C’è un momento preciso del tempo: un momento in cui abbiamo deciso che l’architettura doveva essere eterna, immutabile e, possibilmente, pulitissima. Guardiamo le nostre case e al primo segno di intonaco scrostato o macchia di umidità chiamiamo l’imbianchino. Vogliamo che tutto resti com’era il primo giorno. Ecco, Barry Wark non è d’accordo. Il suo studio ha progettato la Tùr House, un concept di case stampate che fanno esattamente l’opposto: non solo accettano di invecchiare: lo progettano a tavolino.
L’idea alla base è controintuitiva (almeno per chi è abituato al cemento armato). Invece di costruire fortezze ermetiche che degradano male, perché non stampare edifici che diventano più belli man mano che la natura se li riprende?
Sabbia, case stampate e ciclicità
La Tùr House non è il solito esercizio di stile. È un blocco monolitico realizzato con case stampate in 3D utilizzando sabbia: niente strati complessi, niente materiali incollati che non si possono separare. La facciata è spessa, portante e fa anche da isolante termico. Ma il bello arriva quando decidi che non ti piace più.
Scheda dello studio
- Ente di ricerca: Barry Wark Studio
- Progetto: Tùr House
- Anno pubblicazione: 2026
- Tecnologia: Stampa 3D sabbia (Binder Jetting / Extrusion)
- Focus: Architettura rigenerativa e Biorecettività
- Link fonte: Designboom
In un’edilizia tradizionale, demolire significa produrre macerie. Qui, l’approccio è circolare: la sabbia può essere recuperata, reimpastata e ristampata. È architettura a noleggio dal pianeta. La struttura interna, fatta di acciaio leggero e colonne stampate, è separata dall’involucro esterno. Vuoi cambiare la disposizione delle stanze? Sposti i tramezzi. Vuoi cambiare la pelle dell’edificio? La smonti e la rifai (o la lasci lì a godersi la pensione).
Se il muschio è l’architetto
La parte che preferisco (e che farà inorridire i maniaci dell’ordine) è la gestione delle superfici. La facciata della Tùr House è piena di fessure, sporgenze e rientranze. Non sono errori di stampa. Sono inviti formali per muschi, licheni e semi portati dal vento.
Queste case stampate sono progettate per diventare un giardino verticale spontaneo. L’edificio non subisce il clima, lo indossa. È un concetto che in accademia chiamano “biorecettività”, ma che in pratica significa smettere di pulire la facciata e lasciare che diventi parte del bosco.
Approfondisci
La stampa 3D sta cambiando i paradigmi del costruire. Se ti interessa l’uso di materiali naturali, leggi come Tecla, la casa italiana stampata in terra cruda, ha aperto la strada. Oppure scopri come l’argilla sta diventando il nuovo cemento per un’edilizia a impatto zero.
Case stampate e futuro imperfetto
Siamo onesti: non vedremo domani intere città di sabbia coperta di muschio. I regolamenti edilizi sono più lenti della tecnologia e l’idea di vivere in una casa che sembra un rudere controllato non è per tutti. Ma progetti come questo servono a scardinare una certezza: che la casa sia un oggetto finito.
Quando e come ci cambierà la vita
Entro il 2035, l’approccio “design for disassembly” potrebbe diventare standard per l’edilizia residenziale in aree protette, permettendo di costruire case temporanee che spariscono senza lasciare traccia quando non servono più.
Le case stampate di Wark ci dicono che forse la vera sostenibilità non è costruire qualcosa che duri per sempre intatto, ma qualcosa che sappia morire (e rinascere) con dignità.
Un po’ come noi, del resto.