Una premessa onesta serve sempre, soprattutto quando si parla bene di un libro: Futuro Prossimo fa parte del network Forward To, una delle tre realtà che hanno curato questa ricerca, ma non ha partecipato in alcun modo alla sua stesura, e non avrebbe comunque problemi ad evidenziare aspetti critici. Detto questo, Changemaking. Idee che ispirano, azioni che trasformano (La Traccia Buona, aprile 2026) è un libro che merita di essere letto anche da chi non sa cosa significhi la parola “innovazione sociale” e magari, porello, pensa pure di non doverlo sapere. Anzi: forse soprattutto da loro.
Perché questo non è il solito catalogo di storie eroiche e motivazionali. È una mappa, fatta con metodo, di un’Italia che lavora sotto traccia e che, secondo i numeri raccolti, non è neanche esattamente dove ci si aspetterebbe. E viene una gran voglia di scoprirla, pagina dopo pagina: e questa voglia diventa via via anche un po’ gioia, anche un po’ orgoglio.
Innovazione sociale, la fotografia che mancava
Il volume nasce dall’incontro tra Ashoka Italia, Forward To e il Dipartimento di Culture, Politiche e Società dell’Università di Torino. Quattro curatori (Alberto Robiati, Arianna De Mario, Federico Mento, Filippo Barbera) e sette collaboratori, tutti con dei curriculum che difficilmente si possono liquidare. La metodologia è quella che si usa quando si vuole prendere sul serio una popolazione “difficile da raggiungere”: Respondent Driven Sampling, dieci “semi” selezionati per genere ed età, nove ondate di reclutamento, 132 questionari completi, focus group, interviste in profondità. Non hanno chiamato gli amici degli amici, in altre parole, e non si sono accontentati della prima risposta.
Il punto di partenza è il superamento di una cornice mentale che ci sta bloccando tutti, e che il buon Mark Fisher chiamava realismo capitalista: l’idea che non esistano alternative al sistema così com’è. Il libro propone invece una “economia fondamentale”, ovvero quell’insieme di servizi, lavori e infrastrutture (sanità, scuola, mobilità, cura, spazi pubblici) che rendono possibile una vita decente. Ed è dentro questa cornice che si colloca il concetto di “infrastrutture di cittadinanza”: non tanto opere pubbliche, quanto il complesso di connessioni materiali, norme, competenze e relazioni che rendono effettivi i diritti delle persone nei luoghi dove vivono. Un concetto che ho letto raramente articolato con questa pulizia, e che afferma la preminenza totale della “rete” rispetto al singolo. Questo, peraltro, è per me un fattore fondamentale del libro.
Ribaltiamo il mito del pioniere visionario
La prima mappatura di Ashoka, dieci anni fa, raccontava un Paese di “pionieri”: singoli innovatori carismatici, quelli che io chiamo “santini laici”. Gli eroi solitari del sociale, per capirci: le classiche storie esemplari che fanno bene su LinkedIn. La nuova, robusta mappatura condotta tra maggio e agosto 2025, racconta qualcosa di diverso: oltre 1.300 realtà censite, ma soprattutto un passaggio cruciale, quello “dai pionieri agli ecosistemi”. Cioè: il cambiamento sociale che funziona non è più (ammesso che lo sia mai stato) il gesto eroico del singolo, ma una trama di relazioni, fiducia, alleanze trasversali. Il caro Alberto Robiati lo dice con una formula che resta: i changemaker sono persone-spazio, radicate nella prossimità.
Persone-spazio: ma quanto è bella questa definizione?
Scheda del libro
Titolo: Changemaking. Idee che ispirano, azioni che trasformano
Sottotitolo: Mappa e futuri possibili per l’Italia che possiamo costruire, da oggi, insieme
A cura di: Alberto Robiati, Arianna De Mario, Federico Mento, Filippo Barbera
Editore: La Traccia Buona edizioni
Pagine: 160
Prima edizione: aprile 2026
ISBN: 9791281244894 (cartaceo), 9791281244917 (EPUB), 9791281244931 (Kindle)
Font (una nota adorabile): Inconstant Regular, progettato per migliorare la leggibilità per le persone con dislessia (scelta non decorativa)
Quello che il libro dice (e tanti, troppi tacciono)
Tre dati emergono dalla mappatura, ed è interessante che il libro non li nasconda dietro l’entusiasmo.
Il primo: il 65% delle changemaker italiane sono donne, con un’età media di 37 anni e un titolo post-laurea (nel 44% dei casi). Una popolazione femminile, giovane-adulta, ipercompetente. Già da sola questa fotografia basterebbe a smontare un certo immaginario sull’innovazione sociale come campo neutro o maschile.
