Bryan Johnson ha messo via la rapamicina: la sua glicemia saliva, le ferite non si chiudevano, e allora ha rinunciato ad assumerla. Si, il biohacker più famoso del mondo ha fatto retromarcia su uno dei farmaci più studiati per la longevità: succede quando la biologia vera incontra l’entusiasmo della Silicon Valley. Il 2025 è stato tutto così: è stato l’anno in cui il biohacking ha fatto (finalmente) i conti con se stesso.
Niente immortalità facile, niente pillole magiche, soltanto dati, fallimenti e qualche scoperta che però cambia davvero le cose. Ad esempio: cervello e sistema immunitario predicono quanto vivremo meglio di qualsiasi altro organo. I mitocondri tornano protagonisti. E la rapamicina beh, resta potente, ma complicata. Molto complicata da gestire. Facciamo un giro tra progressi e cadute del biohacking nel 2025! Vi va?
Il cervello batte tutto (letteralmente)
Il 9 luglio di quest’anno, uno studio su 44.498 persone della UK Biobank ha ribaltato di colpo tutte le priorità del biohacking. Pubblicato su Nature Medicine, lo studio ha analizzato 2.916 proteine plasmatiche per stimare l’età biologica di 11 organi diversi.
Il risultato? L’età del cervello predice mortalità meglio di colesterolo, BMI, glicemia e qualsiasi altro biomarcatore singolo. Chi ha un cervello biologicamente giovane riduce il rischio di morte del 60% in 15 anni. E rischia quattro volte meno di avere l’Alzheimer.
Avere un cervello invecchiato aumenta il rischio di demenza quanto portare una copia di APOE4, il peggior fattore genetico. Averne uno giovane protegge quanto due copie di APOE2, la variante più rara e fortunata.
Il biohacking ha sempre cercato il Santo Graal nei telomeri, nel NAD+, nella restrizione calorica. Ora sa un po’ meglio dove guardare: neuroinfiammazione, matrice extracellulare cerebrale, e proteine come neurofilamento light chain e brevican. Roba che fino a ieri, ma che dico: fino a stamattina stava nei laboratori e ora entrerà dritta dritta nelle cliniche della longevità.
I mitocondri tornano protagonisti
Pochi giorni fa, un altro studio sui topi ha mostrato che migliorare la produzione di energia mitocondriale estende sia durata che qualità della vita. Davvero tanta roba: metabolismo migliore, resistenza fisica superiore, meno segni di invecchiamento cellulare.
Il biohacking aveva dato i mitocondri per scontati: antiossidanti, CoQ10, qualche integratore NAD+. Ora torna l’idea che l’invecchiamento sia anche una crisi energetica cellulare. Non basta proteggere i mitocondri dallo stress ossidativo. Serve ripristinare il loro modo di produrre e usare energia.
Se questa tesi regge vedremo farmaci, protocolli di esercizio e strategie nutrizionali centrate sui mitocondri. Non più obiettivi accessori, ma protagonisti assoluti.
Muscoli over 50: il nuovo colesterolo
Studi di coorte su larga scala hanno confermato nel 2025 quello che molti sospettavano: forza muscolare e massa magra predicono mortalità meglio di BMI, colesterolo o glicemia a digiuno negli over 50. La sarcopenia non è più un problema estetico o di mobilità. È un driver di sopravvivenza. Il biohacking ha passato anni a ossessionarsi su restrizione proteica per sopprimere mTOR e teoricamente rallentare l’invecchiamento. Nel 2025 questa narrativa si è ammorbidita. Negli anziani, mantenere i muscoli batte qualsiasi beneficio teorico della restrizione calorica.
Allenamento di resistenza, proteine adeguate e salute neuromuscolare sono diventati non negoziabili. Il biohacking della longevità non è più far dimagrire il corpo. È mantenerlo capace.
Uomini e donne invecchiano diversamente (sul serio)
Uno studio sui topi anziani ha mostrato che una combinazione di ossitocina e inibitore Alk5 estendeva la vita del 70%. Ma solo nei maschi. E le femmine? Niente.
Non è un caso isolato: il 2025 ha reso evidente che il biohacking universale non esiste. Segnali ormonali, risposta immunitaria, metabolismo: tutto, ma proprio tutto sembra cambiare tra sessi. L’idea che esista un protocollo unico di longevità è morta quest’anno. Silenziosamente, ma definitivamente. Il biohacking di precisione sostituirà il biohacking universale, è sicuro.
Rapamicina: potente, controversa, complicata
Una revisione NIH durata ben 20 anni ha confermato che la rapamicina produce l’estensione di vita più forte mai vista nei topi: fino al 28%, anche se assunta a partire dalla mezza età. Uno studio clinico ha riportato miglioramenti in massa magra, dolore e benessere emotivo, soprattutto nelle donne. Ma poi è arrivato Boris Johnson. Cinque anni di rapamicina, poi stop. Glicemia elevata e guarigione delle ferite compromessa. Un passo indietro che fa riflettere, considerando la disciplina quasi maniacale della cavia umana volontaria più famosa del mondo.
