Il 17 febbraio 2026, davanti a una platea di organizzazioni ebraiche americane riunite a Gerusalemme, l’ex premier Naftali Bennett ha detto una frase che molti analisti aspettavano da mesi: “la Turchia è il nuovo Iran”. Due mesi dopo, il presidente turco Erdogan minacciava di “entrare in Israele” come già aveva fatto in Libia e nel Karabakh. In mezzo, una serie di mosse meno rumorose ma più rivelatrici: il corridoio IMEC che bypassa Ankara, l’Hexagon Alliance che la accerchia, l’asse Grecia-Cipro-Israele che la inquieta, e Donald Trump che valuta l’uscita degli Stati Uniti dalla NATO. Tutti pezzi diversi dello stesso puzzle.
Turchia-Israele, la fabbrica dei nemici
C’è un meccanismo che si ripete sempre uguale: prima vengono gli editoriali, poi le dichiarazioni dei politici di seconda fila, poi quelle dei ministri in carica. Il Jerusalem Post parla apertamente di “ottavo, più pericoloso fronte”. Il Wall Street Journal invita a non lasciare alla Turchia il vuoto che potrebbe lasciare l’Iran. L’ex ministro della Difesa Yoav Gallant: “La Turchia rappresenta una sfida maggiore per Israele rispetto all’Iran”. Il Comitato Nagel, già lo scorso anno, ha raccomandato al governo israeliano di prepararsi a un confronto militare con Ankara entro pochi anni.
Sottolineo: nei dossier ufficiali, non a “Porta a Porta”, o in qualche altro talk show notturno.
Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha riassunto la cosa meglio di chiunque altro, il 13 aprile ha mostrato senza mezze misure di aver mangiato la foglia:
“Dopo l’Iran, Israele non può vivere senza un nemico”.
È la dichiarazione di una strategia di Stato, non di un’opinione personale. Quando un ministro descrive così apertamente quello che gli sta succedendo intorno, di solito ha già fatto i suoi conti.
Il perno di tutto: l’Articolo 5
Qui le cose si fanno interessanti. La Turchia non è l’Iran: è membro NATO da quasi 75 anni, dal 1952. Ospita la base di Incirlik, dove secondo stime ricorrenti dormono circa 50 testate nucleari B61 in regime di nuclear sharing. Ospita poi la stazione radar di Kürecik, uno snodo del sistema antimissile NATO. Ospita LANDCOM a Smirne. E soprattutto, in caso di conflitto Israele-Turchia, l’Articolo 5 obbligherebbe (in teoria) gli Stati Uniti a difendere Ankara contro Tel Aviv.
Scheda strategica
Forze in campo
Turchia: 550.000 effettivi, 380.000 riservisti, 2.200 carri armati, F-16 e caccia KAAN domestico, portaelicotteri TCG Anadolu. Alleanza strategica con Pakistan (potenza nucleare): esercitazioni “Atatürk”, “Indus Shield”, “Three Brothers” con Azerbaijan.
Israele: 9,9 milioni di abitanti contro un mondo arabo da 450-470 milioni e tre potenze musulmane non arabe (Iran 90m, Turchia 85m, Pakistan 259m). Aiuti USA: 3,8 miliardi annui sotto MoU 2019-2028, più 21,7 miliardi di emergenza dal 7 ottobre 2023.
Fonte: SpecialEurasia, Risk Assessment di Silvia Boltuc, 25 aprile 2026.
Joe Kent, ex direttore del National Counterterrorism Center, ha detto pubblicamente quello che a Bruxelles si sussurra: la fretta di Trump di uscire dalla NATO non è (solo) per soldi. È per liberarsi del vincolo dell’Articolo 5 in vista di uno scenario in cui gli Stati Uniti debbano sostenere Israele contro un membro dell’Alleanza. Trump, dal canto suo, definisce la NATO “una tigre di carta” e dichiara di star “assolutamente” considerando l’uscita.
Per questo motivo, direi che si possano ampiamente superare i dubbi su una “baruffa” (voglio essere molto cauto e morbido, almeno lontano dai titoli) tra Turchia e Israele: quella è assodata. Dobbiamo chiederci, piuttosto, perché qualcuno sta già lavorando a smontare i meccanismi che la conterrebbero.
