Il Trattato Start scade oggi, 5 febbraio 2026. Dopo 54 anni di controlli bilaterali sugli arsenali nucleari, Stati Uniti e Russia si trovano per la prima volta senza alcun vincolo giuridico alle loro forze strategiche. Niente più limiti alle testate dispiegate, così come le ispezioni, e soprattutto niente più scambi di dati obbligatori. Vladimir Putin ha proposto lo scorso settembre di mantenere i tetti per un altro anno, anche senza verifiche formali. Donald Trump ha risposto con un laconico “se scade, scade”, promettendo “un accordo migliore” senza specificare quando né come.
Nel frattempo, il mondo entra in un’epoca mai vista dai tempi della Guerra Fredda: quella in cui le due maggiori potenze atomiche del pianeta decidono liberamente quante armi schierare, dove e quando. L’ultima volta è stato nel 1972. L’ennesimo salto nel buio di questi tempi così precari.
Cosa era il trattato Start e perché contava
Il New Strategic Arms Reduction Treaty, per gli amici “Trattato Start II” firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitrij Medvedev, era l’ultimo erede di una lunga dinastia di accordi sul controllo degli armamenti nucleari. Fissava tre limiti chiari: massimo 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per parte, massimo 700 sistemi di lancio schierati (missili intercontinentali, sottomarini nucleari, bombardieri pesanti), e un tetto complessivo di 800 vettori tra dispiegati e non.
Numeri che rappresentavano un taglio del 74% rispetto al primo trattato START del 1991.
Ma il vero valore del trattato Start non stava solo nei numeri. Stava nel regime di verifica: scambi dettagliati di dati sulle forze nucleari, notifiche su movimenti e modifiche, fino a 18 ispezioni in loco all’anno. Dal 2011 al 2023 si sono tenute oltre 300 ispezioni, creando un’abitudine alla trasparenza reciproca che non aveva precedenti nella storia del confronto nucleare. Sapere con precisione quanti missili ha l’avversario, dove sono, che tipo di testate montano, non rende il mondo sicuro. Ma rende meno probabile prendere decisioni basate sulla paranoia.
Come siamo arrivati alla fine del trattato Start
La strada verso la scadenza del trattato Start è stata graduale, quasi inevitabile. Il trattato nasceva già con una data di scadenza incorporata: 10 anni di durata dal 2011, più una sola estensione possibile di 5 anni. Quella proroga è stata concordata nel febbraio 2021, all’insediamento di Joe Biden. Dopodiché, niente più margini giuridici per prolungarlo. O si negoziava un nuovo trattato Start come successore, o si finiva qui.
Il problema è che nessun successore è mai stato negoziato. Non per mancanza di tempo tecnico, ma per collasso politico. L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha congelato qualsiasi dialogo sostanziale. Mosca ha iniziato a ostacolare le ispezioni già durante la pandemia, usando prima il Covid come giustificazione e poi le tensioni geopolitiche. Il 21 febbraio 2023, Putin annuncia al Parlamento la sospensione della partecipazione russa al trattato Start. Non un ritiro formale (il Cremlino precisa che continuerà a rispettare i limiti numerici), ma la fine pratica di ispezioni e scambi dati.
Washington definisce “legalmente invalida” la sospensione russa e dichiara Mosca in violazione per mancata disponibilità a consentire verifiche. Di fatto, le attività previste dal trattato Start smettono di funzionare.
Gli ultimi mesi sono stati una partita a poker. Putin propone un’intesa informale: mantenere i tetti numerici per un anno senza ripristinare le ispezioni. Trump risponde con indifferenza studiata. E così si arriva ad oggi.
