Otto rinvii, uno scudo termico crepato, una perdita di idrogeno, un guasto all’elio, un rischio stimato (dalla stessa NASA) “tra 1 su 2 e 1 su 50”. E poi, finalmente, il lancio perfetto. La missione Artemis II è partita nella notte del 2 aprile, squarciando il cielo della Florida con una colonna di fuoco che non si vedeva dalla rampa 39B dal 1972. Quattro astronauti dentro una capsula chiamata Integrity stanno volando verso la Luna. Non atterreranno: gireranno intorno al lato nascosto e torneranno indietro. Un po’ come testare l’autostrada senza prendere l’uscita.
Ma il lancio è solo l’inizio. La missione Artemis II durerà 10 giorni e ciascuno di essi ha un compito preciso, una manovra critica, un margine di errore sottile. Ecco cosa succederà, giorno per giorno, da qui all’ammaraggio nel Pacifico.
Giorno 1: il collaudo in orbita terrestre
Il razzo SLS ha portato la capsula Orion in orbita bassa in circa 8 minuti. Poi lo stadio superiore (l’ICPS, Interim Cryogenic Propulsion Stage) ha acceso il suo motore RL10 per sollevare Orion su un’orbita ellittica alta, con un apogeo di circa 74.000 chilometri e un periodo di 42 ore. È qui che succede la prima cosa davvero interessante: la missione Artemis II prevedeva che Orion si separasse dallo stadio superiore e che il pilota Victor Glover prendesse il controllo manuale della capsula.
L’ha fatto. E il verdetto è stato piuttosto diretto: “Vola molto bene”, ha comunicato al centro di controllo.
Queste manovre si chiamano proximity operations (prox ops): Glover ha pilotato Orion intorno allo stadio esaurito dell’ICPS per circa un’ora, simulando le operazioni di avvicinamento e attracco che saranno necessarie nelle future missioni con lander lunare. Poi l’ICPS ha acceso il motore un’ultima volta per autodistruggersi nell’atmosfera, e l’equipaggio ha riposto le tute di lancio, sistemato la capsula per il volo e cercato di dormire qualche ora.
C’è stato anche un piccolo imprevisto (perché senza imprevisti non sarebbe la missione Artemis II): la toilette di bordo ha segnalato un guasto al ventilatore. Riparata in coordinamento con Houston. Funziona. Dettaglio non trascurabile per 10 giorni in uno spazio grande quanto un monolocale.
Giorno 2: il punto di non ritorno
Il secondo giorno è il più critico dell’intera missione. Dopo la sveglia e un po’ di esercizio fisico, Orion eseguirà la manovra che impegna tutto il viaggio: la translunar injection burn (TLI). Un’accensione di circa 30 minuti del motore principale del modulo di servizio europeo (costruito dall’ESA) che spingerà la capsula su una traiettoria a forma di otto intorno alla Luna.
Da quel momento, la missione Artemis II sarà su una free return trajectory: una rotta che sfrutta la gravità lunare per riportare Orion verso la Terra senza bisogno di altre accensioni significative. In caso di emergenza, la capsula torna a casa da sola. Lo stesso principio che salvò l’equipaggio di Apollo 13 nel 1970.
Nello stesso giorno è prevista anche una prima correzione orbitale (OTC, Orbital Trajectory Correction): una breve accensione per assicurarsi che Orion stia seguendo la rotta prevista.
Giorni 3 e 4: il viaggio verso la Luna
Due giorni di crociera nello spazio profondo. L’equipaggio eseguirà ulteriori correzioni di traiettoria e si preparerà per il sorvolo lunare: prove delle procedure, addestramento sui compiti scientifici, familiarizzazione con gli strumenti di osservazione geologica.
I quattro astronauti lavoreranno anche come cavie. La missione Artemis II porta con sé l’esperimento AVATAR (A Virtual Astronaut Tissue Analog Response): chip delle dimensioni di una chiavetta USB contenenti cellule di midollo osseo prelevate dal sangue dei quattro astronauti prima del lancio. Le cellule sono state coltivate su dispositivi organ-on-a-chip e inserite in un mini-laboratorio costruito da Space Tango. Un lotto identico è rimasto a Terra come controllo.
