Per oltre sessant’anni la ricerca di intelligenze extraterrestri è andata avanti su un assunto preciso: se gli alieni esistono e provano a comunicare, lo fanno con segnali deboli, sparpagliati, sepolti nel rumore cosmico. Per questo i radiotelescopi del progetto SETI scansionano fette strettissime di spettro radio, sperando di pescare un sussurro tra il fruscio. Un nuovo studio pubblicato su The Astrophysical Journal ribalta l’impostazione: una civiltà che davvero volesse farsi notare non manderebbe sussurri, ma fasci concentrati ad alta intensità puntati su bersagli specifici. In pratica, forse stiamo cercando segnali alieni nel modo sbagliato dal 1960.
L’autore dello studio è Benjamin Zuckerman, professore emerito di fisica e astronomia all’UCLA. Il paper è uscito il 15 aprile 2026 e propone quello che lui stesso chiama “broadband SETI“. L’idea è semplice e abbastanza sgradevole per il settore: una civiltà aliena con risorse energetiche serie non sprecherebbe potenza spargendola in tutte le direzioni come una lampadina fioca. La concentrerebbe in un fascio stretto, calibrato, mirato. Più puntatore laser che lampione. E a quel punto, a parità di tecnologia ricevente, il segnale alieno non sarebbe più un sussurro: sarebbe un grido.
Quanto griderebbero, in concreto, questi segnali alieni0
Cerco di riassumere, poi approfondirete, se vi va, lo studio completo. A 200 parsec di distanza (circa 650 anni luce), Zuckerman calcola che un trasmettitore da 60 megawatt ben puntato genererebbe un segnale dell’ordine di 10¹⁰ Jansky alla nostra antenna. I radiotelescopi attuali rilevano segnali fino a circa 1 Jansky: il fascio direzionato sarebbe dieci miliardi di volte sopra soglia. Non un puntino sospetto da analizzare per mesi: un’anomalia evidente in qualunque survey radio decente. Da qui l’osservazione che fa più rumore: survey astronomici fatti per ragioni totalmente estranee al SETI hanno già coperto ampie porzioni di cielo con sensibilità sufficiente. Eppure non è emerso nulla di persistente e anomalo da stelle vicine.
Ed ecco il punto di frizione. Il vero limite delle ricerche attuali, secondo Zuckerman, non è la potenza di trasmissione dell’eventuale civiltà aliena: è la lunghezza d’onda. Radio, infrarosso, ottico (e teoricamente raggi X o gamma): nessuno, ovviamente, sa quale userebbe un trasmettitore alieno. Ascoltare in una banda strettissima sperando di azzeccare la frequenza giusta è un po’ come cercare di indovinare un numero di telefono ascoltando un solo prefisso. Chi è ottimista, dopo sessant’anni di silenzio, dovrebbe almeno sospettare di stare ascoltando dal posto sbagliato.
Il vicinato cosmico, contato per mancate visite
Zuckerman costruisce poi un modello conservativo. Entro 200 parsec da noi ci sono circa 500.000 stelle simili al Sole. Di queste, 200.000 sono abbastanza vecchie da aver dato il tempo a una vita tecnologica di emergere. Stime statistiche suggeriscono che 60.000 di esse potrebbero ospitare pianeti abitabili. Una civiltà davvero avanzata, con telescopi adeguati, saprebbe già quali di questi mondi mostrano segni di biologia e restringerebbe il bersaglio a poche centinaia di candidati seri. Tra cui, plausibilmente, la Terra: lo abbiamo già scritto qui, dal 1950 i nostri radar gridano la nostra posizione fino a 200 anni luce di distanza.
C’è poi il limite più scomodo, ricavato dall’assenza: nessuna sonda aliena è mai stata documentata nel sistema solare, e una sonda interstellare anche lenta (1% della velocità della luce) ci impiegherebbe appena 10.000 anni a raggiungerci da 100 anni luce di distanza. Una sciocchezza, in tempi cosmici. Conclusione di Zuckerman: nessuna civiltà aliena è passata entro 100 anni luce dalla Terra negli ultimi miliardi di anni. Il silenzio, da assenza di prove, diventa prova di assenza. O quasi: la stima massima del paper parla di meno di 100.000 civiltà comunicanti nell’intera Via Lattea, e probabilmente più vicine alle 10.000.
Resta una bella domanda: quanti di questi numeri reggono se l’ipotesi di partenza è sbagliata? Zuckerman lo ammette in una nota: il limite vale solo per civiltà che vogliano comunicare elettromagneticamente. Una specie che usa un altro vettore (neutrini, gravitazionali, qualcosa che non immaginiamo) o che semplicemente non vuole farsi trovare, resta invisibile a questo approccio. Il paradosso di Fermi, ribadisco, non si risolve con un articolo. Si sposta di un metro. E qualcuno tra qualche anno dovrà spostarlo ancora.
Cosa cambia per chi ascolta il cielo in cerca di segnali alieni
L’implicazione operativa è netta: smettere di concentrarsi su bande radio strettissime e iniziare a setacciare l’intero spettro elettromagnetico (radio, infrarosso, ottico) sulle stelle Sun-like vicine. E rileggere i dati che già abbiamo. Quelli accumulati in decenni da survey nati per altri scopi, archiviati, spesso mai più toccati. È un cambio di paradigma più organizzativo che tecnologico: non servono telescopi nuovi, servono occhi nuovi su archivi vecchi.
Un’idea poco glamour, e proprio per questo plausibile. Anche perché, come sempre in questo campo, il problema potrebbe non essere lì fuori. Potrebbe essere come guardiamo.
Scheda Studio
Pubblicazione: B. Zuckerman, “Broadband SETI: a New Strategy To Find Nearby Alien Civilizations”, pubblicato su The Astrophysical Journal (15 aprile 2026). DOI: 10.3847/1538-4357/ae4c38. Preprint disponibile su arXiv:2603.07333.
Dati chiave: ~500.000 stelle Sun-like entro 200 parsec, ~60.000 candidate ad ospitare pianeti abitabili. Un trasmettitore da 60 MW direzionato genererebbe ~10¹⁰ Jansky a 200 parsec, contro il limite di rilevazione attuale di ~1 Jansky. Limite superiore stimato di civiltà comunicanti nella Via Lattea: meno di 100.000, probabilmente più vicino a 10.000.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-15 anni per la ridefinizione delle strategie SETI, indefinito (forse mai) per una rilevazione effettiva.
Riprogrammare i programmi SETI per coprire l’intero spettro elettromagnetico è una questione di volontà istituzionale e di budget, non di tecnologia: il Breakthrough Listen e qualche team accademico possono iniziare domani, e probabilmente lo faranno entro il 2030. Rileggere gli archivi astronomici esistenti con criteri nuovi richiede meno hardware e più software, oltre a ricercatori disposti a lavorare su materiale di seconda mano. Quanto al trovare davvero qualcosa, Zuckerman stesso scommette di no: il suo verdetto implicito è che siamo soli, almeno nel nostro angolo di galassia. Se invece il segnale c’è, lo troveranno prima i dipartimenti universitari ben finanziati, poi tutti gli altri. In quest’ordine.