La notizia è arrivata stamattina, al sole di un weekend lungo. Alex Zanardi si è spento la ieri sera, primo maggio 2026, a 59 anni. Avrebbe compiuto sessant’anni a ottobre. Lo comunica la famiglia con una nota scarna, di quelle che non lasciano spazio: serenamente, circondato dai suoi, rispetto del dolore, privacy. I funerali martedì 5 maggio alla Basilica di Santa Giustina, a Padova: 6 lunghi anni di silenzio chiusi in tre righe.
E ora che lo si deve raccontare, ci si accorge che le parole pronte non bastano. Eroe è troppo poco e troppo facile. Esempio lo trasforma in poster motivazionale, cosa che lui stesso aveva sempre rifiutato con quel sorriso a metà tra l’ironia e la pazienza. Resiliente, peggio ancora: parola che le aziende hanno consumato fino al midollo.
La parola che gli sta meglio, forse, è una sola, e nessuno la sta usando: cyborg. Non nel senso del fumetto. Nel senso letterale: organismo cibernetico, essere umano integrato a un sistema tecnico che ne estende le funzioni. Alex Zanardi lo è stato. E qui c’è il punto che cambia tutto: lo è stato da co-autore.
Il cyborg che si è disegnato addosso
La storia di Alex Zanardi la sappiamo a pezzi, e va bene così. Bologna 1966, padre idraulico, madre sarta, un kart a quattordici anni e l’inizio di tutto. Quattro stagioni in Formula 1 tra Jordan, Minardi, Lotus e Williams. Due titoli CART consecutivi nel 1997 e 1998 negli Stati Uniti, dove i sorpassi all’ultima curva lo avevano reso un nome che non si dimenticava.
Poi il 15 settembre 2001, al Lausitzring in Germania, l’incidente che chiunque altro avrebbe chiamato “fine”. Auto centrata a oltre trecento all’ora, amputazione delle gambe, sette arresti cardiaci, sopravvivenza tecnica. Stop.
Ecco, qui di solito le narrazioni tirano in ballo la forza di volontà. Vero, ma incompleto. Quello che Zanardi fece dopo il Lausitzring non fu solo “rimettersi in piedi”: fu mettersi a disegnare le protesi insieme a chi le costruiva. Frequentò il Centro Protesi INAIL di Budrio, fuori Bologna, non come paziente ma come ingegnere prestato al proprio corpo. Misurava, suggeriva, contestava, riprovava. Le sue protesi furono una collaborazione, non una fornitura.
Nel 2011, dieci anni dopo l’incidente, in un’intervista a Linkiesta, fu lui stesso a dire la cosa scomoda:
Non sono ancora riusciti a fornire un tipo di movimento compatibile con le esigenze che può avere uno come me.
Faceva il bilancio tra benefici e malefici, peso, ingombro, capacità: “siamo ancora lontani”. È la frase di un utilizzatore esperto, non di un testimonial. Non era quello “grato alla tecnologia”, perché alla tecnologia lui dava anche: soprattutto la giudicava dall’interno, e ne segnalava i limiti.
Dalla Z-Bike all’acceleratore wireless: l’interfaccia come autobiografia
La cosa straordinaria, e poco raccontata in queste ore, è cosa fece poi con quella insoddisfazione. Non si lamentò: progettò. Con Dallara, l’azienda di Varano de’ Melegari che fornisce telai a mezzo mondo del motorsport, sviluppò la Z-Bike, una handbike in fibra di carbonio costruita applicando i metodi della Formula 1 al paraciclismo.
Insieme a Fadiel Italiana ha messo a punto acceleratori wireless e leve freno elettroniche per persone con disabilità motorie, tecnologie poi confluite nel progetto SpecialMente di BMW per la guida sicura. Con INAIL ha dato vita all’Handbike Kneeler: una handbike adattabile per persone amputate, regolabile, da dare in comodato d’uso ad atleti diversi per statura e taglia.
Capite allora perché la parola cyborg gli si attaglia in modo così preciso? Alex Zanardi non ha messo insieme i pezzi che gli passava il sistema sanitario ed ha imparato a conviverci. Ha partecipato al disegno dei propri pezzi, ha messo in discussione l’interfaccia, ha chiesto alla tecnica di adattarsi al gesto invece del contrario.
È quello che, in un campo in cui di solito chi ha il problema subisce e chi ha la soluzione decide, ribalta la cattedra. Zanardi era esattamente questo. Lo si vede chiaramente confrontando la sua traiettoria con quella di tante altre storie di cyborg moderni a cui dedichiamo regolarmente spazio: lui non era un caso clinico interessante, era un co-progettista.
