La robot tax sta per diventare realtà. Non oggi, non domani mattina, ma di sicuro prima di quanto pensiamo. Nel 2017 il Parlamento Europeo la bocciò: tassare i robot sembrava frenare l’innovazione, punire il progresso. Già nel 2018, però, la Corea del Sud ha ridotto gli incentivi fiscali per chi automatizza.
Bill Gates la chiede da anni. Sempre più economisti la studiano nelle università. E Thomas Piketty, l’economista francese che ha sbagliato praticamente tutto lo sbagliabile sulla storia delle disuguaglianze, potrebbe invece aver indovinato il futuro: quando il capitale sostituisce completamente il lavoro, tassare le macchine diventa l’unica via per evitare il collasso del welfare.
Amico Piketty, avevi torto sul passato, ma le tue soluzioni potrebbero salvarci nel mondo automatizzato.
Perché Piketty sbagliava sul passato
Nel 2013, Thomas Piketty pubblicò Il capitale nel XXI secolo, sostenendo che la disuguaglianza sarebbe cresciuta indefinitamente perché i ricchi risparmiano di più e ottengono rendimenti più alti. La sua tesi: il capitale si accumula più velocemente del lavoro, concentrando ricchezza nelle mani di pochi. Aveva ragione? Macché. Almeno in teoria? Ma quando mai, nemmeno.
Gli economisti lo criticarono duramente, e avevano ragione, all’epoca. Anche la storia dimostrava il contrario: per secoli, più capitale aveva significato salari più alti, non più bassi. I martelli moltiplicavano il valore delle mani. Quando le fabbriche installavano macchinari, i lavoratori diventavano più produttivi e meglio pagati. Il capitale e il lavoro si completavano a vicenda.
Piketty confondeva correlazione e causalità. Sì, la disuguaglianza era cresciuta dal 1980 in poi. Ma non per l’accumulo di capitale: era per alcune concause come globalizzazione, declino dei sindacati, finanziarizzazione. Il meccanismo che descriveva (più capitale uguale più disuguaglianza) non aveva funzionato per 200 anni di storia industriale. Perché avrebbe dovuto iniziare proprio ora?
Quando le mani non servono più
Piketty, fors’anche non del tutto consapevolmente, parlava del futuro, non del passato. E nel futuro automatizzato, aveva ragione. Quando i robot sostituiscono il lavoro invece di esaltare le “mani umane”, la dinamica si ribalta. Il martello di cui vi parlavo è diventato così abile da non aver più bisogno della mano.
Lo sapete che è vero. Secondo l’Osservatorio ANIE, nel 2024 l’industria italiana dell’automazione ha perso il 30% di fatturato interno: ma i robot installati sono aumentati del 12%. Meno ricavi, più macchine, meno persone. Le aziende automatizzano per sopravvivere alla crisi, non per crescere. Il risultato: produttività in salita, occupazione in discesa, contributi previdenziali a picco.
La Corea del Sud lo ha capito prima degli altri. Nel 2018 ha tagliato gli incentivi fiscali per chi investe in automazione. Non una robot tax esplicita, ma l’effetto è lo stesso: se automatizzi, paghi di più. È stata la prima nazione al mondo a muoversi. Oggi ha la densità di robot più alta del pianeta (1.000 robot ogni 10.000 lavoratori) e sta sperimentando cosa succede quando le macchine diventano maggioranza.
Scheda dello Studio
- Ente di ricerca: Oxford Academic / Journal of the European Economic Association
- Ricercatori principali: Johannes Thuemmel (economista)
- Anno pubblicazione: 2023
- Rivista: Journal of the European Economic Association
- Conclusioni: Tassa robot ottimale tra 1% e 3,7% del valore. Più efficace se combinata con riforma fiscale progressiva sul lavoro.
- TRL (Technology Readiness Level): 7-8 – Modelli economici validati, implementazioni pilota in corso (Corea del Sud)
Il problema che nessuno vuole vedere
Quarantasette percento. 47. È la quota di lavori a rischio automazione secondo uno studio di Frey e Osborne del 2013, neanche troppo apocalittico. Tassisti, receptionist, analisti di mercato, contabili. Alcuni già sostituiti, altri in lista d’attesa.
Il welfare funziona perché i lavoratori pagano contributi. Più lavoro, più gettito. Meno lavoro, meno soldi per pensioni, sanità, sussidi. È aritmetica. Se i robot sostituiscono il 47% dei lavoratori entro il 2035, chi paga i contributi? Le macchine non versano l’IRPEF. Non hanno busta paga. Non finanziano l’INPS.