Il secondo: dieci anni fa la presenza degli innovatori sociali era equamente distribuita tra Nord, Centro e Sud. Oggi non più. Il Centro-Nord concentra ormai la quasi totalità dei changemaker mappati. Barbera è chiaro sulla causa: la fuga di persone con titolo di studio elevato dal Mezzogiorno si è portata via, “come un torrente inarrestabile”, anche la popolazione degli innovatori sociali. Una parte dell’Italia oggi non ha più il capitale umano e relazionale per fare innovazione sociale. Il libro lo scrive senza giri di parole, ed è uno dei passaggi più scomodi.
Il terzo, il mio preferito: gli innovatori sociali italiani chiedono, con forza, un giusto compenso. Barbera lo formula così: il mercato del lavoro dell’innovazione sociale può essere flessibile, discontinuo, autonomo, ma non può essere povero. Non funziona, altrimenti, perché crea un cortocircuito tra valori e sostenibilità.
Ecco, questo è esattamente il tipo di affermazione che nei convegni di settore si evita di fare e che invece andrebbe detto proprio in apertura, come conditio sine qua non. Esagero?
Il “mare di melassa” e altre frasi che restano
L’immagine più forte del libro la firma sempre Barbera, nella sua postfazione: gli innovatori sociali italiani “nuotano in un mare di melassa, perché il paese è un mare di melassa”. Quindi non basta chiedersi come la propria organizzazione possa innovare: bisogna chiedersi come ciò che la circonda, e che non è innovativo, possa cambiare per essere sinergico con essa. È un invito a smettere di celebrare le isole e iniziare a guardare l’acqua. Un sociologo che scrive così, in un libro nato anche dentro un network di promozione dell’innovazione sociale, è qualcosa che si nota.
Il capitolo di Roby Parissi (“Anatomia del changemaking”) è un’altra sorpresa: usa la metafora dei punti cardinali (Nord, Sud, Ovest, Est) per organizzare una geografia del successo e del fallimento che riesce a essere divulgativa senza essere didascalica, e questo è raro. Il capitolo sui megatrend di Francesca Fattorini e Alberto Robiati tira invece lo sguardo al 2035 con i ferri del foresight: declino demografico, transizione ecologica, automazione, polarizzazione politica. È il modo di lavorare tipico di Forward To, e qui viene applicato a un dominio specifico con esiti convincenti.
Cosa funziona, cosa pesa
Funziona la triangolazione metodologica: Ashoka porta la mappatura empirica e i fellow, l’Università di Torino il rigore sociologico, Forward To gli scenari e il foresight. Tre lenti che non convergono, e questa è una scelta dichiarata nella conclusione “a tre voci”. È una postura intellettualmente onesta, coerente col fatto che non c’è una ‘teoria del tutto’, una strada sola. Gli autori non ci dicono cosa pensare, ci mostrano tre modi diversi di guardare la stessa cosa. Funziona anche la decisione di pubblicare in un font progettato per chi ha dislessia (Inconstant Regular): per un libro che parla di valorizzazione delle persone, è una coerenza non decorativa.
Pesa, in alcuni passaggi (ma credo sia un limite mio) una certa densità terminologica: “architettura autocorrettiva del processo decisionale”, “infrastrutture di cittadinanza”, “modello futurizzante”. Concetti utili e fondati, ma che chiedono al lettore non specialista una pazienza che non sempre è ovvio garantire. Pesa anche, qua e là, il rischio di un linguaggio interno alla comunità del terzo settore, che parla bene a chi è già dentro e meno bene a chi guarda da fuori. I miei limiti però, statene certi, non bastano a rovinare un libro che fa una cosa che pochi fanno: prendere sul serio le persone che cambiano i sistemi senza trasformarle in figurine astratte.
“L’utopia è come l’orizzonte. Io cammino dieci passi e si sposta di dieci passi. […] E allora a che cosa serve? A farci camminare.” — Fernando Birri, citato da Robiati nelle conclusioni
A chi serve davvero questo libro
A un bel po’ di gente, direi, e questa è una virtù. Serve a chi lavora nel sociale e vuole uscire dall’isolamento, a chi progetta politiche pubbliche e cerca modelli già messi alla prova, a chi insegna, a chi abita un territorio e prova a contribuire. Ma serve anche, e questo è il punto, a quelli come me. A chiunque si occupi di futuro in senso lato: tecnologia, impatto sociale dell’IA, transizione ecologica, foresight strategico. Perché il messaggio implicito del libro è che l’innovazione sociale non è un settore separato dalle innovazioni “vere”: è la condizione di possibilità per renderle abitabili. Senza ecosistemi che traducano la novità in vita quotidiana, le tecnologie restano dimostrazioni in laboratorio.
Per me il prezzo che si paga per leggere questo libro è inferiore al prezzo che si paga per non leggerlo se ci si occupa di trasformazione sociale in Italia.
Una mappa non è il territorio. Ma quando il territorio è “un mare di melassa”, anche solo avere una mappa decente che dica dove si nuota meglio è tanta roba.