C’è un momento preciso in cui l’astronomia privata ha smesso di essere un hobby costoso per miliardari annoiati ed è diventata, di fatto, l’alternativa più credibile alla ricerca pubblica. Probabilmente quel momento è stato il 7 gennaio scorso a Phoenix, in Arizona. Mentre la NASA fa i conti con i tagli di budget e le incertezze politiche della nuova amministrazione USA, Eric Schmidt (ex CEO di Google, uno che di solito non butta i soldi dalla finestra) e sua moglie Wendy hanno deciso di fare la spesa: ma non hanno comprato un’isola, o una squadra di calcio.
Hanno comprato, o meglio, finanziato, un intero osservatorio diffuso. Si chiama Eric and Wendy Schmidt Observatory System, ma il nome pomposo nasconde una sostanza molto più pragmatica: tre telescopi a terra e uno nello spazio che promettono di fare quello che fanno gli enti governativi, ma “a un prezzo ridicolmente basso” e in un terzo del tempo. L’astronomia privata non bussa più alla porta: l’ha appena sfondata.
Lazuli, il gioiello dell’astronomia privata
Il pezzo forte del catalogo si chiama Lazuli. Sulla carta è un telescopio spaziale con uno specchio da 3,1 metri. Per capirci: raccoglie il 70% di luce in più rispetto al vecchio, glorioso Hubble. E se Hubble è costato decenni e miliardi, Lazuli punta al lancio nel 2029. Tre anni. In termini aerospaziali, è praticamente domani mattina.
L’obiettivo di questo gigante dell’astronomia privata non è fare belle foto da mettere come sfondo del desktop (anche se le farà), ma andare a caccia di atmosfere esoplanetarie attorno a stelle simili al Sole. Si posizionerà in un’orbita lunare risonante, lontano dai disturbi terrestri, armato di coronografi ad alto contrasto per vedere quello che oggi intuiamo appena.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Schmidt Sciences / Lazuli Project
- Ricercatori principali: Pete Klupar et al.
- Anno pubblicazione: 2026
- Preprint: The Lazuli Space Observatory: Architecture & Capabilities
- DOI: arXiv:2601.02556
- TRL: 4 – Sviluppo tecnologico in ambiente rilevante
Non solo spazio: l’esercito a terra
Come vi dicevo, l’astronomia privata di Schmidt non guarda solo in alto, guarda anche dal basso. Il progetto include tre strutture terrestri che sembrano uscite da un manuale di ingegneria del risparmio creativo. C’è l’Argus Array, guidato dall’Università del Nord Carolina: invece di costruire un unico specchio colossale (che costa quanto una manovra finanziaria), mettono insieme 1.200 piccoli telescopi commerciali. Risultato? Un occhio composito equivalente a un classe 8 metri, capace di mappare l’intero cielo del Nord in pochi secondi. Praticamente un sistema di videosorveglianza per l’universo.
Poi c’è il Deep Synoptic Array (DSA) in Nevada. Qui parliamo di radioastronomia: 1.656 antenne disseminate nel deserto per scansionare le lunghezze d’onda radio a velocità mai viste. Dicono che raddoppierà il catalogo delle sorgenti radio conosciute (che oggi sono 10 milioni) nel suo primo giorno di operatività. Se c’è un buco nero nascosto dalla polvere, questo affare lo troverà.
Velocità contro burocrazia
Pete Klupar, il direttore del progetto Lazuli, non ha usato mezzi termini. “Lo faremo in tre anni”. Una frase che negli uffici della NASA suona come una bestemmia o una barzelletta, a seconda di chi ascolta. Ma l’astronomia privata si muove con logiche da Silicon Valley: move fast and break things, o in questo caso, move fast and look at things.
C’è un sottotesto economico non indifferente. Con l’amministrazione Trump che stringe i cordoni della borsa su scienza e ricerca climatica, l’astronomia privata si propone come scialuppa di salvataggio. O come yacht di salvataggio, vista la provenienza dei fondi. “Tra la congestione dello spazio e i budget governativi che si restringono, si è formata una tempesta di possibilità”, dice Klupar. Tradotto: se lo Stato si ritira, noi avanziamo.
Data center in orbita?
Non è solo filantropia (quella pura non esiste quasi mai). Schmidt ha già messo le mani avanti sull’integrazione tra spazio e AI, acquisendo Relativity Space con l’idea di portare i data center in orbita. Un’astronomia privata così potente genera petabyte di dati. E chi meglio dell’ex capo di Google sa che i dati sono il petrolio del millennio?
L’ultimo tassello del puzzle è LFAST, all’Università dell’Arizona. Un sistema modulare di spettroscopia che usa “mini cupole” per abbattere i costi. Se serve più potenza, aggiungi un modulo. Come i LEGO. È un approccio che rende l’astronomia privata scalabile, flessibile, lontana anni luce (è il caso di dirlo) dai monoliti intoccabili delle agenzie spaziali. Più o meno vi è chiaro quello che sta per arrivare in questo campo?
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Il futuro dell’astronomia privata è adesso
Se Lazuli partirà davvero nel 2029, e se i telescopi a terra manterranno le promesse, avremo una mappa dell’universo riscritta da privati. È un bene? È un male? Non so dirvi: se è un male, purtroppo, sembra stia diventando inevitabile. L’astronomia privata porta efficienza, velocità e capitali freschi. Certo, però, porta anche la scienza sotto l’ala di pochi individui potentissimi.
Quando e come ci cambierà la vita
Entro il 2030, potremmo avere la prima analisi atmosferica dettagliata di un esopianeta “gemello” della Terra finanziata interamente da privati. Cambierà il modo in cui finanziamo la scienza: meno tasse, più mecenati tech. E forse, meno controllo pubblico sulle scoperte.
Guardo il cielo e mi chiedo: tra dieci anni, quando guarderemo una stella, dovremo ringraziare la NASA o leggere i credits di un miliardario nei titoli di coda? L’astronomia privata non chiede il permesso. Si prende lo spazio che trova vuoto.
E lassù, di “vuoto” (per così dire), ce n’è parecchio.