Un’altra review ha persino suggerito che negli esseri umani potrebbe accelerare l’invecchiamento su alcuni orologi epigenetici. Direi, anzi, ribadirei che la sintesi del 2025 è: la rapamicina è biologia potente, non è un integratore qualunque. Per questo richiede rispetto, supervisione medica, e cautela. Il biohacking fai-da-te con la rapamicina va terminato.
TOP 2025: il recap di cosa ha funzionato nel biohacking
- Salute cerebrale come priorità: Età biologica del cervello predice longevità meglio di tutti gli altri organi (studio UK Biobank 44.000 persone)
- Mitocondri centrali: Produzione energetica cellulare torna target primario anti-invecchiamento
- Forza muscolare over 50: Massa magra e grip strength battono BMI/colesterolo nel predire mortalità
- Sonno profondo protettivo: Qualità dello slow-wave sleep riduce il rischio di Alzheimer decenni dopo
- AI accelera scoperta farmaci: Piattaforme computazionali identificano combinazioni anti-aging tra farmaci approvati
- Cliniche della longevità si professionalizzano: Milano Longevity Summit, protocolli evidence-based sostituiscono il biohacking “consigliato” dagli influencer
I passi falsi dell’anno
Inizio col piatto forte: NMN e NAD+ booster hanno deluso. I trial sugli umani non hanno mostrato benefici funzionali così ampi come promesso. Il digiuno estremo ha mostrato trade-off: biomarker migliorati, sì, ma densità ossea ridotta, resilienza immunitaria compromessa, qualità di vita discutibile.
La narrativa che vede l’invecchiamento come un “software programmabile” ha preso colpi pesanti. Un articolo su STAT News ha demolito l’idea che possiamo semplicemente riprogrammare la biologia. Chance, complessità, variabilità biologica contano ancora. E molto.
Degni di nota, ancora una volta, i fallimenti sperimentati da Johnson, che valgono esattamente come i successi in termini di conoscenza. Le trasfusioni di plasma dal figlio adolescente non hanno mostrato benefici rilevabili. La rapamicina, come detto, è stata abbandonata. Il tentativo di depurarsi dalle microplastiche “sudandole via” con la sauna non hanno funzionato. In generale, la sensazione che procedere per tentativi alla fine non pagherà.
FLOP 2025: il recap di cosa ha fallito nel biohacking
- NMN/NAD+ booster: Trial umani deludenti, nessun beneficio funzionale significativo dimostrato
- Digiuno estremo prolungato: Trade-off pesanti (massa ossea, immunità) vs benefici teorici
- Protocolli universali: Differenze sessuali rendono inutili approcci one-size-fits-all
- Rapamicina casual: Johnson la abbandona per effetti collaterali; richiede supervisione medica seria
- Biohacking da influencer: Plasma giovane, sauna anti-microplastiche, claim non verificati perdono credibilità
- Narrative immortalità: “Invecchiamento come software” smontata; biologia resta complessa e stocastica
Cosa aspettarsi dal biohacking nel 2026?
Il biohacking 2026 sarà meno spettacolare ma più efficace. Aspettatevi focus su biomarcatori cerebrali misurabili: neurofilamento, GFAP, brevican nel sangue diventeranno standard nelle cliniche per la longevità. I mitocondri avranno protocolli dedicati, non più solo integratori CoQ10. Vedremo prime terapie senolitiche umane oltre gli studi pilota. Il dasatinib ha ridotto le cellule senescenti del 30% nei topi anziani migliorando la funzione cardiaca: i trial umani sono vicini.
L’AI identificherà combinazioni di farmaci approvati che mimano la restrizione calorica senza ridurre alla fame. Nir Barzilai dell’Einstein College parla di 23 molecole candidate. A occhio e croce siamo a cinque anni dalla pillola che inganna il corpo simulando il digiuno. Forse. Ancora: il biohacking si integrerà nella medicina preventiva mainstream. Non sarà più una roba di frontiera delegata a qualche “santone”. Milano, Londra, Barcellona apriranno cliniche evidence-based.
Il mercato, già passato da 29 a 36 miliardi di dollari nel solo 2024, avrà un’altra impennata.
La promessa, in generale, è diventata più matura. Non è più “vivrai 180 anni”. Ora è “rallenterai il declino in modo misurabile”. Meno sexy, certo, ma al momento più onesto. Il biohacking adulto non hackera niente: osserva, misura, adatta.
La biologia ringrazia, e magari ci aiuterà di più.