Perché il SETI non ha ancora captato segnali alieni? Forse perché lo spazio stesso li rende invisibili. Un nuovo studio pubblicato sull’Astrophysical Journal dimostra che le turbolenze del plasma stellare possono “spalmare” un segnale radio nitido su più frequenze, facendolo scomparire sotto le soglie di rilevamento. Il team ha usato dati reali delle sonde NASA per quantificare l’effetto e adattare le future ricerche.
“Le ricerche SETI sono spesso ottimizzate per segnali estremamente stretti”, spiega Vishal Gajjar, astronomo del SETI Institute e autore principale dello studio. Il problema è che eventi astrofisici naturali (dalle variazioni di densità del plasma nel vento stellare fino alle eruzioni coronali) possono allargare un segnale radio concentrato distribuendolo su più frequenze. “Se un segnale viene allargato dall’ambiente della sua stessa stella, può scivolare sotto le nostre soglie di rilevamento, anche se è lì”, ha aggiunto Gajjar.
Segnali alieni persi nel rumore?
Per testare l’ipotesi, il team si è rivolto a qualcosa di misurabile direttamente: le trasmissioni delle nostre stesse sonde spaziali. I dati delle missioni Mariner IV e Pioneer 6, lanciate nel 1964 e 1965, mostrano che le loro trasmissioni sulla banda S a 2,3 gigahertz subivano un evidente allargamento spettrale già a 6,26 milioni di chilometri dal Sole. L’analisi dei segnali di Pioneer 6 ha confermato che l’effetto era ancora più pronunciato durante le tempeste solari.
Le sonde Helios 1 e 2, lanciate nel 1974 e 1976 in orbita ravvicinata attorno al Sole, hanno rafforzato il quadro: la distorsione dei segnali alieni (o in questo caso umani) aumentava con la vicinanza alla stella. Il fatto che entrambe le sonde trasmettessero durante un minimo solare ha reso il dato ancora più significativo.
I dati delle sonde Viking su Marte e di molte altre missioni hanno poi rivelato che l’effetto si dissipa rapidamente fino a circa 2 milioni di km dal Sole, poi più gradualmente, fino ad appiattirsi a partire da circa 6,95 milioni di km. Secondo lo studio, fino al 70% delle stelle potrebbe causare un allargamento superiore a 1 Hz, e fino al 30% superiore a 10 Hz: abbastanza da rendere invisibile un segnale ai radiotelescopi convenzionali.
Ripensare tutte le modalità di ricezione
L’effetto è particolarmente forte attorno alle nane rosse di tipo M, che rappresentano circa il 75% delle stelle della Via Lattea e sono note per la loro intensa attività stellare. Il team SETI ha già iniziato a tradurre questi risultati in modelli per stelle di diverse dimensioni e densità.
“Quantificando come l’attività stellare può rimodellare i segnali a banda stretta, possiamo progettare ricerche più adatte a ciò che effettivamente arriva sulla Terra non solo a ciò che potrebbe essere trasmesso”, ha dichiarato la co-autrice Grayce C. Brown del SETI Institute.
C’è da sperare, allora, che modificando il nostro modo di ascoltare, di ritroveremo improvvisamente invasi da “notifiche” che non avevamo ancora visto? Chissà. L’importante è non smettere mai di provare. Anche perchè, se dovessimo mai ricevere un messaggio, sapremmo già cosa fare.