Di recente abbiamo parlato di robot tax e di come il welfare europeo rischi il collasso entro 10-15 anni senza interventi fiscali sull’automazione. Proprio in virtù di questo articolo siamo entrati in contatto con il dottor Stefano Bacchiocchi, il commercialista che ha portato una proposta concreta sul tema direttamente in Senato.
Palazzo Madama, 25 settembre 2025. Nella sala conferenze del Senato si discute di lavoro, previdenza, automazione. È una giornata dedicata a raccogliere proposte da commercialisti e professionisti del settore. Stefano Bacchiocchi, dottore commercialista di Brescia e professore universitario, prende la parola. Introduce il contributo automazione: un meccanismo fiscale che colpisce solo le grandi imprese intente a sostituire il lavoro umano con robot o intelligenza artificiale.
Otto miliardi di euro l’anno di gettito stimato. Nessun impatto su micro e piccole imprese, che rappresentano il 90% del tessuto produttivo italiano. Il contributo automazione non blocca l’innovazione, dice Bacchiocchi. Serve a riequilibrare un sistema fiscale che oggi tassa il lavoro ma non tassa le macchine che lo sostituiscono.
Perché non è una tassa sui robot
La prima obiezione è sempre la stessa: tassare i robot frena l’innovazione. Bacchiocchi la smonta subito. “Io sono dottore commercialista e professore universitario di materie economiche. Sono partita IVA. So bene quanto le imprese siano gravate dalla pressione fiscale. Non presenterei mai una proposta che aumenti le tasse.”
Il punto è un altro. Il contributo automazione non tassa la tecnologia in sé. Tassa la capacità contributiva che si genera quando un’azienda sostituisce lavoratori con macchine. Oggi il lavoro umano versa contributi previdenziali. Il lavoro fatto da robot no. Questo squilibrio, se non corretto, farà collassare il welfare entro 10-15 anni.
Se un imprenditore compra un esoscheletro per aiutare gli operai a sollevare carichi pesanti, non paga nulla. Se installa un software che affianca i contabili invece di licenziarli, nessun contributo. Ma se rimpiazza dieci persone con un sistema automatizzato per risparmiare costi, allora sì: versa una quota proporzionale ai risparmi ottenuti. Che ne dite?
Otto miliardi per salvare il welfare
Il gettito stimato è 8 miliardi di euro all’anno. Come si arriva a questa cifra? Bacchiocchi ha calcolato le grandi imprese italiane che negli ultimi anni hanno ridotto personale aumentando automazione. Aliquote progressive in base al grado di sostituzione del lavoro umano. Più sostituisci, più paghi.
E il denaro raccolto? Non va alla fiscalità generale: va a un fondo vincolato per sostenere i lavoratori che perdono il posto a causa dell’automazione. Chi ha un mutuo da pagare e viene sostituito da un algoritmo, o chi è a tre anni dalla pensione ma l’azienda preferisce un robot. Oppure ancora chi deve riqualificarsi ma non sa da dove iniziare.
Non è reddito universale e non è assistenzialismo. È un palliativo per evitare tensioni sociali durante la transizione. Bacchiocchi lo ripete: “Il contributo automazione è uno strumento di equilibrio, non un blocco al progresso.”
Chi è esente e chi paga
La proposta prevede esenzioni specifiche. Micro e piccole imprese (fino a 50 dipendenti) sono completamente escluse. Rappresentano il 90% del tessuto produttivo italiano. Gli studi professionali non pagano. La sanità è esente. Anche le medie imprese hanno trattamenti agevolati.
Restano le grandi aziende. Quelle che automatizzano su larga scala per ridurre costi. Quelle che hanno i mezzi per assorbire il contributo senza compromettere la competitività. Il calcolo è semplice: se sostituire dieci lavoratori ti fa risparmiare 500.000 euro l’anno, versi una percentuale di quel risparmio al fondo.
Tre domande a Stefano Bacchiocchi
1. Lei sostiene che il contributo automazione non freni l’innovazione, ma molti economisti temono esattamente questo effetto. Come risponde a chi dice che tassare l’automazione equivale a punire il progresso tecnologico?
Ritengo che si tratti di un rischio trascurabile, non confermato dai dati: oggi chi sostituisce lavoro umano con automazione è già oggi soggetto a una pressione fiscale incredibilmente inferiore rispetto al lavoro umano. L’intervento proposto mira a riequilibrare il sistema, quindi va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto sostengono i critici. La transizione verso l’automazione è inarrestabile e non è dettata da mere convenienze fiscali: si adotta l’automazione perché è più efficiente, non richiede ferie né assenze per malattia, riduce il fabbisogno di manodopera e rappresenta una rivoluzione già in corso. Non è realistico pensare di fermare questo processo con una tassa; è invece sensato valorizzare la capacità contributiva che oggi non viene considerata. A titolo esemplificativo, sarebbe come sostenere che una tassa sui profitti delle grandi industrie automobilistiche avrebbe impedito la loro affermazione durante la rivoluzione industriale: non è credibile, e il problema è quindi molto meno rilevante di quanto si voglia far apparire. Peraltro, la proposta contempla già esenzioni mirate per settore, dimensione aziendale, fase di start‑up, studi professionali e simili. Restano inoltre pienamente operativi tutti gli incentivi tradizionali: Industria 4.0, Patent Box, bandi regionali e camerali.
