad Austin, Texas, quella che Musk descrive come la più grande fabbrica di semiconduttori al mondo sotto un unico tetto. A proposito di ambizioni. L’impianto, dal costo stimato tra i 20 e i 25 miliardi di dollari, integra tutto: progettazione, litografia, fabbricazione, produzione di memorie, packaging avanzato e test. Un ciclo chiuso, dal disegno al silicio finito, senza uscire dall’edificio.
L’obiettivo dichiarato è generare un terawatt di capacità di calcolo all’anno. Per dare un ordine di grandezza: tutta la produzione elettrica degli Stati Uniti si aggira intorno a 0,5 terawatt. Musk, in sostanza, dice di voler produrre chip capaci di assorbire il doppio dell’elettricità che l’America genera oggi. Il trucco (ci arriviamo) è che la maggior parte di quel calcolo non resterebbe a terra.
Terafab punta alla tecnologia di processo a 2 nanometri, il nodo più avanzato in fase di commercializzazione, quello su cui TSMC ha speso decenni e centinaia di miliardi. Tesla, per la cronaca, non ha mai fabbricato un chip in vita sua.
Il vero motore: una fame di chip che non si placa
Terafab non nasce dal nulla. Nasce da una crisi di approvvigionamento che Musk denuncia da oltre un anno. Alla call sugli utili del quarto trimestre 2025, aveva avvisato gli investitori: la capacità esterna di TSMC, Samsung e Micron avrebbe raggiunto il tetto entro tre o quattro anni (2029 al massimo). E il fabbisogno di chip AI per robotaxi, robot Optimus e data center xAI cresce molto più velocemente di quanto i fornitori siano disposti (o capaci) ad espandersi.
Il ragionamento è quello tipico “Eloniano”: se l’offerta non basta, ne costruisco una mia. Sentite qua: Musk ha dichiarato che tutte le fabbriche del pianeta, messe insieme, producono circa il 2% di quello che servirebbe ai suoi progetti. Un numero che suona esagerato, ma che dà la misura della scala a cui pensa.
La prima linea di prodotto sarà il chip AI5, successore dell’attuale AI4 già presente nelle Tesla: un processore di inferenza che promette prestazioni 40-50 volte superiori, pensato per abilitare la guida autonoma completa e l’autonomia dei robot umanoidi. Ne vedremo piccoli lotti nel 2026, per poi avere una produzione più corposa nel 2027 (se tutto va come previsto, cosa che con Musk richiede comunque un discreto atto di fede).
Due famiglie di chip: una per la Terra, una per il cielo
C’è un punto, secondo me, in cui Terafab smette di sembrare “solo” una fabbrica di chip e diventa qualcosa di diverso.
La strategia prevede due linee parallele. La prima, quella “terrestre”, serve Tesla e i robot Optimus: chip di inferenza ad alte prestazioni per veicoli autonomi, flotte Cybercab e robot umanoidi che Musk immagina in produzioni da 10 a 100 volte superiori a quelle delle auto.
La seconda linea si chiama D3, ed è progettata per funzionare nello spazio. D3 è un chip ottimizzato per ambienti con radiazioni, temperature estreme e zero manutenzione: il cuore di una costellazione di satelliti AI in orbita bassa, alimentati da energia solare. Secondo Musk, circa l’80% dell’output di calcolo generato da Terafab sarà destinato a questi satelliti. Il restante 20% resterà sulla Terra.
È un rovesciamento della logica attuale: non data center a terra con satelliti come infrastruttura di comunicazione, ma data center in orbita con la Terra come mercato e interfaccia. SpaceX ha già depositato alla FCC una domanda per una costellazione fino a un milione di satelliti dedicati al calcolo AI in orbita.
Il Sole come server farm
Come altre cose che Musk ha poi portato al successo, anche l’idea di portare il calcolo nello spazio non è sua (Google, con il suo Project Suncatcher, esplora costellazioni di satelliti con TPU alimentati a energia solare, e Blue Origin ha appena depositato un progetto simile alla FCC). Musk però sarà il primo a collegare direttamente la produzione dei chip alla rete di satelliti che dovranno usarli, e ad avere anche i razzi per mandarli lassù.
Nello spazio, l’irradianza1 solare è circa cinque volte quella media a terra, senza nuvole, senza notte e senza stagioni. Il raffreddamento nel vuoto, controintuitivo ma possibile con radiatori estesi, elimina il vincolo dell’acqua e del volume che soffocano i data center terrestri. E i costi di lancio, grazie al riuso dei vettori SpaceX, continuano a scendere.
