Nel 2020, durante le prime settimane di pandemia, un ricercatore disse a Matt Kaplan, corrispondente scientifico dell’Economist, che era una vera e propria tempesta di citochine la causa principale delle tante morti per io Covid. Poi aggiunse: “Non puoi scriverlo. Il mio supervisore non apprezzerebbe.” Non era l’unico. Un’immunologa gli confessò che il suo genere bastava a invalidare qualsiasi idea. Un dottorando temeva il licenziamento. In piena emergenza sanitaria globale, la ricerca scientifica stava zittendo le sue menti migliori: per gerarchia, per ego, per paura. Da Galileo Galilei a Katalin Karikó, la storia si ripete con una coerenza che dovrebbe preoccuparci.
La scienza che si mangia i suoi figli
Kaplan ha raccolto queste storie (e molte altre) in un libro uscito quest’anno (non in Italia, purtroppo). Il punto di partenza, come potrete immaginare non è storico: è personale. Vent’anni di corrispondenza scientifica gli hanno insegnato che le scoperte più importanti spesso avvengono nonostante la comunità che dovrebbe sostenerle, non grazie a essa. Un po’ come un ospedale che guarisce i pazienti malgrado i suoi medici.
Il caso che apre il libro è quello di Ignaz Semmelweis, il medico ungherese che nel 1847 capì che bastava lavarsi le mani con una soluzione di cloro per abbattere la mortalità da febbre puerperale: dal 18% a meno del 2%. All’Ospedale Generale di Vienna le partorienti morivano nel padiglione dei medici, non in quello delle ostetriche. La differenza? I medici passavano direttamente dalle autopsie alle sale parto, senza lavarsi.
I colleghi lo presero per pazzo. Lo licenziarono. Lui scrisse lettere furiose, chiamando i medici “assassini”. Finì in manicomio, dove morì a 47 anni, picchiato dalle guardie, per una setticemia: la stessa infezione che aveva passato la vita a combattere.
Il Nobel che nessuno voleva finanziare
Il caso di Katalin Karikó è forse più vicino e, proprio per questo, più scomodo. Biochimica ungherese emigrata negli Stati Uniti, ha dedicato decenni allo studio dell’RNA messaggero come vettore terapeutico. L’Università della Pennsylvania la retrocesse, le tagliò lo stipendio e la relegò in una posizione accademica di serie B. Nessuna azienda farmaceutica voleva sentir parlare di mRNA. Poi è arrivato il Covid-19, e la tecnologia che nessuno voleva finanziare è diventata la base dei vaccini somministrati a miliardi di persone. Alla fine, dopo turbini di schiaffoni presi per decenni, nel 2023 Karikó ha ricevuto un Nobel “riparatore” per la Medicina. Che non cambia la sostanza del discorso.
Cinquantasette anni prima, la stessa cosa era successa a Peyton Rous, che nel 1911 aveva dimostrato che un virus poteva causare il cancro: i colleghi giudicarono l’idea assurda, e il Nobel arrivò quando Rous aveva nientemeno che 87 anni, appena tre anni prima di morire.

23.000 paper ritirati (e il problema è più grande)
A marzo 2026, durante un talk ad Harvard, Kaplan ha messo sul tavolo un numero: più di 23.000 paper scientifici ritirati negli ultimi decenni. Frodi, dati manipolati, risultati inventati. Il giornalista propone soluzioni concrete, alcune mi lasciano perplesso (tra cui un sistema “a lotteria” per l’allocazione dei fondi di ricerca scientifica), ma ammette che il problema è strutturale.
La verità, dice, è che i ricercatori vivono in un’atmosfera di paura: chi contraddice il supervisore rischia la carriera, chi pubblica risultati scomodi rischia l’isolamento, chi non sa spiegare come la propria ricerca scientifica “combatta il razzismo o il sessismo” rischia di perdere i finanziamenti.
Non parliamo di secoli fa. Parliamo di oggi, di laboratori con connessioni in fibra ottica e sequenziatori genomici da milioni di dollari, dove un dottorando non osa dire al proprio supervisore che forse una tempesta di citochine sta uccidendo i pazienti. Kaplan lo dice senza giri di parole: il peggior nemico della ricerca scientifica sono spesso gli scienziati stessi.
Hai ragione, è un passaggio importante. Ecco il paragrafetto da inserire prima di “La domanda che resta aperta”:
Criticare i punti oscuri della ricerca scientifica è un atto di igiene intellettuale
Va detto, perché qualcuno potrebbe fraintendere: criticare il funzionamento della ricerca scientifica non significa schierarsi contro la scienza. Anzi, è l’esatto contrario. Chi dice cose tipo “l’aloe cura tutti i tipi di cancro” nega le evidenze. Chi dice “il sistema dei finanziamenti scoraggia le idee non ortodosse” le difende.
Kaplan stesso lo chiarisce: il metodo scientifico resta lo strumento più potente che abbiamo per capire il mondo. Il problema non è il metodo, ma la macchina umana che ci sta intorno: le carriere, i fondi, le gerarchie, l’ego. Confondere le due cose (la critica al sistema con il rifiuto della scienza) è comodo per chi vuole che nulla cambi. Ed è esattamente il tipo di cortocircuito che tiene in piedi i problemi della ricerca scientifica da quasi due secoli.
La domanda che resta aperta
C’è un termine per descrivere la tendenza a rifiutare le nuove conoscenze perché contraddicono le norme stabilite: si chiama proprio “riflesso di Semmelweis”, dal medico di cui vi parlavo all’inizio, che morì per aver avuto ragione troppo presto. Il paradosso è che conosciamo il fenomeno, lo abbiamo persino battezzato, eppure continuiamo a replicarlo.
Insomma: la scienza sa benissimo di avere un problema con il dissenso costruttivo, con le idee fuori schema, con chi osa dire “e se stessimo sbagliando?”. Lo sa da quasi due secoli. Eppure continua a comportarsi come se lavarsi le mani (non in senso igienico, stavolta: in senso morale) fosse facoltativo.
Forse il prossimo Semmelweis o la prossima Karikó stanno già lavorando in qualche laboratorio, sottopagati e ignorati. Li ascolteremo prima che sia troppo tardi, o aspetteremo (come al solito) la prossima pandemia per accorgerci che avevano ragione?
Approfondisci
La storia della ricerca scientifica è piena di scoperte che hanno dovuto aspettare decenni prima di essere accettate. Ne abbiamo parlato su Futuro Prossimo a proposito dei vaccini mRNA e del percorso di Katalin Karikó, ma anche raccontando le previsioni più sbagliate di sempre e i peggiori fallimenti tecnologici del 2023.
Scheda libro
- Titolo: I Told You So! Scientists Who Were Ridiculed, Exiled, and Imprisoned for Being Right
- Autore: Matt Kaplan
- Lingua: Inglese
- Editore: St. Martin’s Press, 2026
- Pagine: 320
- Link: Amazon
Futuro Prossimo non sponsorizza questo libro e non ha ricevuto denaro né omaggi di alcun tipo per menzionarlo.