Il braciere è piccolo, di terracotta. Sul bordo, sono incise tre figure femminili: probabilmente defunte venerate dopo la morte. Dentro, soltanto cenere. Cenere che nessuno ha analizzato per quasi quarant’anni dal ritrovamento, nel 1986, in una villa rustica a Boscoreale. Ora un team internazionale guidato da Johannes Eber dell’Università di Zurigo ha passato quei residui al setaccio molecolare: e ci ha trovato tracce di incenso importato dall’Africa o dall’Asia, insieme a composti chimici compatibili con il vino. È la prima conferma materiale di un rituale che conoscevamo solo dai testi e dai dipinti. La praefatio, l’offerta che apriva ogni sacrificio romano.
I rituali di Pompei letti dalla chimica
Il team (ben sei università tra Zurigo, Monaco, Bonn, Kiel e Dublino, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei) ha analizzato le ceneri di due bruciaprofumi con tecniche che nel 79 d.C. (alcune anche nel 1986 a dirla tutta) sarebbero parse magia: spettroscopia molecolare, analisi dei fitoliti e dei biominerali.
In uno dei bracieri hanno trovato una resina arborea esotica, probabilmente incenso proveniente dall’India o dall’Africa subsahariana. Nell’altro, un profilo di acidi grassi (tartarico, malico, succinico, fumarico) compatibile con un prodotto d’uva: vino o aceto.
Lo studio, pubblicato il 30 marzo 2026 sulla rivista Antiquity, è il primo a verificare in archeologia una pratica descritta da storici e artisti romani per secoli: bruciare vino e incenso insieme come atto inaugurale dei rituali di Pompei e di tutto l’Impero.
Scheda studio
Titolo: Ashes from Pompeii: incense burners, residue analyses and domestic cult practices
Autori: Johannes Eber, Shira Gur-Arieh, Robert C. Power, Maxime Rageot, Philipp W. Stockhammer
Istituzioni: Università di Zurigo, LMU Monaco, Università di Bonn, Università di Kiel, University College Dublin
Rivista: Antiquity. A Review of World Archaeology, Volume 100, marzo 2026
La praefatio: quando il fumo apriva la porta agli dèi
I romani avevano un nome preciso per questo rituale, come vi dicevo: praefatio. Una libagione di incenso e vino sul focolare, eseguita prima di qualsiasi sacrificio per invitare Giano, Giove e talvolta altre divinità a benedire la cerimonia. Lo descrivono Catone, Cicerone, le fonti pontificali. Lo raffigurano i rilievi del Tempio di Vespasiano, proprio a Pompei.
Fino ad oggi ne avevamo solo parole e immagini. Nessuno aveva mai trovato la prova chimica diretta di quel fumo nei rituali di Pompei. Le resine dei bruciaprofumi romani erano state analizzate raramente, e mai con questo livello di dettaglio.
Un braciere, un rituale, una rete globale
La scoperta più sottile non riguarda il rito in sé, ma la sua geografia. L’incenso trovato nel braciere di Boscoreale non viene dall’Arabia meridionale (il fornitore “classico” dell’Impero): le analisi molecolari puntano verso l’India o l’Africa subsahariana, ai confini estremi della rete commerciale romana. Un po’ come trovare spezie thailandesi nella dispensa di un contadino toscano del Settecento: dice molto su quanto fosse lungo il filo che collegava periferia e centro del mondo antico.
Come sottolinea il direttore del Parco Archeologico Gabriel Zuchtriegel: senza Pompei e senza l’integrazione tra archeologia e scienze, non avremmo potuto cogliere queste connessioni.
I rituali di Pompei e il margine di cautela
I ricercatori stessi frenano (e fanno bene) su un particolare, e per trasparenza ne scrivo anche io. Dei due bracieri presi in esame, uno è stato dissotterrato nel 1954, l’altro nel 1986: quarant’anni e più di conservazione non controllata. Le storie post-scavo dei due reperti sono frammentarie. Il rapporto tra acido malico e tartarico (0,7) è compatibile con l’uva matura, ma non esclude contaminazioni successive. I ricercatori scrivono che senza campioni di sedimento di controllo non è possibile confermare definitivamente che i biomarcatori appartengano al contenuto originale del braciere.
E poi c’è il dettaglio che fa sorridere: Pompei è stata sepolta nel 79 d.C., bombardata dagli Alleati nel 1943 e scossa da un terremoto nel 1980. Una catena di custodia, diciamo, movimentata.
Ma è proprio questa la lezione: anche con tutti i suoi “ma”, l’analisi dimostra che la scienza può rendere tangibile ciò che la letteratura aveva solo raccontato. I rituali di Pompei non sono più solo una pagina di Plinio. Sono acidi grassi, fitoliti, resine che hanno attraversato mezzo mondo per bruciare in un braciere domestico ai piedi del Vesuvio.
In tutto questo chissà se gli dèi, poi, quel fumo lo sentivano davvero.
Approfondisci
Pompei continua a riscrivere la propria storia con strumenti che i suoi abitanti non avrebbero immaginato. Di recente il DNA delle vittime ha ribaltato ciò che credevamo di sapere sui legami familiari degli ultimi istanti, mentre la traccia dei superstiti ha dimostrato che la città non morì del tutto nel 79 d.C.. E per ricomporre i frammenti che nessun umano poteva affrontare, è servito un robot con le mani morbide.