I primi satelliti AI, ribattezzati AI Sat Mini, avrebbero una potenza di 100 kilowatt ciascuno, con una traiettoria verso versioni su scala di megawatt. Musk sostiene che entro due o tre anni, per alcune classi di workload AI, il calcolo in orbita costerà meno di quello a terra. Sarebbe una forte asimmetria economica: sulla Terra il costo dell’energia salirebbe, nello spazio scenderebbe.
Insomma: se funziona, il futuro dell’AI non è in qualche capannone refrigerato, ma a 500 chilometri sopra le nostre teste.
La domanda, ovviamente, è: quanto di tutto questo è plausibile?
Il parallelo che molti analisti hanno tirato fuori è il Battery Day di Tesla, nel settembre 2020. Ve lo ricordate? In quell’occasione Musk promise una rivoluzione nella produzione di celle 4680: 100 GWh entro il 2022, costi dimezzati, auto da 25.000 dollari. Quasi nulla di tutto ciò si è materializzato nei tempi previsti. Il processo a elettrodo secco ha richiesto sei o sette revisioni. L’obiettivo dei 3 TWh entro il 2030 è rimasto una fantasia. Qui ribaltiamo i termini: detrattore di Musk, non ti esaltare e fan di Musk stacce. Perché è la verità.
Terafab potrebbe essere un Battery Day sotto steroidi, se consideriamo che fabbricare semiconduttori a 2 nanometri è enormemente più complesso che produrre celle batteria. Jensen Huang, CEO di Nvidia (che di chip sa qualcosa), lo ha detto senza giri di parole a un evento TSMC nel novembre 2025: costruire una fabbricazione avanzata di chip non è solo mettere in piedi un impianto, è ingegneria, scienza e artigianato affinati in decenni. Eguagliare ciò che fa TSMC è, parole sue, “virtualmente impossibile”.
Perché TSMC ha speso 40 anni e centinaia di miliardi per arrivare dove sta. Intel, con migliaia di ingegneri esperti e oltre 100 miliardi investiti, fatica ancora a recuperare terreno. Anche Samsung, nonostante investimenti massicci, resta ampiamente indietro. Tesla vuole partire da zero, in un campo in cui non ha mai messo piede, con un team che negli ultimi due anni ha subìto tagli significativi. Diciamo che non parte coi favori del pronostico.
E poi c’è il dettaglio della cleanroom: Musk ha suggerito che le fabbriche del futuro potrebbero non avere bisogno delle tradizionali camere “super pulite” progettate per tenere fuori quasi del tutto polvere, microbi e vapori chimici che rovinerebbero i wafer di silicio. Propone un approccio di isolamento dei chip che permetterebbe (testuali parole) di mangiare cheeseburger accanto alle linee di produzione. Gli esperti del settore, al solito quando parla lui, hanno reagito con un misto di incredulità e assai incredulità.

Ma se funziona (anche solo a metà)
Terafab non ha bisogno di funzionare al 100% per cambiare le cose.
Se anche arrivasse “solo” a produrre chip AI5 per Tesla e Optimus in volumi significativi, il solo fatto di sottrarre decine o centinaia di milioni di chip all’anno dalla domanda “open market” stravolgerebbe le dinamiche globali dell’offerta di semiconduttori. Un nuovo polo di produzione integrata negli Stati Uniti, in un contesto di tensioni geopolitiche croniche con l’Asia orientale, avrebbe un peso strategico enorme.
C’è poi l’effetto “Apple invertita”: oggi Apple progetta chip e li fa produrre da TSMC. Musk vuole chiudere il cerchio, controllando sia la progettazione che la fabbricazione per un ecosistema di prodotti e servizi (auto, robot, satelliti, AI) che non dipenda da nessun fornitore esterno. Se funziona, diventa un modello a cui altri colossi con sufficiente capitalizzazione potrebbero aspirare.
Sul fronte spaziale, l’incertezza è ancora più alta. Esistono già startup che sperimentano moduli di calcolo in orbita, ma si tratta di dimostratori da pochi kilowatt o roadmap che guardano al 2027-2030 per i primi moduli significativi. Musk parla di scalare a costellazioni di satelliti AI e, più avanti, di un’industria lunare che sblocchi il calcolo su una scala di petawatt: mille volte il traguardo del terawatt.
Per arrivarci servirebbero catene logistiche capaci di lanciare milioni di tonnellate in orbita ogni anno, qualcosa che dista parecchi ordini di grandezza dalle capacità attuali.
Optimus, un operaio in orbita
Già, perché i robot umanoidi sono un po’ il filo che tiene tutto insieme. Musk immagina che gli Optimus non siano solo operai di fabbrica o assistenti domestici, ma anche manutentori di infrastrutture orbitali e lunari: pannelli solari, radiatori, moduli di data center in ambienti dove mandare un tecnico umano costa una fortuna e comporta rischi che nessuna assicurazione coprirebbe volentieri.
