Kennedy Space Center, giovedì sera. Un giornalista chiede ai responsabili di Artemis II di quantificare il rischio della missione. John Honeycutt, 36 anni di NASA, veterano del programma SLS, risponde con una sincerità insolita per un funzionario dell’agenzia: storicamente, metà dei razzi nuovi falliscono al debutto. Artemis II non è al debutto, ma con tre anni e mezzo di pausa dal primo volo senza equipaggio, non è nemmeno routine. “Probabilmente non siamo a 1 su 2, ma probabilmente non siamo nemmeno a 1 su 50.” E poi, quasi tra sé:
“La gente adesso dirà oh, shit. Perché stavolta ci sono persone a bordo.”
Ecco, il punto è proprio questo: la Flight Readiness Review si è conclusa con un voto unanime: la data di lancio sarà il primo aprile 2026 (ore 00:24 italiane). Quattro astronauti, nove giorni, un giro intorno alla Luna a oltre 400.000 chilometri dalla Terra. L’ultimo volo umano oltre l’orbita bassa risale al 1972. E si, lo ribadisco, i dirigenti NASA hanno scelto, con una certa eleganza burocratica, di non rendere pubblici i numeri della valutazione probabilistica del rischio.
I numeri che non tornano (e quelli che non esistono)
Lori Glaze, amministratrice associata ad interim della NASA, ha detto una cosa interessante: i numeri del rischio probabilistico “a volte ci ingannano, facendoci credere che ci stiano dicendo qualcosa di davvero importante”. Insomma: abbiamo fatto i calcoli, ma non siamo sicuri che significhino granché. Per il primo volo dello Shuttle nel 1981, ad esempio, gli ingegneri stimarono un rischio tra 1 su 500 e 1 su 5.000. Il rischio reale, scoperto dopo, era 1 su 10.
- Artemis II: rischio non quantificato pubblicamente, stimato “tra 1 su 2 e 1 su 50”
- Soglia NASA loss-of-crew: 1 su 30 per le missioni Artemis (rapporto OIG)
- Obiettivo a regime: portare il rischio sotto 1 su 50
- Missioni Apollo: rischio reale circa 1 su 10
Artemis II, il testamento e il letto
Il comandante della missione, Reid Wiseman, ha scelto un approccio diverso al problema del rischio. È andato a fare una passeggiata con i figli e ha spiegato loro dove si trova il suo testamento, e cosa succederà se non dovesse tornare. “Questo fa parte della vita,” ha detto. “Vorrei che più persone parlassero così alle loro famiglie, perché non sai mai cosa porta il giorno dopo.”
E poi, con un cambio di registro che solo chi ha fatto pace con l’incertezza riesce a fare, ha aggiunto che entrare nella capsula Orion per lui è come infilarsi nel proprio letto: si sentirà “al caldo e al sicuro”.
I numeri della missione sono di quelli che il cervello fatica a elaborare: Mach 39 al rientro, 250.000 miglia dalla Terra, quasi 3 milioni di chili sulla rampa. “Sono numeri folli,” ha ammesso Wiseman. “Non li comprendi nemmeno.” E in quei numeri si nascondono le incognite che nessun modello probabilistico riesce davvero a catturare.
Il rischio che conta davvero per Artemis II
Honeycutt ha usato l’esempio della schiuma isolante dello Shuttle Columbia per spiegare perché i numeri non bastano. Per calcolare correttamente quel rischio, la NASA avrebbe dovuto prevedere non solo che un pezzo di schiuma si sarebbe staccato, ma dove sarebbe caduto, cosa avrebbe colpito, e quale catena di eventi avrebbe innescato. Non ci riuscì. La lezione è che lavorare tecnicamente su ogni singolo sottosistema conta più di qualsiasi numero aggregato.
Il rischio più alto in classifica per Artemis II resta quello dei micrometeoriti e dei detriti orbitali. Ma Honeycutt non è d’accordo:
“Le ultime due volte che abbiamo perso equipaggi è stato durante le fasi più dinamiche, la salita e il rientro. Possiamo illuderci che il rischio maggiore siano i detriti, ma quando hai milioni di libbre di propellente che bruciano sotto di te, è lì che stai introducendo il rischio reale.”
L’unico vantaggio rispetto allo Shuttle: Artemis II ha un sistema automatico che in caso di problemi permette all’equipaggio di separarsi dal razzo e tornare a casa. In teoria.
Approfondisci
Ti interessa il programma lunare? Leggi anche la nostra analisi sui rischi cumulativi di Artemis, oppure scopri cosa è successo con il problema dell’elio.
La Luna, intanto, continua ad attendere. Se tutto va bene, tra tre settimane ci saranno quattro persone che vedranno il suo lato nascosto per la prima volta in oltre mezzo secolo. Se non va bene… beh… Noi ci pensiamo poi. Wiseman e i suoi colleghi, da grandi professionisti ci hanno già pensato.