La terapia XR sta per mandare in pensione la vecchia “sedia vuota” della Gestalt. Al CES 2026, VHEX Lab ha mostrato come un visore di realtà mista e un po’ di intelligenza artificiale possano fare quello che anni di analisi faticano a sbloccare: metterti faccia a faccia con i tuoi fantasmi. I dati parlano di un crollo dell’ansia, ma la domanda vera è un’altra: siamo pronti a delegare l’elaborazione del lutto a un avatar?
Se l’immaginazione non basta più
Chi ha fatto un po’ di terapia (o magari legge Mentechiara) sa di cosa parlo. Ti siedi, il terapeuta mette una sedia vuota davanti a te e ti dice: “Immagina che ci sia tuo padre. Parlagli”. E tu stai lì, a guardare il tessuto impolverato della sedia, cercando di evocare una presenza che forse hai passato anni a cercare di dimenticare. È faticoso. Spesso non funziona perché il nostro cervello è bravissimo a proteggerci dal dolore, sabotando la visualizzazione proprio quando serve.
Ecco, la terapia XR potrebbe fare la differenza proprio qui. VHEX Lab è una startup coreana con zero voglia di metafore poetiche e molta voglia di risultati clinici: per questo ha deciso che l’immaginazione è sopravvalutata. Perché sforzarsi di vedere qualcuno che non c’è, quando puoi vederlo davvero?
Il sistema si chiama XRaedo. Prende una foto, la dà in pasto a un’IA generativa e ti restituisce un avatar tridimensionale, seduto proprio lì davanti a te nel visore. Non è un fantasma, è un file. Ma il tuo cervello, quello rettiliano che reagisce agli stimoli visivi prima ancora che tu possa razionalizzare, non fa troppa differenza.
Scheda del sistema
- Ente di ricerca: VHEX Lab (Corea del Sud)
- Tecnologia: XRaedo (Piattaforma di Terapia XR Gestaltica)
- Anno presentazione: 2026 (CES Innovation Award)
- Risultati preliminari: Riduzione ansia 37.5%, riduzione depressione 27%
- Status: In fase di validazione clinica / Commerciale

Come funziona la Terapia XR (e perché funziona, ma fa un po’ paura)
Attenzione, non sto parlando di una seduta spiritica digitale gestita da un algoritmo impazzito. La terapia XR di VHEX Lab mantiene il controllo saldamente nelle mani umane. L’avatar non ha una coscienza propria (per fortuna, o purtroppo, dipende dai punti di vista). È il terapeuta a guidarlo.
Immaginate la scena: siete immersi nel visore, e avete davanti la persona con cui avete un conto in sospeso. Il terapeuta, dalla sua postazione, controlla le espressioni facciali, i gesti, e modula il dialogo. È un teatro di marionette ad alta tecnologia dove il burattinaio è uno psicologo clinico e il pubblico sei tu, intrappolato in una simulazione che ti costringe a sputare il rospo.
Funziona? I numeri dicono di sì. Una riduzione del 37,5% dell’ansia e del 27% della depressione sono percentuali che, in farmacologia, farebbero stappare lo champagne a qualsiasi CEO. Ma qui non si ingoia una pillola. Si ingoia la realtà, o almeno la sua versione aumentata.
L’unicum coreano: dolori reali, cimiteri virtuali
C’è un motivo se questa tecnologia arriva dalla Corea del Sud. E non è solo perché lì sono ossessionati dai gadget. Il punto è questo: in Corea non c’è più spazio per i morti. Letteralmente. Il governo spinge per la cremazione e la dispersione delle ceneri in natura perché i cimiteri sono pieni. Risultato? Le famiglie non hanno un luogo fisico dove andare a piangere.
La terapia XR diventa quindi non solo uno strumento clinico, ma un luogo. Un cimitero portatile, un tempio digitale dove incontrare chi non c’è più. Una soluzione pragmatica a un problema logistico ed emotivo. XRaedo offre uno spazio “sacro” nel cloud, dove riconnettersi in un ambiente guidato.
Mi chiedo se sia questo il futuro del lutto: non più una lapide di marmo freddo sotto la pioggia, ma un file renderizzato in 8K in una stanza climatizzata. È più igienico, certo. Meno poetico? Forse. Ma se serve a sbloccare un dolore incistato da anni, chi siamo noi per fare gli schizzinosi sull’hardware?
Approfondisci
Il confine tra tecnologia e morte si sta assottigliando ovunque. Se ti inquieta (o affascina) l’idea di avatar post-mortem, leggi la nostra analisi su “Eternal You” e i defunti digitali. E per capire come siamo arrivati fin qui, dai uno sguardo a come la realtà virtuale stava già bussando alla porta della salute mentale qualche anno fa.
Verso una catarsi ad alta risoluzione
La terapia XR ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda: siamo macchine biologiche facilmente hackerabili. Se basta un visore per farci piangere, perdonare o arrabbiare come se avessimo davanti una persona reale, allora il confine tra presenza e assenza è molto più labile di quanto crediamo.
Il cervello non distingue così bene tra un’esperienza reale e una simulazione vivida (chi ha provato le montagne russe in VR lo sa bene, il corpo reagisce). VHEX Lab sta solo usando questo “bug” del sistema umano a fin di bene.
Resta il dubbio di fondo. Abituarsi a risolvere i conflitti con avatar docili e controllati da un terapeuta ci renderà più capaci di gestire le relazioni reali, quelle disordinate, imprevedibili e senza tasto “pausa”? O finiremo per preferire la terapia XR alla vita vera, dove la gente risponde male e non segue un copione clinico?
Quando e come ci cambierà la vita
La terapia XR non arriverà domani nel vostro consultorio di quartiere. Ma entro il 2028-2029, cliniche private specializzate potrebbero offrire pacchetti di “chiusura del lutto” o “gestione del trauma” basati su questo protocollo. Prepariamoci a considerare il visore di realtà mista non più come un giocattolo, ma anche come un dispositivo medico di classe II.
Per ora, prendo atto. La sedia vuota si è riempita. Non c’è nessuno seduto sopra, eppure la stanza è affollata. E forse, per la prima volta da anni, qualcuno riesce finalmente a dire “addio”.
Anche se lo dice a un mucchio di pixel.
