Ogni mattina buttiamo via i fondi di caffè: forse, tra qualche anno, li metterai nei muri. Un gruppo di ricercatori cinesi ha convertito quei residui marroni e appiccicosi in un isolante termico che fa lo stesso lavoro del polistirolo, senza derivare dal petrolio e senza restare in discarica per secoli.
La chiave è il biochar: carbonizzazione controllata, una strategia ingegnosa per preservare i pori, e il gioco è fatto. La conduttività termica? 0,04 W/mK. Fate voi.
Il problema dei fondi di caffè (che non è quello che pensate)
Due miliardi di tazze al giorno producono una quantità di fondi di caffè che nessuno sa bene come calcolare: le stime vanno da 8 a 60 milioni di tonnellate l’anno. Una forchetta imbarazzante, ma il punto è un altro. In discarica quei fondi rilasciano metano e CO₂, e in certi casi alimentano perfino episodi di combustione spontanea: non proprio il finale dignitoso che meriterebbe la bevanda più amata del pianeta.
Qualcuno ha provato a riciclarli come biocarburante, qualcun altro come materiale per strade o per rinforzare il calcestruzzo. C’è perfino chi li ha trasformati in punti quantici di carbonio per proteggere il cervello dalle malattie neurodegenerative. Ma nessuno era riuscito a farne un isolante termico decente, e il motivo è semplice: i fondi di caffè hanno una porosità del 40%, troppo bassa per intrappolare l’aria che serve a bloccare il calore.
Cuocere, riempire, svuotare
Il team della Shenyang Agricultural University (SAU) guidato da Seong Yun Kim ha aggirato l’ostacolo con un processo in tre fasi che ha qualcosa di culinario (e forse è appropriato). Prima i fondi di caffè vengono essiccati a 80 °C per una settimana, poi carbonizzati a 700 °C per un’ora: diventano biochar, e la porosità sale dal 40 al 71%.
Ecco, qui arriva la parte ingegnosa. Per trasformare quella polvere porosa in un materiale compatto senza chiuderle i buchi, i ricercatori hanno inventato quella che chiamano strategia di “restauro dei pori”: la terza fase. Riempiono il biochar di glicole propilenico, aggiungono polvere di cellulosa etilica come matrice strutturale, pressano tutto in uno stampo a 150 °C per dieci minuti e poi mettono il composito in un forno a vuoto. Il glicole evapora, i pori restano aperti, ed in buona sostanza la struttura tiene.
Il risultato è un materiale con una conduttività termica di 0,04 W/mK: sei volte migliore della cellulosa etilica da sola (0,24 W/mK) e paragonabile al polistirolo espanso commerciale. I ricercatori lo hanno testato su pannelli solari, dove ha dimostrato di limitare efficacemente la dispersione di calore verso l’esterno.
Fattore non trascurabile: il materiale è completamente biodegradabile.
Scheda studio
Titolo: Highly porous biochar from spent coffee ground for fully green thermal insulating composites with thermal conductivity of 0.04 W m⁻¹ K⁻¹
Autori: Sung Jin Kim, Seong Yun Kim
Istituzione: Shenyang Agricultural University, Cina
Rivista: Biochar, vol. 8, 73 (2026)
DOI: 10.1007/s42773-026-00584-1
Fondi di caffè, un buon affare (forse)
L’idea di trasformare i fondi di caffè in materiali per l’edilizia non è nuova: il biochar ricavato da scarti organici è già stato esplorato per isolanti e intonaci. La novità qui è la combinazione tra porosità estrema e un metodo per preservarla durante la fabbricazione del composito: un passaggio che i tentativi precedenti non avevano risolto.
Resta il dettaglio che nessuno ama affrontare: la raccolta. Come pensiamo di raccogliere i fondi di caffè? La filiera dal bar alla fabbrica non esiste ancora, i costi logistici sono un’incognita, e il processo richiede una settimana di essiccazione più una carbonizzazione a 700 gradi (non esattamente a impatto zero).
Insomma: i fondi di caffè sanno isolare quanto il polistirolo, ma tra il laboratorio e il cantiere c’è un deserto logistico da attraversare. E nel frattempo, quei due miliardi di tazze al giorno continuano a produrre montagne di rifiuti che nessuno raccoglie.
Almeno adesso sappiamo che potrebbero finire nei muri. Il che, a pensarci, è un destino più dignitoso della discarica.