La TU Wien (Università tecnologica di Vienna) e Cerabyte hanno creato il QR code più piccolo al mondo: 1,98 micrometri quadrati, meno di un batterio, pixel da 49 nanometri incisi su un film ceramico con fasci ionici focalizzati. È talmente piccolo che anche il Guinness dei Primati lo ha certificato. Ma il record dimensionale è quasi un dettaglio: la vera notizia è che questa tecnologia di archiviazione dati su ceramica potrebbe conservare informazioni per secoli, forse millenni, senza consumare un watt di energia.
Su un foglio A4 ci starebbero oltre 2 terabyte: i nostri hard disk, per dire, durano in media cinque anni.
Come funziona l’archiviazione dati su ceramica
Il team guidato da Paul Mayrhofer, dell’Istituto di Scienza e Tecnologia dei Materiali della TU Wien, ha inciso il codice su un sottile strato ceramico: lo stesso tipo di materiale usato per rivestire utensili da taglio industriali. Roba progettata per resistere a temperature e pressioni estreme, non esattamente il supporto che ti aspetti per conservare un link a una pagina web (perché sì, nell’esperimento il QR code rimanda alla pagina del gruppo di ricerca: un tocco di classe).
I singoli pixel misurano 49 nanometri, come vi dicevo. Per dare un’idea: la lunghezza d’onda della luce visibile è circa dieci volte più grande. Il codice è letteralmente invisibile anche a qualsiasi microscopio ottico, e leggibile solo con un microscopio elettronico. A scale così ridotte, di solito gli atomi tendono a spostarsi e riempire i vuoti, cancellando qualsiasi informazione incisa. Ecco, qui no: la stabilità del materiale ceramico impedisce questo tipo di degradazione.
I numeri dell’archiviazione dati
- 1,98 micrometri quadrati: la superficie totale del QR code, il 37% del precedente record mondiale
- 49 nanometri: la dimensione di ogni singolo pixel
- Oltre 2 terabyte: la capacità teorica su un foglio A4
- Zero energia: necessaria per mantenere i dati nel tempo
- Secoli o millenni: la durata stimata delle informazioni
L’archiviazione dati come le civiltà antiche
Alexander Kirnbauer, ricercatore del progetto, ha usato un paragone che dice tutto: abbiamo fatto la stessa cosa che facevano i Sumeri. Incidiamo informazioni in materiali stabili e inerti, progettati per resistere al passaggio del tempo. Solo che al posto dello scalpello usiamo fasci ionici focalizzati, e al posto della pietra una pellicola ceramica spessa pochi nanometri.
Oggi viviamo nell’era dell’informazione e conserviamo i dati su supporti che durano quanto un elettrodomestico: rischiamo di lasciare meno dati di quelli che ci hanno tramandato gli antichi romani. Gli hard disk magnetici si degradano in pochi anni. Le memorie flash non fanno molto meglio. I data center consumano quantità enormi di energia solo per mantenere operativi i sistemi di raffreddamento e alimentazione.
L’archiviazione dati su ceramica ribalta questa logica: una volta scritti, i dati restano lì. Nessuna corrente, nessuna manutenzione, nessun refresh periodico.
La corsa alla memoria eterna
La TU Wien non è sola in questa corsa. La stessa Cerabyte, partner del progetto, sta sviluppando un sistema di archiviazione dati su scala industriale basato su nanostrati ceramici e vetro, con l’obiettivo di raggiungere il petabyte per rack entro il 2026. Western Digital ha già investito nella startup. E poi c’è chi punta sul diamante, chi sul DNA sintetico, chi sul vetro (il Project Silica di Microsoft).
Tutte queste tecnologie condividono la stessa intuizione (giusta): i supporti magnetici ed elettronici sono ottimi per dati che cambiano spesso, pessimi per quelli che devono restare. E la maggior parte dei dati prodotti dall’umanità (stimati in 175 zettabyte entro pochi anni) è “fredda”: non cambia mai, non viene quasi mai recuperata, ma deve essere conservata. Servono materiali che facciano una cosa sola, e la facciano per sempre.
Piccolo mondo ultramoderno
Abbiamo inventato il modo più sofisticato della storia per conservare informazioni, e somiglia moltissimo al modo più antico. Pixel da 49 nanometri al posto di cunei nell’argilla, microscopi elettronici al posto degli occhi, ma la logica è identica. Incidere qualcosa di stabile e andarsene.
La memoria ceramica, amici cari, funziona e l’hanno rodata per molto tempo. Piuttosto: cosa decideremo di tramandare per i prossimi millenni? e cosa lasceremo morire su un hard disk che nessuno sostituirà?
Ai posteri, come si suol dire, l’ardua sentenza.
Scheda dello studio
Titolo: World’s Smallest QR Code
Autori: Paul Mayrhofer, Alexander Kirnbauer, Erwin Peck, Balint Hajas, Ramiro Saide
Istituzione: TU Wien (Vienna University of Technology), in collaborazione con Cerabyte
Presentazione: National Astronomy Meeting 2025, Royal Astronomical Society, Durham / Guinness World Records
Verifica indipendente: Università di Vienna
Approfondisci
La corsa all’archiviazione dati eterna è una delle sfide più sottovalutate del nostro tempo: ne abbiamo parlato a proposito della memoria ceramica di Cerabyte, capace di contenere 10.000 TB nel palmo di una mano, e dei dischi ottici in diamante progettati per durare milioni di anni. Per chi vuole esplorare la strada biologica, c’è il filone dell’archiviazione dati su DNA, che promette di infilare lo scibile umano in una provetta.