Di che si tratta? Vediamo se ho capito, e se vi faccio capire: il midollo osseo è tra gli organi più sensibili alle radiazioni. Per la prima volta, questo tipo di diagnostica viaggerà oltre le fasce di Van Allen, fuori dalla protezione del campo magnetico terrestre, nella stessa radiazione cosmica che colpirà i corpi degli astronauti. Al ritorno, i ricercatori confronteranno i chip spaziali con quelli terrestri per capire cosa fa davvero lo spazio profondo al tessuto umano: danni al DNA, alterazioni dei telomeri, risposte immunitarie.
Non è l’unico esperimento biologico: l’equipaggio raccoglierà campioni di saliva su speciali cartine (Orion non ha frigorifero) per monitorare i biomarcatori immunitari e verificare se virus dormenti (come quello della varicella) si riattivano nello spazio profondo. Indosseranno braccialetti che registrano il sonno, lo stress, le prestazioni cognitive, le dinamiche di gruppo. Porteranno dosimetri personali in tasca, e sei sensori di radiazione sono distribuiti nella capsula.
Giorno 5: nella sfera di influenza lunare
Il quinto giorno segna il passaggio dalla sfera gravitazionale terrestre a quella lunare: da questo momento, è la Luna ad esercitare l’attrazione principale su Orion. La capsula non entrerà in orbita lunare (a differenza delle missioni Apollo che orbitavano a meno di 160 km dalla superficie): continuerà sulla sua traiettoria a otto, sfiorando il lato nascosto.
Il giorno 5 è anche l’ultimo prima del sorvolo. L’equipaggio farà le prove finali delle osservazioni geologiche, guidato in tempo reale da un team di geologi nel Science Evaluation Room del Johnson Space Center di Houston.
Giorno 6: il sorvolo della Luna
Un altro giorno che conta tanto. Orion passerà a circa 7.400-7.600 chilometri dalla superficie lunare (le stime oscillano leggermente a seconda della fonte), sorvolando il lato nascosto della Luna.
La scienziata della missione Barbara Cohen l’ha descritta così: la Luna apparirà grande come un pallone da basket tenuto a distanza di un braccio. I quattro astronauti vedranno crateri, catene montuose e formazioni che nessun essere umano ha mai osservato direttamente. I geologi a Houston li hanno addestrati a riconoscere caratteristiche geologiche specifiche e a fotografarle per studi successivi (una tradizione che risale agli astronauti Apollo, anch’essi formati da geologi prima delle missioni).
In questo giorno, la missione Artemis II potrebbe anche battere il record di distanza massima dalla Terra per un equipaggio umano, stabilito nel 1970 dall’equipaggio di Apollo 13 (circa 400.171 km). E c’è un altro momento: il passaggio dietro la Luna taglierà per alcuni minuti ogni comunicazione con la Terra. Silenzio radio completo, come accadde per la prima volta ad Apollo 8 nel dicembre 1968.
Dall’altra parte, se il timing lo permette, l’equipaggio cercherà di fotografare un “sorgere della Terra” (Earthrise) dal lato nascosto: il nostro pianeta che emerge sopra l’orizzonte lunare. Un’immagine che nel 1968 cambiò il modo in cui l’umanità guardava se stessa.
C’è un’altra cosa che succede nel giorno 6: i CubeSat. La missione Artemis II trasporta piccoli satelliti da Germania, Corea del Sud, Arabia Saudita e Argentina, che verranno rilasciati in orbita terrestre alta per studiare gli effetti delle radiazioni spaziali su componenti elettronici e hardware destinato alla Luna.
Giorno 7: inversione di rotta
La gravità lunare ha fatto il suo lavoro. Orion esce dalla sfera di influenza della Luna e comincia il viaggio di ritorno verso la Terra: la fionda gravitazionale l’ha rimessa sulla rotta di casa senza bisogno di accensioni significative. L’equipaggio eseguirà eventuali correzioni di traiettoria minori e inizierà a prepararsi per le fasi finali della missione.
Giorni 8 e 9: prepararsi al rientro
I giorni più tranquilli sul piano delle manovre, i più intensi su quello della preparazione. L’equipaggio ripassa le procedure di rientro atmosferico e ammaraggio, verifica i sistemi di bordo, indossa nuovamente le tute di sopravvivenza. Il giorno 9 è l’ultimo giorno completo nello spazio: l’ultimo tramonto dalla finestra di Orion, l’ultima notte prima della prova più difficile.
Perché il problema della missione Artemis II non è andare verso la Luna. È tornare.