I numeri del trattato Start
- 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per USA e Russia
- 700 vettori dispiegati (ICBM, SLBM, bombardieri pesanti)
- 800 lanciatori totali tra dispiegati e non dispiegati
- 18 ispezioni annue per parte (sospese dal 2020)
- Oltre 300 ispezioni condotte tra 2011 e 2023
- Durata originale: 10 anni (2011-2021) + 5 anni estensione (2021-2026)
L’erosione progressiva del controllo degli armamenti
Il trattato Start non è caduto da solo. È l’ultimo pezzo di un’architettura di controllo degli armamenti che si sta smontando da decenni. Il Trattato ABM sui sistemi antimissile, firmato nel 1972, limitava le difese strategiche per evitare che una delle due parti si sentisse abbastanza protetta da tentare un first strike. Gli Stati Uniti se ne sono ritirati unilateralmente nel 2002, con l’amministrazione Bush. Il Trattato INF sui missili a raggio intermedio, firmato nel 1987, vietava vettori terrestri con gittata tra 500 e 5.500 km. Trump lo ha ricusato nel 2019, accusando la Russia di violazioni con il missile 9M729. Il Trattato Open Skies, che permetteva voli di osservazione reciproci sui territori per aumentare la trasparenza militare, è stato abbandonato dagli USA nel 2020 e dalla Russia nel 2021.
In parallelo, tutte le grandi potenze nucleari hanno avviato programmi di modernizzazione: nuovi ICBM, sottomarini, bombardieri, armi ipersoniche. La Russia ha sviluppato il drone subacqueo Poseidon e il cruise a propulsione nucleare Burevestnik. Gli Stati Uniti stanno investendo nel nuovo ICBM Sentinel e nei sottomarini strategici Columbia-class. La Cina sta espandendo rapidamente il proprio arsenale, pur rifiutando di entrare in schemi di disarmo trilaterale. In questo clima, il trattato Start era rimasto l’unico freno formale tra le due principali potenze atomiche. Fino ad oggi.
Perché la Cina complica tutto per il trattato Start
Un ulteriore fattore di stallo, ve lo accennavo prima, è la crescita dell’arsenale cinese. Washington preme da anni perché Pechino entri in un formato trilaterale di controllo degli armamenti. Pechino replica che non è realistico chiedere al terzo attore, con un arsenale molto più piccolo, di sedersi allo stesso tavolo dei due giganti.
I funzionari cinesi insistono sul fatto che USA e Russia possiedono ancora oltre il 90% delle testate globali. Pretendere limitazioni a una forza cinese ancora relativamente modesta non sarebbe “né equo né ragionevole”.
Il risultato è un paradosso diplomatico: gli Stati Uniti esitano a firmare un nuovo trattato Start troppo vincolante senza includere la Cina. La Cina rifiuta di partecipare a qualsiasi schema che la leghi ai vincoli di due paesi molto più armati. La Russia usa il tema Cina come argomento politico, ma di fatto non mostra alcuna fretta di limitare il proprio arsenale finché può usarlo come leva strategica.
E così, zero negoziati. Tutti furbi e nessuno dritto.
Cosa cambia dal 5 febbraio 2026 senza il trattato Start
Con la scadenza del trattato Start, come detto, non esistono più limiti legalmente vincolanti al numero di testate nucleari strategiche dispiegate da USA e Russia. Decadono le ispezioni in loco, gli scambi di dati obbligatori, gran parte del regime di notifiche strutturate. Per la prima volta dal 1972, anno del primo accordo SALT, non c’è alcun trattato in vigore che limiti le forze nucleari strategiche delle due superpotenze.
Alcuni esperti sottolineano che, almeno nel breve periodo, né Washington né Mosca hanno un interesse immediato a una corsa quantitativa sfrenata. I piani di modernizzazione in corso erano stati pensati per stare dentro i limiti del trattato Start, e aumentare massicciamente le scorte richiederebbe anni e moltissimi soldi.
Ma due effetti sono immediati: perdita di trasparenza (senza ispezioni e scambi dati, ciascuna parte è costretta a basarsi quasi esclusivamente sui propri mezzi di intelligence, alimentando il rischio di valutazioni al peggior caso e spirali di sfiducia) e libertà di manovra politica (il vincolo psicologico di un trattato ratificato e verificato scompare; se gli equilibri strategici o la politica interna lo suggerissero, entrambi i paesi avrebbero mano libera per aumentare vettori e testate dispiegate, senza dover denunciare formalmente un accordo).
