No, non è Lercio. Non è nemmeno una di quelle notizie che leggi e pensi “ma va, l’hanno inventata”. È tutto vero, “credetemi, è accaduto” direbbe Modugno. Ed è accaduto in una sala del Senato americano, con telecamere accese e giornalisti che prendevano appunti. Washington, febbraio 2026: Mauricio Peña, Chief Safety Officer di Waymo, risponde a domande in un’audizione sui robotaxi. Tutto procede normale finché un senatore non chiede: “ci sono operatori remoti che assistono i vostri veicoli?”. Risposta: “si: alcuni negli Stati Uniti, molti nelle Filippine”. Silenzio.
Poi il trambusto: la notizia rimbalza sui media in poche ore. I robotaxi che circolano a San Francisco, Los Angeles, Phoenix hanno un backup umano dall’altra parte del Pacifico. Tecnici che guardano schermi, revisionano video in tempo reale, suggeriscono traiettorie quando il software va in tilt. Nessuno guida direttamente volante e freni, sia chiaro. Ma il sistema dipende da loro. E questo complica parecchio la narrazione dell’autonomia.
Operatori remoti: cosa fanno davvero
Waymo spiega che gli operatori remoti intervengono “quando il software incontra scenari ambigui”: un ostacolo non codificato, lavori stradali segnalati male, un incidente improvviso, un intoppo qualunque. Quando capita il robotaxi si ferma, invia richiesta d’assistenza. L’operatore analizza la situazione, suggerisce una traiettoria alternativa, invia comandi logici al sistema decisionale. Il veicolo riparte. Tutto in teoria veloce, pulito, sicuro.
In pratica? Restano domande scomode. Quale latenza caratterizza le comunicazioni tra California e Manila? Cosa succede se la connessione cade? Chi è responsabile se un operatore remoto sbaglia valutazione? E soprattutto: con quale frequenza intervengono? Waymo non fornisce dati pubblici. Cruise, azienda controllata da General Motors, aveva rivelato di impiegare circa 1,5 operatori remoti per ogni robotaxi. Un rapporto che suggerisce una dipendenza strutturale, non un’assistenza occasionale.

Il Senato scopre le Filippine
Il senatore Edward Markey ha definito “completamente inaccettabile” l’impiego di operatori remoti stranieri: non per xenofobia, intendiamoci (almeno non dichiarata) ma per una questione di cybersicurezza. I robotaxi raccolgono dati sensibili: percorsi, orari, volti dei passeggeri, conversazioni captate dai microfoni interni. Tutto transita verso centri di controllo a migliaia di chilometri, gestiti da contractor esterni, in giurisdizioni come quella filippina con standard di protezione dati diversi.
Waymo assicura controlli rigorosi. Ma i critici sottolineano che esternalizzare la supervisione dei veicoli in paesi terzi crea tutta una serie di pericolose vulnerabilità: è un po’ come affidare la sicurezza di casa a guardie che non hai mai incontrato e che lavorano dall’altra parte del mondo. Funziona finché funziona.
Numeri Waymo (agosto 2025):
- 100.000 corse settimanali
- Operazioni 24/7 a San Francisco
- Flotta: 778 veicoli solo in California
- Incidenti: tasso 10 volte inferiore a conducenti umani (dati azienda)
Autonomia vera o marketing?
Il dibattito, come avrete capito, è diventato politico e quindi di interesse generale: bisogna valutare requisiti minimi di cybersicurezza e obblighi di disclosure sulle modalità di intervento degli operatori remoti. Tesla, che sta lanciando i propri robotaxi ad Austin, in Texas, utilizza supervisori umani a bordo nelle fasi iniziali. Zoox e Baidu Apollo hanno centri di controllo dedicati: al momento, insomma, nessuno opera senza backup umano.
Ma allora, perdonate la domanda: cos’è davvero “autonomo”? Un sistema che funziona da solo il 99% del tempo ma si blocca senza intervento umano nell’1% critico è autonomo o assistito? E se non fosse l’1% ma di più? Ancora: se l’assistenza arriva da operatori remoti a 10.000 chilometri, cambia qualcosa rispetto a un supervisore seduto nel veicolo?
Questi, scusate l’ignoranza, quanto sono veicoli autonomi e quanto sono taxi teleguidati? Mi ricorda la storiella del robot che ci mettiamo in casa per scoprire che a guidarlo nelle faccende c’è un “filippino remoto” che lo muove da casa sua. Anzi, non è una storiella.

In sintesi: ok, la mobilità autonoma cresce e continuerà a farlo, ma la rivelazione sugli operatori remoti filippini cambia la percezione. Non siamo davanti a macchine completamente indipendenti, ma a sistemi ibridi che funzionano bene finché c’è qualcuno, da qualche parte, pronto a guardare uno schermo e dire “prova così”.
Il futuro ha ancora bisogno del presente.
E forse è meglio saperlo.
Approfondisci
Ti interessa la mobilità autonoma? Leggi anche Auto Waymo: 12 volte più sicure degli umani secondo studio indipendente. Oppure scopri l’ascesa verticale dei robotaxi Waymo con 100.000 corse settimanali per capire quanto velocemente questa tecnologia si sta diffondendo.