Giorno 10: il rientro
La capsula Orion rientrerà nell’atmosfera terrestre a circa 40.000 km/h: il rientro con equipaggio più veloce mai tentato. L’attrito con l’atmosfera porterà la temperatura esterna a circa 2.760°C. Il plasma rovente avvolgerà la capsula, bloccando ogni comunicazione per alcuni minuti.
Lo scudo termico è la variabile che tutti osserveranno. Durante il rientro di Artemis I nel 2022 (senza equipaggio), il rivestimento in Avcoat si era crepato in oltre 100 punti, perdendo frammenti in modo irregolare. L’indagine della NASA ha stabilito che il problema era la traiettoria di skip reentry usata in quel volo: Orion rimbalzava sull’atmosfera come un sasso sull’acqua, e nelle fasi di riscaldamento intermittente i gas intrappolati nell’Avcoat non riuscivano a fuoriuscire, facendo esplodere il rivestimento dall’interno.
La soluzione? Non cambiare lo scudo (quello di Artemis II era già montato), ma cambiare la traiettoria. Niente più skip: un rientro diretto, con angolo più ripido, che espone lo scudo a temperature più alte ma per un tempo più breve. Oltre 1.000 simulazioni, dice la NASA, confermano margini sicuri. Il comandante Reid Wiseman la pensa così: se ci atteniamo alla nuova traiettoria, lo scudo reggerà. L’ex astronauta Charlie Camarda, esperto di scudi termici, la pensa diversamente e ha definito la decisione “una pazzia”.
Lo sapremo tra 10 giorni.
Superata la fase di riscaldamento, a circa 7.500 metri di quota si apriranno due paracadute frenanti. Poi tre paracadute principali (35 metri di diametro ciascuno) rallenteranno Orion da 750 a circa 27 km/h per l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico, al largo di San Diego. Cinque airbag arancioni si gonfieranno per tenere la capsula dritta. Una nave anfibia della Marina americana sarà lì ad aspettarli.
Missione Artemis II: cosa c’è in gioco, oltre la Luna
La missione Artemis II non atterra sulla Luna, eppure è il test che decide tutto: decide se Orion funziona con esseri umani a bordo, se lo scudo termico regge, se i sistemi di supporto vitale tengono per 10 giorni nello spazio profondo, se la navigazione senza GPS funziona oltre l’orbita terrestre. Se qualcosa va storto, il programma lunare americano si ferma. Se tutto funziona, la strada è aperta per Artemis IV nel 2028: la missione che dovrebbe riportare esseri umani sulla superficie lunare per la prima volta dal 1972.
C’è anche l’Italia, in questa storia. L’1 aprile, mentre il razzo era sulla rampa, a Washington il ministro Adolfo Urso e l’amministratore NASA Jared Isaacman firmavano un accordo: i moduli abitativi pressurizzati MPH (Multi-Purpose Habitat) costruiti da Thales Alenia Space per conto dell’ASI diventano parte integrante del programma Artemis. Saranno l’infrastruttura per le future basi lunari. I primi moduli dovrebbero arrivare sulla superficie non prima del 2033. Nell’accordo c’è anche un dettaglio: un astronauta italiano camminerà sulla Luna.
Ma questo è il futuro. Il presente sono quattro persone in una capsula di 9 metri cubi che volano verso un punto dove nessun essere umano si è spinto da mezzo secolo. Il presente è uno scudo termico che ha già fallito una volta e che dovrà reggere a 40.000 km/h.
E noi quaggiù a guardare qui ora dopo ora, una volta tanto, una cosa bella.
Approfondisci
Se hai seguito le peripezie della missione Artemis II su Futuro Prossimo, sai che il percorso fino alla rampa è stato tutt’altro che lineare: abbiamo raccontato il conto alla rovescia più lungo della storia, i problemi e rinvii causati dal sistema dell’elio e i rischi cumulativi che hanno messo in dubbio la partenza.
Scheda missione
- Missione: Artemis II
- Agenzia: NASA, con modulo di servizio ESA
- Equipaggio: Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Koch e Jeremy Hansen (specialisti di missione)
- Lancio: 2 aprile 2026, ore 00:35 italiane, rampa 39B, Kennedy Space Center
- Durata: circa 10 giorni
- Distanza massima: oltre 400.000 km dalla Terra, circa 7.400-7.600 km dalla superficie lunare
- Velocità di rientro: circa 40.000 km/h (rientro con equipaggio più veloce mai tentato)
- Ammaraggio: Oceano Pacifico, al largo di San Diego
- Dove seguire Artemis su Youtube: qui, nella diretta sul canale della NASA.