Il corridoio che gira intorno ad Ankara
Ve lo scrivevo prima: il corridoio IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor), annunciato al G20 di Nuova Delhi nel 2023, taglia del tutto fuori la Turchia. Il percorso previsto tocca India, Emirati, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Grecia e Italia: in altre parole, la nuova rotta merci tra Asia ed Europa passa ovunque tranne che da Ankara. Erdogan lo aveva capito subito e ha proposto un’alternativa, chiamata “Iraq-Europe Development Road”. Per ora, solo sulla carta.
Nel frattempo, la Hexagon Alliance di Netanyahu (Israele, India, Grecia, Cipro, e alcuni Stati arabi “moderati”) configura un accerchiamento politico ed economico che funziona anche senza sparare un solo colpo. Le infrastrutture, d’altra parte sono geopolitica con altri mezzi.
Il dato sull’Articolo 5 NATO, qui, smette di essere astratto: ogni nuovo nodo dell’IMEC è un tassello che svuota il valore strategico della Turchia per l’Occidente. E quando il valore strategico di un “amico” si azzera, in geopolitica quello diventa in automatico un potenziale “nemico”.
Scenari possibili: cosa potrebbe succedere
Non commentate da saccenti su questi scenari: non sono la verità rivelata. Semplicemente, mettere insieme i pezzi serve a vedere dove portano. Sul mio tavolo vedo tre traiettorie, ipotesi ragionate: poi mi direte voi se ne avete altre.
Allora: lo scenario per procura in Siria è quello che vedo più probabile. Truppe turche al nord, presenza israeliana al sud, vuoto americano al centro: una zona grigia perfetta per uno scontro indiretto, droni contro droni, che testi i limiti dell’Articolo 5 senza superarli formalmente. Ankara potrebbe sfruttare la superiorità aerea e dei droni per limitare la libertà operativa israeliana, e Tel Aviv potrebbe colpire la presenza turca senza dichiarare ufficialmente nulla. Nessuno chiama apertamente “guerra” un conflitto del genere, o no? Anche se si combatte. Un déjà-vu di certi scenari tecnologici già visti in Ucraina, ma con la differenza non trascurabile che qui i due sfidanti sarebbero entrambi nello stesso “club” militare.
Il secondo scenario è la guerra economica e diplomatica prolungata. IMEC che si consolida, Turchia che blocca corridoi e usa la leva migratoria su Bruxelles, sanzioni reciproche, embarghi commerciali (la Turchia ha già sospeso ogni scambio con Israele dal maggio 2024). Una guerra fredda mediterranea che dura anni e logora entrambi senza mai sfociare nello scontro armato.
Il terzo scenario, lo scontro diretto, è per me il meno probabile ma non è più impensabile. E di certo non è fuori dai piani. Certo, richiederebbe l’uscita americana dalla NATO o, almeno, la sospensione di fatto delle garanzie verso Ankara. Trump ci sta lavorando, e Bennett la sta predicando.
Le batterie di Patriot americane e spagnole arrivate sulle basi turche a marzo 2026, sono un fattore che mi suggerisce cautela: si può mai armare l’alleato che si vorrebbe sospendere? Non so, non credo al momento.
Turchia-Israele, la cosa scomoda che nessuno dice
Se l’Iran cade davvero come avversario sistemico, Israele perde la giustificazione per i 3,8 miliardi annui di aiuti militari americani e per i 21,7 miliardi di emergenza arrivati dal 2023. E per Netanyahu, a meno di una grazia politica urbi et orbi (che non immagino nemmeno) si spalancano le porte del Tribunale Internazionale.
La macchina militare israeliana ha bisogno davvero di un nemico permanente per sostenersi. E la macchina industriale americana ha bisogno che Israele continui a comprare armi. Per questo la Turchia, in un’equazione del genere, non è solo una minaccia percepita, ma una funzione necessaria.
Mi chiedo se Erdogan lo sappia. Probabilmente sì. Probabilmente è il motivo per cui, prima di rispondere alle minacce, fa partire le esercitazioni navali con il Pakistan.
Ormai si commenta l’assurdo, per scoprire che è già sulla soglia del reale.