Il 13 aprile 2026 il procuratore generale del Texas ha aperto un’inchiesta formale su Lululemon, un brand americano specializzato nei leggings da yoga, quello che vende il “wellness” a 130 euro al pezzo. La domanda secca, per farvela breve, è: i suoi abiti contengono PFAS, le cosiddette sostanze chimiche eterne? L’azienda risponde che li ha eliminati nel 2023, e che comunque erano in una fetta minima dell’assortimento. Il punto, però, è un altro: l’inchiesta non riguarda davvero Lululemon. Riguarda un’industria che ha promesso di togliere i PFAS dieci anni fa, e che secondo i test indipendenti continua a metterceli.
Il comunicato del Texas AG usa parole pesanti: greenwashing, vendita di “materiali tossici a prezzo premium sotto le mentite spoglie del benessere”. Lululemon si difende ricordando che il suo limite interno di fluoro organico totale è di 50 ppm e che i fornitori vengono testati. Tutto plausibile. Tutto, però, autocertificato. E “fuori come va?” direbbe Ligabue: vediamo un po’.
Cosa fa un PFAS dentro un leggings
Per chi non ha seguito la vicenda: i PFAS sono una famiglia di oltre 14.000 composti sintetici. La loro caratteristica è il legame carbonio-fluoro, fra i più stabili che esistano in chimica. In altri termini: una volta prodotti, non si decompongono. Si accumulano nell’acqua, nel sangue, nel latte materno, ovunque. L’emivita nell’uomo è stimata fra 2 e 9 anni a seconda del composto. Per questo li chiamano col termine emblematico “forever chemicals”.
Nell’abbigliamento tecnico servono per rendere i tessuti idrorepellenti e antimacchia, o magari anti sudore: tutte cose che il marketing dei capi sportivi vende ormai come prerequisito. L’esposizione cronica è stata associata a tumori al rene e ai testicoli, disfunzioni tiroidee, alterazioni del sistema immunitario, problemi di sviluppo nei bambini (le linee guida cliniche delle National Academies USA del 2022 raccolgono la letteratura). Nota bene: sulla pelle ne assorbiamo meno che dall’acqua o dal cibo, ma alcuni studi mostrano che il sudore aumenta il passaggio transdermico durante l’esercizio fisico. Esattamente quando si indossa un leggings.
Qui sta la cosa scomoda
Qui sta la cosa scomoda. Toxic-Free Future ha trovato PFAS nel 72% di capi outdoor venduti come “resistant alle macchie o all’acqua”. Il collettivo Mamavation, in collaborazione con Environmental Health News, ha analizzato 32 leggings popolari: il 25% aveva fluoro organico rilevabile, marcatore di PFAS. L’associazione francese Que Choisir, nel 2025, ha trovato pantaloni a marchio Columbia con 980 ppb di PFAS, quasi quattro volte il limite che loro stessi avevano fissato per “bocciare” un capo. Bund, in Germania, ha trovato PFAS nel 63% delle giacche tecniche analizzate.
Quasi tutti questi brand, sulla carta, hanno annunciato il phase-out fra il 2018 e il 2022. La transizione, dicono, è lenta perché trovare alternative che funzionino bene quanto i PFAS è costoso e tecnicamente complicato. Patagonia, che ha lavorato quindici anni per arrivare a una collezione interamente senza PFAS aggiunti volontariamente nella primavera 2025, conferma che la traiettoria è realistica. Ma costa.

Sostenibilità autodichiarata, una specialità del settore
Il sistema moda gira sull’autoregolamentazione. Esistono oltre cento certificazioni tessili volontarie, senza definizioni condivise né vigilanza indipendente. Le aziende scelgono se aderirvi e si autocertificano, senza conseguenze reali se mancano gli obiettivi. Il regolatore australiano, qualche anno fa, ha rilevato che il 57% delle imprese controllate faceva claim ambientali quantomeno discutibili. In Europa, secondo la stessa Commissione, circa il 60% delle dichiarazioni green dei grandi marchi del fashion risulta fuorviante. È così, sì.
L’inchiesta texana è interessante proprio perché parte da qua: non chiede a Lululemon se è “sostenibile”, chiede di mostrare la lista delle sostanze proibite, i protocolli di test, la filiera. Cose che fino a ieri rimanevano dentro l’azienda. Detto altrimenti: la scommessa è spostare la sostenibilità da promessa di marketing a documento sequestrabile. Per chi compra un capo a 130 euro perché c’è scritto “clean”, è una buona notizia. Vabbè, una notizia.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per regole vincolanti generalizzate, almeno in UE e Stati USA pilota.
California e New York hanno vietato dal 1° gennaio 2025 la vendita di capi con PFAS aggiunti volontariamente. La Commissione UE sta valutando una restrizione orizzontale. Il problema non è la legge, è la verifica: senza laboratori indipendenti finanziati pubblicamente, controllare 14.000 composti su una filiera globale resta esercizio teorico. La traiettoria realistica: prima i mercati ricchi con regole stringenti, poi gli esportatori che si adeguano, poi forse il resto. In quest’ordine. Per il consumatore italiano significa che, fra cinque anni, il “PFAS-free” comincerà a essere verificabile. Non oggi.
Restano i due dettagli che fanno sorridere. Primo: l’inchiesta arriva dal Texas, non esattamente la roccaforte mondiale dell’attivismo ambientale. Secondo: chi paga davvero il “premium price” per il wellness è la stessa persona che, secondo lo stesso brand, sta ricevendo un prodotto che la sua acqua in bottiglia contamina già abbastanza.
La differenza è che la bottiglia almeno la butti.