Il budget di investimento Tesla per il 2026 supera i 20 miliardi di dollari, e il CFO ha ammesso che il costo completo di Terafab non è ancora incluso. L’azienda ha fatto meno di 4 miliardi di utili nel 2025. Anche i conti, come spesso accade con Musk, richiedono un atto di fede: però anche un aumento di capitale non lo posso escludere. Anzi, proviamo a ipotizzare, va. Pronti?
Tre scenari per Terafab
Chi vuole capire dove porta Terafab deve ragionare su tre orizzonti temporali.
Nel breve termine, lo scenario più probabile è quello che potremmo chiamare “automotivo”: Terafab diventa una grande fabbrica di chip per Tesla e Optimus, con qualche capacità orbitale sperimentale. La produzione di AI5 e AI6 cresce, i robotaxi partono, i robot umanoidi entrano nelle fabbriche. È uno scenario conservativo, ma anche quello che risolve il problema reale di approvvigionamento. Io poi, solitamente, scelgo l’approccio prudente (per questo non ho i soldi di Musk, ndr).
Nel medio termine, c’è lo scenario che chiamerei “orbitale”: SpaceX lancia migliaia di satelliti AI, l’orbita bassa diventa un data center distribuito alimentato dal Sole, e i grandi cloud provider iniziano a integrare capacità “orbital compute” nella loro offerta. L’energia solare spaziale diventa un’infrastruttura critica, con implicazioni regolatorie e militari enormi.
Nel lungo termine, lo scenario più speculativo, Musk parla di fabbriche sulla Luna: catapulte elettromagnetiche che lanciano satelliti sfruttando la gravità ridotta, miniere lunari che alimentano catene produttive robotizzate. È roba da fine anni ’30 nella migliore delle ipotesi, ma dà la direzione: non aggiustare l’esistente, riscrivere le condizioni di base del calcolo e dell’energia. Ci arriveremo? Chissà, penso di si, in qualche modo. Quando? No comment.
Il cielo sopra Austin
Terafab, per sintetizzare, si muove su due piani: uno concreto e urgente (una fabbrica di chip per un ecosistema di prodotti che esiste già), e uno quasi proto-fantascientifico (data center orbitali, industria lunare, petawatt di calcolo nello spazio). La tensione tra i due piani è il cuore del progetto, e ad essere sinceri anche il suo punto debole più evidente.
Varrà la pena osservare, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, almeno cinque indicatori: l’effettiva messa in produzione della fabbrica e le rese dichiarate, gli annunci concreti sui chip AI5 e D3, i primi lanci di satelliti AI dedicati, le mosse dei competitor sul calcolo orbitale e la risposta dei regolatori su spettro, energia e militarizzazione di un’infrastruttura così strategica.
In ogni caso, il solo fatto che un attore con la massa critica di Tesla e SpaceX metta sul tavolo un progetto integrato dal silicio all’orbita costringe l’intero settore a prendere posizione. Ignorarlo come fantasia costosa, o cominciare a fare i conti con l’idea che i chip del futuro non lavoreranno necessariamente sotto il nostro cielo?
Musk, dal canto suo, ha chiuso la presentazione con un video di satelliti AI lanciati dalla superficie lunare. Poi ha detto che chiunque lo vorrà potrà volare fino a Saturno.
Ecco: magari partiamo dai chip.
Approfondisci
Terafab si inserisce in un contesto di trasformazione profonda, dove chip, robot ed energia si intrecciano in modi inediti. Su Futuro Prossimo abbiamo seguito da vicino l’evoluzione di Optimus e il suo impatto sul costo del lavoro, le ragioni per cui i robot umanoidi arriveranno più tardi del previsto e la corsa dei chip AI verso potenze di calcolo che sfidano la comprensione.
Scheda dello studio
Progetto: Terafab
Promotori: Tesla, SpaceX, xAI (joint venture)
Sede: Austin, Texas (North Campus di Giga Texas)
Investimento stimato: 20-25 miliardi di dollari
Obiettivo dichiarato: 1 terawatt di capacità di calcolo annua
Tecnologia di processo: 2 nanometri
Chip principali: AI5 (terrestre, inferenza veicoli/robot), D3 (orbitale, satelliti AI)
Annuncio ufficiale: 21 marzo 2026
Fonti: Bloomberg, SpaceNews, Reuters
- L’irradianza è il flusso della radiazione elettromagnetica, ovvero la densità di corrente termica trasmessa per irraggiamento. ↩︎