Se un robot sostituisce un lavoratore che guadagnava 50.000 dollari l’anno, qualcuno deve versare almeno (almeno) i contributi che il lavoratore avrebbe versato per il suo stipendio. Altrimenti il sistema collassa. Non è ideologia, è matematica. E la matematica, a differenza di Piketty nel 2013, raramente sbaglia.
Quanto tassare (e come)
Gli economisti del MIT hanno calcolato l’aliquota ottimale: tra l’1% e il 3,7% del valore del robot. Abbastanza alta da compensare la perdita di gettito fiscale, abbastanza bassa da non bloccare l’innovazione. Un robot industriale che costa 100.000 euro pagherebbe tra 1.000 e 3.700 euro l’anno. Meno di un lavoratore umano (che costa all’azienda circa 35.000 euro in contributi), ma più di zero.
Il problema vero non è quanto, ma cosa tassare. Definire “robot” è complicato. Un braccio meccanico in fabbrica? Sì. Un software che analizza contratti legali? Forse. Un algoritmo che fa trading finanziario? Dipende. Microsoft Word sostituisce dattilografi. Lo tassiamo?
La Corea del Sud ha aggirato il problema: invece di definire il robot, ha ridotto gli incentivi fiscali per tutte le tecnologie che automatizzano. Approccio meno preciso, più difficile da eludere. E i dati del 2025 mostrano risultati: le aziende coreane hanno continuano ad automatizzare, giusto un filo più lentamente. In compenso, il gettito fiscale tiene.
Perché gli economisti dicono no
La maggior parte degli economisti resta contraria alla robot tax. I motivi sono solidi, dicono: (1) frena l’innovazione proprio quando servirebbe accelerare, (2) è tecnicamente difficile da implementare, (3) esistono alternative migliori, tipo le tasse progressive sul reddito da capitale.
Non dico di no. Anzi, per carità, ho solo un esame di microeconomia ed uno di macroeconomia alle spalle, non voglio sentenziare: e poi anche un paper del CEPR pubblicato nel 2024 lo dice esplicitamente: meglio tassare i profitti da automazione che i robot stessi. Se un’azienda automatizza e raddoppia i margini, si tassa l’extra-profitto. Più semplice, meno distorsivo. E già lo sappiamo fare.
C’è solo un piccolissimo problema. Le multinazionali spostano profitti all’estero con transfer pricing1 e paradisi fiscali.
Tassare i profitti funziona solo se riesci a trovarli. I robot, invece, stanno fisicamente in fabbrica. Non puoi delocalizzarli fiscalmente in Irlanda. Sono lì, visibili, contabili. Questo li rende un’ottima base imponibile, anche se economicamente non ottimale. Poi fate voi.
Quando e come ci cambierà la vita
Tra 10-15 anni, il welfare europeo entrerà in crisi strutturale se non si riforma la tassazione. La robot tax potrebbe diventare realtà tra il 2030 e il 2035, quando la percentuale di lavori automatizzati supererà il 30% e il gettito contributivo calerà sotto la soglia di sostenibilità.
Non sarà una scelta ideologica, ma una necessità aritmetica.
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Il momento preciso in cui tutto cambia
C’è un momento preciso in cui la robot tax ha smesso di essere tabù: quando l’industria si è accorta che automatizzare costa meno che assumere, anche contando tutti gli incentivi fiscali. Quel momento è già arrivato in Corea del Sud. Sta arrivando in Germania e Nord Italia. Arriverà ovunque entro dieci anni.
Piketty lo aveva previsto nel 2013, quando scrisse che la disuguaglianza sarebbe esplosa se il capitale avesse sostituito il lavoro. Lo criticarono tutti: la storia dimostrava il contrario. Ma Piketty parlava del futuro, non del passato.
Nel futuro automatizzato, tassare le macchine non è più un’idea radical-chic: è l’unica via per non far collassare il welfare. Gli economisti hanno ragione: è inefficiente, distorsivo, tecnicamente complicato. Ma quando l’alternativa è guardare il sistema sanitario e pensionistico andare in default, l’inefficienza diventa accettabile.
Il welfare, ve lo ripeto, reggerà ancora per 10-15 anni. Poi servono decisioni. La Corea del Sud le ha già prese. L’Europa discute. L’Italia guarda, e forse aspetta che qualcun altro sbagli per primo.
Ma può sempre andarci bene?
- Il transfer pricing è il prezzo fissato tra aziende dello stesso gruppo multinazionale per scambi di beni, servizi o prestiti interni. ↩︎