I risultati sono arrivati di conseguenza, ma quasi come effetto collaterale: due ori e un argento a Londra 2012, due ori e un argento a Rio 2016. Quattro ori e due argenti paralimpici complessivi. Numeri da bacheca. Però la bacheca, per Alex Zanardi, era sempre stata il punto meno interessante della faccenda.
Il 2020 e il silenzio: la parte che non racconta nessuno
Il 19 giugno 2020, sulla statale 146 in Val d’Orcia, durante una staffetta di beneficenza che lui stesso aveva organizzato con Obiettivo Tricolore, l’handbike sbanda e finisce contro un camion. Trauma cranico devastante, neurochirurgia d’urgenza al Policlinico Le Scotte di Siena, oltre un mese di coma farmacologico, trasferimento a Lecco, complicazioni, San Raffaele di Milano, riabilitazione a Padova. Solo a gennaio 2021 riprende coscienza.
Da quel momento, silenzio. Niente bollettini, niente foto, niente apparizioni: solo, di tanto in tanto, qualche notizia indiretta filtrata dalla famiglia, che ha protetto la sua privacy con la stessa caparbietà con cui lui aveva protetto la propria autonomia.
Sei anni così. Ed è una scelta, anche questa, che meriterebbe di essere capita meglio. In un’epoca in cui ogni dettaglio di salute di chiunque diventa contenuto, Daniela e Niccolò Zanardi hanno fatto l’opposto. Hanno sottratto Alex al consumo. È stato forse il gesto più radicale dell’intera vicenda: dire che la sofferenza cronica non è un palinsesto.
Quello che resta, e quello che funziona ancora
Mentre lui taceva, le cose che aveva costruito hanno continuato a funzionare. Obiettivo 3, l’associazione che aveva fondato nel 2017, ha continuato a reclutare e sostenere atleti paralimpici, a dare handbike in comodato a chi non se le poteva permettere, a costruire una rete di coach e di possibilità concrete.
Le tecnologie sviluppate con Fadiel e BMW sono ancora montate sulle auto modificate di chi guida con la disabilità. La Z-Bike è ancora il riferimento di chi cerca prestazioni vere nel paraciclismo. Le ricerche su protesi bioniche con feedback tattile e su interfacce sensoriali artificiali stanno andando, lentamente, esattamente nella direzione che lui auspicava nel 2011: meno peso, più movimento, integrazione neuromuscolare reale.
Non ci siamo arrivati, però ci stiamo avvicinando. Lui non lo vedrà. Però aveva ragione.
Ed ecco la cosa scomoda da dire, che oggi nessuno dirà perché non è il giorno adatto, ma che ad Alex Zanardi sarebbe piaciuta detta lo stesso: la sua biografia non è la favola del “volere è potere”. Quella formula è tossica, perché scarica sul singolo la responsabilità di limiti che spesso sono strutturali. Lui incarnava qualcosa di più preciso, e di molto più difficile da vendere come slogan: non tutto si può riparare, ma molto si può riprogettare.
La riparazione sogna il ritorno all’origine. La riprogettazione accetta che l’origine sia perduta e costruisce un’altra forma di interezza ed integrità, la sua.
C’è un’immagine che forse vale più di tante altre, e l’aveva scelta lui
Nel 2003, due anni dopo lo schianto, tornò al Lausitzring con una vettura modificata e completò i tredici giri che non aveva potuto finire. Per chiudere un cerchio, e dire al circuito che gli aveva preso le gambe che il conto era pareggiato. È un gesto che ha un che di mitologico, certo, ma a guardarlo bene è soprattutto un gesto da ingegnere: c’era una procedura interrotta, e lui l’ha completata. Punto. Il resto, lacrime comprese, era un effetto collaterale.
Ora la procedura è davvero interrotta. Non si completa, questa.
Resta che oggi, in giro per l’Italia e per il mondo, ci sono persone che pedalano con braccia perché lui aveva insistito che si potesse fare meglio. Persone che guidano un’auto perché lui aveva contribuito a disegnarne i comandi. Ragazzi che provano per la prima volta una handbike di Obiettivo 3 senza dover prima diventare ricchi. È il tipo di eredità che non sta nei medagliere e nei coccodrilli televisivi: è un’infrastruttura.
Ci vediamo, dannato kamikaze. Hai sbattuto contro tutto quello su cui potevi sbattere e ne sei sempre uscito un po’ più te stesso. Stavolta no, lo capiamo. Ma la macchina che hai costruito attorno a te continua a girare, e questa è l’unica forma di immortalità seria che esista: quella che non chiede di crederci.