2. La proposta prevede aliquote progressive basate sul “grado di sostituzione del lavoro umano”. Ma come si misura concretamente questo parametro? Un software che sostituisce un contabile vale quanto un robot che sostituisce un operaio?
Il calcolo è sostanzialmente semplice: si tassa solo l’automazione che sostituisce il lavoro umano. È importante sottolineare il verbo sostituire: non sono interessate le tecnologie che supportano o affiancano la persona, ma esclusivamente quelle che rimpiazzano prestazioni umane. In termini pratici: se a causa della tecnologia si licenzia o non si assume personale, quella situazione può essere soggetta a tassazione; in assenza di sostituzione, non si applica alcuna imposta. La base imponibile si ricava da dati di bilancio già obbligatori e verificabili: ricavi aziendali, costo del lavoro e indicatori contabili (ad esempio i dati utilizzati negli ISA). Questo evita nuovi oneri amministrativi per le imprese. La proposta non tassa gli asset in quanto tali (come avviene per bollo auto, IMU o accise), ma grava sulla capacità contributiva generata dalla sostituzione del lavoro umano.
Il metodo di misurazione è semplice e trasparente: si confrontano i costi del personale effettivi con un costo del personale “atteso”, ottenuto moltiplicando i ricavi aziendali per la percentuale media settoriale destinata al lavoro. La differenza positiva tra costo atteso e costo effettivo rappresenta, in larga misura, il vantaggio competitivo attribuibile all’automazione che sostituisce lavoro umano; su tale differenza si applica un’aliquota graduata stabilita dal legislatore. La progressività è preservata modulando le aliquote in base a dimensione aziendale, settore e caratteristiche societarie; sono previste inoltre esenzioni e crediti d’imposta per start‑up, microimprese e per chi investe in formazione o integra l’automazione in logiche collaborative con la forza lavoro umana. Questa impostazione supera i limiti delle proposte che tassano singoli “robot” o asset automatizzati: non richiede definizioni tecniche controverse e si concentra sul risultato economico effettivo della tecnologia, cioè sulla capacità contributiva generata dalla sostituzione del lavoro.
3. Lei ha presentato questa proposta in Senato a settembre 2025. Qual è stato il feedback concreto da parte dei parlamentari e quali sono le probabilità reali che diventi legge nei prossimi anni?
La proposta ha suscitato un’attenzione politica, tecnica e mediatica ben superiore alle più rosee aspettative. Il testo di massima è stato depositato in Senato; la sua prosecuzione dipenderà dalla capacità di costruire convergenze politiche e dalle priorità del calendario parlamentare. Non si tratta di un dibattito confinato all’Italia: anche altri Paesi, non solo europei, stanno esplorando soluzioni analoghe — talvolta meno praticabili sul piano tecnico — e questo rende il tema destinato a rimanere al centro del confronto pubblico nei prossimi anni.
Perché l’Europa guarda l’Italia
La proposta italiana non è la prima al mondo. Nel 2018 la Corea del Sud ha ridotto gli incentivi fiscali per chi automatizza. Nel 2017 il Parlamento Europeo ha bocciato una robot tax simile. Bill Gates la chiede da anni. Ma l’approccio di Bacchiocchi ha una caratteristica unica: è pensato per un paese fatto di PMI, non di multinazionali.
L’Italia ha il tessuto produttivo più frammentato d’Europa. Tassare indiscriminatamente l’automazione significherebbe affossare migliaia di piccole aziende che fanno fatica a stare al passo. Esentarle completamente significa concentrare il prelievo dove la sostituzione di lavoro umano è massiccia e pianificata.
Altri paesi europei stanno osservando. Germania e Francia hanno problemi simili: welfare in crisi, automazione in crescita, contributi previdenziali in calo. Se l’Italia trova una formula che funziona, potrebbe diventare modello continentale.
Quando e come ci cambierà la vita
Il contributo automazione o una cosa che gli somiglia potrebbe diventare realtà tra il 2027 e il 2030. Non subito, ma nemmeno tra vent’anni. Quando la percentuale di lavori automatizzati supererà il 25% e il gettito contributivo calerà sotto la soglia critica, la politica dovrà scegliere: tagliare pensioni e sanità, o trovare nuove fonti di entrata.
A quel punto, meccanismi come quello proposto da Bacchiocchi diventeranno inevitabili. Non per ideologia, ma per matematica. Il welfare europeo si regge sui contributi dei lavoratori. Se i lavoratori diminuiscono e i robot aumentano, qualcuno deve pagare i contributi al posto loro.
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Il momento in cui tutto cambia
C’è un momento preciso in cui il contributo automazione ha smesso di essere teoria ed è diventato proposta concreta: quando Stefano Bacchiocchi ha aperto quella cartella in Senato e ha detto ai parlamentari che il sistema regge ancora 10-15 anni, poi crolla.
La proposta divide. Gli imprenditori temono nuovi oneri. I sindacati applaudono. Gli economisti discutono. Ma tutti concordano su un punto: prima o poi, bisognerà scegliere. Tra salvare il welfare tassando chi sostituisce lavoratori con macchine, o guardare il sistema andare in default mentre i robot aumentano e i contributi crollano.
Bacchiocchi ha già scelto, e il Senato ha ascoltato. Chissà se ha sentito.