La prima cosa che i ricercatori hanno notato è stata la forma delle cellule: dopo tre giorni di trattamento con idralazina, le cellule di glioblastoma non erano più compatte e aggressive. Si erano allargate, appiattite, come se qualcosa avesse premuto un interruttore.
Non stavano morendo: stavano semplicemente smettendo di dividersi. Era senescenza, uno stato di “sonno permanente” in cui le cellule tumorali perdono la capacità di crescere e diffondersi. Il farmaco responsabile di questo effetto è in commercio dal 1950, prescritto a milioni di persone per abbassare la pressione. Ma nessuno aveva mai capito come funzionasse davvero. Fino ad oggi.
Il mistero di 70 anni risolto in laboratorio
L’idralazina appartiene a quella generazione di farmaci nata prima che la medicina capisse cosa facevano esattamente le molecole all’interno del corpo. Funzionava, questo era certo: abbassava la pressione sanguigna, salvava donne in gravidanza dalla preeclampsia, riduceva il rischio di complicazioni cardiovascolari. Ma il meccanismo molecolare preciso restava oscuro. Kyosuke Shishikura, ricercatore dell’Università della Pennsylvania, ha deciso di indagare usando una tecnica chiamata cristallografia a raggi X. Quello che ha trovato ha sorpreso tutti.
L’idralazina si lega a un enzima chiamato ADO (2-aminoetantiolo diossigenasi), una sorta di campanello d’allarme molecolare che scatta quando l’ossigeno cala. È un sensore rapido, quasi istantaneo: non ha bisogno di copiare DNA o costruire nuove proteine. Appena l’ossigeno scende, ADO attiva una cascata di segnali che dice ai vasi sanguigni di stringersi. L’idralazina blocca questo campanello, silenziandolo. Quando ADO smette di funzionare, le proteine RGS (regolatori della segnalazione delle proteine G) non vengono più degradate. Il loro accumulo dice ai vasi: rilassatevi. La pressione cala.
Il glioblastoma è il tumore cerebrale primario più comune negli adulti. Rappresenta circa il 45% di tutti i tumori cerebrali. La sopravvivenza mediana è di circa 15 mesi, con un tasso di sopravvivenza a 5 anni inferiore al 5%.
Le opzioni terapeutiche che abbiamo attualmente sono limitate: chirurgia, radioterapia, chemioterapia con temozolomide. E quasi sempre il tumore ritorna.
Dal cuore al cervello: la connessione inaspettata
I ricercatori oncologici sospettavano già che ADO giocasse un ruolo nel glioblastoma. Questi tumori crescono in zone del cervello dove l’ossigeno scarseggia, e livelli elevati di ADO erano stati associati a malattie più aggressive, resistenti, con prognosi peggiori. Ma nessuno aveva un inibitore da testare. Quando Shishikura ha scoperto che l’idralazina bloccava ADO, ha collaborato con neuroscienziati dell’Università della Florida per verificare gli effetti sulle cellule tumorali cerebrali.
I risultati sono evidenti: lo stesso meccanismo che rilassa i vasi sanguigni aiuta le cellule di glioblastoma a sopravvivere in ambienti poveri di ossigeno. Quando Shishikura e il suo team hanno trattato linee cellulari umane di glioblastoma con idralazina, le cellule sono entrate in senescenza: hanno messo il tumore in standby forzato. Non è morte cellulare diretta, ma è un blocco permanente della proliferazione. E una singola dose ha mantenuto l’effetto per giorni.
Idralazina per la cura del glioblastoma: quanto manca alla clinica?
Siamo ancora lontani dall’uso routinario nei pazienti. I test sono stati condotti su cellule in coltura, non su esseri umani con glioblastoma. Serviranno trial clinici per verificare se l’idralazina riesce effettivamente a rallentare la progressione tumorale nelle persone, quali dosaggi usare, come gestire gli effetti collaterali (che esistono: sindrome lupus-simile, tossicità epatica e nervosa). Ma il fatto che il farmaco sia già approvato, già usato, già studiato per decenni accelera il processo.
Megan Matthews, coautrice dello studio, sottolinea che capire come funziona l’idralazina apre una strada per progettare inibitori di ADO più selettivi, capaci di attraversare meglio la barriera ematoencefalica e colpire i tumori cerebrali senza danneggiare il resto del corpo. Potrebbe anche migliorare i trattamenti per la preeclampsia, riducendo gli effetti avversi nelle donne in gravidanza. Due problemi medici completamente diversi, un unico meccanismo molecolare alla base.
Il glioblastoma è estremamente eterogeneo: ogni tumore ha mutazioni diverse, resiste in modo diverso. Questo rende difficile trovare terapie universali. Ma ADO sembra essere un punto debole comune.
Se riusciamo a colpirlo in modo più preciso, potremmo avere una nuova arma contro questa malattia.
Quando i farmaci vecchi insegnano cose nuove
La scoperta ha qualcosa di ironico. Per decenni abbiamo cercato nuove molecole, terapie avanzate, immunoterapie sofisticate (e alcune stanno dando risultati). Ma la chiave per capire come bloccare uno dei tumori più letali era nascosta in un farmaco che già prescrivevamo. Non perché fosse miracoloso, ma perché nessuno si era fermato a chiedersi davvero cosa facesse.
La ricerca pubblicata su Science Advances dimostra che a volte vale la pena tornare indietro. Riesaminare i vecchi farmaci, capirne i meccanismi, vedere se possono essere riproposti per nuovi utilizzi. È più veloce, più sicuro (conosciamo già il profilo di sicurezza), e potenzialmente più economico che sviluppare molecole da zero.
Matthews lo dice chiaramente:
“È raro che un vecchio farmaco cardiovascolare finisca per insegnarci qualcosa di nuovo sul cervello. Ma è esattamente quello che speriamo di trovare ancora: collegamenti inaspettati che potrebbero portare a nuove soluzioni”.
Idralazina, che succede adesso
Il glioblastoma resta una malattia terribile. Ma adesso abbiamo un punto di partenza in più. Sappiamo che ADO è coinvolto. Sappiamo che bloccarlo funziona, almeno in laboratorio. Sappiamo che l’idralazina può farlo. E sappiamo che da qui possiamo costruire qualcosa di migliore. Non è una cura. Non ancora. Ma è un passo avanti che 70 anni fa nessuno avrebbe immaginato.
Resta da vedere se questo approccio reggerà nei trial clinici. Se i pazienti risponderanno come le cellule in coltura. Se riusciremo a dosare il farmaco in modo efficace senza effetti collaterali insostenibili. Ma almeno adesso abbiamo una strada da percorrere. E una lezione: a volte le risposte che cerchiamo sono già lì, nascoste in bella vista.
Basta avere il coraggio di guardare dove nessuno ha guardato prima.