I possibili scenari dopo il trattato Start
Le analisi degli istituti specializzati convergono su alcuni scenari possibili. Il più pessimista, e purtroppo oggi anche il più probabile, è quello di un mondo senza alcun trattato Start vincolante tra USA e Russia. Entrambi continuerebbero a monitorarsi con satelliti, radar, intelligence umana, magari mantenendo alcune notifiche informali su lanci di prova e grandi esercitazioni. In teoria, potrebbero anche decidere unilateralmente di restare più o meno nei numeri del trattato Start per ragioni di costo e stabilità. Ma senza ispezioni né obblighi giuridici, si tratterebbe solo di scelte politiche reversibili in qualsiasi momento.
Una via di mezzo proposta da vari think tank consiste in impegni politici non vincolanti, magari annunciati congiuntamente dai leader, a mantenere gli arsenali entro certi limiti o a riprendere quantomeno gli scambi dati essenziali, anche senza un trattato Start formale. Vantaggio: possono essere concordati più rapidamente, senza passare per la ratifica parlamentare. Svantaggio: non prevedono protezione legale per gli ispettori, quindi difficilmente potrebbero includere vere ispezioni sul campo. In più, un cambio di amministrazione in uno dei due paesi potrebbe dissolverli da un giorno all’altro.
L’ipotesi più ambiziosa, ma oggi politicamente lontana, è un nuovo trattato Start, di nuova generazione, che includa tutte le armi nucleari (non solo quelle strategiche dispiegate), imponga limiti ai nuovi sistemi (armi ipersoniche, droni nucleari subacquei), e magari apra la porta, in un secondo momento, alla partecipazione di altre potenze, a partire dalla Cina.
Per arrivarci servirebbero almeno tre condizioni oggi assenti: una distensione minima tra Russia e Occidente, un consenso politico interno negli USA a tornare su un grande trattato, e una qualche forma di coinvolgimento da parte cinese. Nessuna delle tre sembra vicina nel breve periodo.
Quando e come ci cambierà la vita
Non aspettatevi esplosioni immediate o lanci dimostrativi. La corsa agli armamenti nucleari post-trattato Start sarà lenta, silenziosa, ma inesorabile.
Nel giro di 3-5 anni, entrambe le superpotenze potrebbero raddoppiare le testate dispiegate senza violare alcuna legge. La Cina continuerà a espandere il proprio arsenale, mentre India, Pakistan e Corea del Nord osservano e traggono conclusioni. Il rischio reale non è la guerra atomica, ma l’instabilità cronica: più armi, meno trasparenza, più probabilità di errori di calcolo in una crisi.
E l’Europa, con basi nucleari NATO sul proprio territorio, si troverà a vivere in un clima sempre più simile a quello della Guerra Fredda, ma senza le regole che allora tennero il mondo in equilibrio precario.
Approfondisci
Ti interessa il tema del rischio nucleare? Leggi anche L’Atlante dell’Apocalisse: Nature mostra le mappe di una guerra atomica. Oppure scopri come la Cina simula un triplo attacco nucleare in laboratorio per capire i nuovi equilibri strategici.
Vivere senza rete nucleare
Il trattato Start non era un trattato perfetto. Non limitava le testate in deposito, non copriva le armi tattiche, non toccava la difesa antimissile, arrivava tardi rispetto all’ondata di modernizzazioni in corso. Ma garantiva qualcosa che oggi manca quasi del tutto: la prevedibilità. Sapere con buona precisione quanti missili, quante testate e dove sono schierate dall’altra parte non rende il mondo sicuro, lo ripeto, ma rende meno probabile prendere decisioni basate sulla paranoia e sulle ipotesi peggiori.
Gli oltre dieci anni di applicazione del trattato Start hanno dimostrato che due avversari strategici possono convivere con limiti reciproci verificati, pur modernizzando i propri arsenali. La sua fine arriva nel momento forse peggiore: guerra calda in Europa, dottrine nucleari che si fanno più flessibili e aggressive, più attori con capacità nucleari avanzate, un ambiente informativo saturo di propaganda. Cosa può andare storto?
Nel prossimo futuro, molto dipenderà non solo da quante armi verranno schierate, ma da quale narrativa prevarrà: quella della competizione senza freni, o quella, più difficile ma non impossibile, di una nuova generazione di accordi e misure di fiducia adattate al mondo multipolare e ipertecnologico di oggi.
Nel frattempo il mondo impara sempre di più a vivere senza rete, in equilibrio su una fune nucleare più sottile (e oscillante) che mai.