Perché affittare una stanza condivisa per vivere nel quartiere più caro di Tokyo invece di cercare un monolocale economico in periferia? La risposta ovvia sarebbe: “Non possono permetterselo”. Ebbene, un nuovo studio dimostra il contrario. I ricercatori hanno esaminato 1.374 annunci di case condivise, e hanno scoperto che gli operatori immobiliari raramente menzionano il prezzo.
Quale fattore citano, allora, per convincerli a fittare? Parlano di sicurezza (soprattutto per le donne), eventi sociali, vicinanza alla metro, comfort degli interni. Vivere a Tokyo in case condivise non risolve un problema finanziario: crea un prodotto lifestyle per chi vuole privacy e comunità insieme. Ed è un modello che sarà sempre più diffuso anche su scala globale.
Text mining su 1.374 proprietà: il metodo adottato per lo studio
Il team guidato da Yuno Tanaka dello Shibaura Institute of Technology e Kashin Sugishita dell’Institute of Science Tokyo ha applicato tecniche di text mining ai descrittivi delle proprietà su Hitsuji Real Estate, il principale portale giapponese per shared house. Le analisi di co-occorrenza e corrispondenza hanno estratto undici temi promozionali ricorrenti: benefici della convivenza, sicurezza e presenza di sole donne, accessibilità del quartiere, spazi comuni e altri. Il risultato, pubblicato su Cities, rivela qualcosa di sorprendente. La “convenienza” del prezzo è un tema quasi assente.
Metà delle proprietà analizzate sono miste, l’altra metà riservate esclusivamente alle donne. Un dato che da solo racconta dove punta il marketing: sicurezza, non convenienza. Le case vicino alle stazioni ferroviarie enfatizzano accessibilità e quartiere, quelle più distanti valorizzano natura, spazi interni, interazione sociale, e così via. Il prezzo, quando compare, è quasi una nota a margine.
Le shared house per vivere a Tokyo si concentrano nei 23 distretti centrali dove gli affitti sono più alti, non in periferia. La logica economica funzionerebbe al contrario: più costi per l’affitto, più domanda di soluzioni condivise. La realtà dice che accessibilità e lifestyle battono il costo. Vivere a Tokyo in una shared house è una scelta di posizionamento urbano, non è una questione di necessità economica.
Vivere a Tokyo, l’economia dell’esperienza applicata agli appartamenti
Gli economisti la chiamano “experience economy”, economia dell’esperienza. Non vendi un prodotto, vendi un’esperienza che genera valore emotivo. Le shared house di Tokyo incarnano questo principio: comfort, connessione, crescita personale. Non “dividiamo l’affitto”, ma “costruiamo una comunità”.
Come spiega Tanaka: “Con l’avanzare dell’individualizzazione, le shared house offrono comunità, sicurezza e facilità di trasferimento piuttosto che solo sollievo dal prezzo”.
Un po’ come dire: vuoi vivere a Tokyo senza sentirti solo? Ecco la soluzione. E il costo non è la variabile principale.
Le implicazioni vanno oltre il mercato immobiliare giapponese. L’analisi testuale degli annunci può guidare raccomandazioni più precise, guidate dai dati: non solo filtrare per prezzo o posizione, ma combinare le preferenze latenti degli utenti con le narrazioni costruite dai fornitori. Intelligenza artificiale e immobiliare: una coppia che funziona alla grande, quando i dati sono ben estratti.
Rigenerazione urbana: il dettaglio nascosto di vivere a Tokyo (o altrove)
C’è un aspetto strategico che emerge dallo studio. Promuovere immobili sottoutilizzati attraverso narrazioni lifestyle può riportare in uso edifici con svantaggi oggettivi, come una scarsa accessibilità. Un appartamento lontano dalla metro? Lo vendi come “oasi verde con una piccola, ma coesa e attiva comunità”. Funziona. Tanaka lo dice chiaramente: questo approccio può contribuire alla rivitalizzazione dei quartieri, rendendo più inclusivo il vivere urbano.
Tokyo, come altre metropoli globali, affronta invecchiamento demografico, aumento delle famiglie composte da una sola persona, sovraffollamento. Le shared house emergono come simbolo di equilibrio tra privacy e comunità, convenienza e carattere. Serve che funzionino le narrazioni, non solo i metri quadri.
Lo studio dimostra che il futuro della vita urbana dipende da come le case vengono descritte, non solo da come sono progettate. Un cambio di paradigma: dall’architettura alla retorica, dal design alla narrativa. Vivere a Tokyo, o altrove nel mondo, diventerà una questione di storytelling immobiliare ben calibrato.
Finché qualcuno chiede: ma quanto costa davvero?
Io la domanda me la pongo: se gli operatori evitano di menzionare la convenienza, significa che i prezzi delle shared house sono alti? Probabilmente sì, almeno nei distretti centrali. Ma il punto è un altro: chi cerca una shared house non cerca prima di tutto uno sconto. Cerca un’esperienza abitativa che includa sicurezza, socialità, flessibilità contrattuale, spazi ben curati. Il prezzo c’è, ovviamente. Ma è accessorio rispetto al valore percepito.
Sociologia urbana, dicono i ricercatori. Un po’ come dire: anche i numeri raccontano delle belle storie, se sai leggerli. E le case condivise per vivere a Tokyo raccontano che vivere in una metropoli densa non è più una questione di sopravvivenza economica. È una scelta di appartenenza, connessione, identità urbana: finché regge la narrazione, il modello funziona.
Pensate, ad esempio, a Milano: prezzi assurdi per acquistare e affittare casa, e modelli di co-housing da incubo con spazi angusti e orrori di ogni genere, ma… È Milano, giusto? “Milano vicina all’Europa,” come cantava Lucio Dalla. “Milano che balli, che canti!… Milano gambe aperte, Milano che ride e si diverte”. Finché regge la narrazione, ripeto, funziona.
Per quanto tempo? E quante altre città copieranno il modello? Chi vivrà, anzi: chi convivrà, vedrà.