Un sondaggio del 2025 diceva che l’86,6% degli astrobiologi crede nella vita extraterrestre. Una cifra che è girata ovunque, dal Times a Facebook, fino a diventare una di quelle notizie che il cugino ti rimanda due volte all’anno. Ora arriva il sequel, firmato dallo stesso gruppo di ricerca dell’Università di Durham, pubblicato su Nature Astronomy il 5 giugno 2026. E il sequel ribalta lo schema dei film: gli astrobiologi non sono diventati più ottimisti, sono diventati selettivamente scettici. Quando gli si è chiesto di scommettere su due dei più grandi annunci del 2025, la firma biologica trovata su K2-18b e le macchie sospette sulla roccia marziana Cheyava Falls, hanno risposto in modo netto: il pianeta extrasolare a 124 anni luce convince meno del sasso a 250 milioni di chilometri da qui.
Detto altrimenti: gli alieni esistono, ma probabilmente non da dove pensavamo noi.
Cosa diceva il primo sondaggio sulla vita extraterrestre

Riassumendo, per chi arriva ora. Tra febbraio e giugno 2024, Peter Vickers (filosofo della scienza, Durham) e il suo gruppo hanno spedito un sondaggio a oltre 1.700 scienziati. Hanno risposto in 521 astrobiologi e 534 colleghi di altre discipline, tra cui biologi e fisici. La domanda era semplice: pensi che esista vita extraterrestre da qualche parte nell’universo? Le risposte arrivavano in tre scaglioni: vita “di base” (microbi e simili), vita complessa (organismi multicellulari), vita intelligente (qualcuno con cui parlare, eventualmente).
I numeri li avete già sentiti. Per la vita extraterrestre base: 86,6% degli astrobiologi d’accordo, 88,4% degli altri scienziati: per la vita complessa: 67,4%. Per quella intelligente: 58,2%. Tre cifre che hanno fatto il giro del mondo, soprattutto perché contraddicono l’idea che lo scienziato medio sia uno scettico professionale in camice. La realtà è più sfumata: lo scienziato medio sui temi astrobiologici è ragionevolmente convinto, ma solo perché il calcolo torna. Cento miliardi di galassie, miliardi di pianeti potenzialmente abitabili per ciascuna, abiogenesi che sulla Terra è successa una volta almeno (siamo qui per dirlo). Probabilità zero diventa difficile da sostenere. Probabilità non-zero, moltiplicata per numeri grandi, diventa “molto probabile”.
C’è però un dettaglio che nessuno cita mai. Lo stesso Vickers, nel paper del gennaio 2025, suggeriva che l’86,6% si poteva leggere in un altro modo: se è quasi matematicamente certo che la vita sia ovunque, perché il 13% degli astrobiologi non è d’accordo o si astiene? Un dato che, da quel punto di vista, sembra un consenso sorprendentemente debole, non forte. Quel residuo di dubbio è esattamente il punto in cui la storia diventa interessante. Perché gli astrobiologi credono alla vita extraterrestre in astratto, ma quando devono giudicare i dati concreti diventano molto più cauti. E qui entra il paper appena uscito.
Scheda Studio
Pubblicazione: Vickers, P., Cowie, C., Hamilton, J., McMahon, S. & Mitchell Finnigan, S., “Comparing astrobiologists’ confidence in extraterrestrial life claims for K2-18 b and Cheyava Falls”, pubblicato su Nature Astronomy (5 giugno 2026). DOI: 10.1038/s41550-026-02876-9.
Studio precedente correlato: Vickers, P. et al., “Surveys of the scientific community on the existence of extraterrestrial life”, Nature Astronomy 9, 16-18 (gennaio 2025). DOI: 10.1038/s41550-024-02451-0.
Dati chiave: 86,6% degli astrobiologi ritiene esista vita extraterrestre base; 67,4% complessa; 58,2% intelligente (campione: 521 astrobiologi + 534 non astrobiologi, sondaggio febbraio-giugno 2024). Il follow-up del 2026 misura la fiducia su due casi specifici: K2-18b (annuncio aprile 2025) e Cheyava Falls (annuncio settembre 2025). Verdetto: gli astrobiologi sono significativamente più persuasi dall’evidenza marziana che da quella esoplanetaria.
Sasso marziano batte esopianeta: cosa è successo nel 2025
Per capire il nuovo paper bisogna ricordare l’anno scorso. Aprile 2025: l’astronomo Nikku Madhusudhan di Cambridge annuncia di aver trovato nelle atmosfere di K2-18b tracce di dimetilsolfuro (DMS) e dimetildisolfuro (DMDS), molecole che sulla Terra produce praticamente solo la vita biologica, in particolare il plancton. Settembre 2025: il rover Perseverance della NASA pubblica su Nature l’analisi della roccia Cheyava Falls, nel cratere Jezero su Marte, con quelle macchie a “pelle di leopardo” ricche di ferro e fosfato, accompagnate da composti organici. In entrambi i casi, comunicati stampa entusiasti, titoli da “siamo a un passo dall’annuncio del secolo”, e immediato controfuoco scettico dalla comunità scientifica.
Vickers e colleghi a quel punto hanno fatto la cosa più ovvia che mai nessuno aveva fatto: sono tornati dagli astrobiologi e hanno chiesto, caso per caso, quanto ci credevano davvero. La risposta è stata che il sasso marziano se la cava molto meglio della firma chimica esoplanetaria. Gli astrobiologi vedono i dati di Perseverance come più solidi, più riproducibili, più difficili da spiegare con processi non biologici. K2-18b al contrario soffre del problema classico delle osservazioni JWST: il segnale è debole, alcune detezioni successive non hanno confermato il primo studio, e la chimica abiotica può produrre DMS in condizioni esotiche che non si possono escludere. Tradotto: il telescopio spaziale più potente mai costruito è bravissimo a vedere atmosfere, ma non abbastanza per chiudere il discorso a 124 anni luce di distanza.
Il dettaglio è che la roccia di Cheyava Falls Perseverance l’ha già carotata: il campione sta dentro la sua pancia, pronto per essere riportato sulla Terra. Quando? Negli anni Trenta, missione Mars Sample Return, NASA-ESA, ammesso che il budget regga (Trump ha messo in dubbio la missione almeno due volte). Quindi siamo nella situazione paradossale per cui la prova più convincente che abbiamo trovato della vita extraterrestre sta in un cassetto a 250 milioni di chilometri di distanza, e per leggerla bisogna aspettare dieci anni. Mi chiedo se Ken Farley, il project scientist di Perseverance, abbia mai dormito una notte intera dal 21 luglio 2024.
Perché gli esperti sono ottimisti sull’astratto e cauti sul concreto
C’è una lezione metodologica nel doppio sondaggio Vickers, ed è anche la cosa più utile da portare a casa. Quando si chiede a uno scienziato “esiste vita extraterrestre in generale?”, la risposta dipende dalla matematica delle probabilità: tanti pianeti, tante chance, abiogenesi non infinitamente rara, ergo sì. Quando però si chiede “questo specifico segnale è prova di vita?”, entra in gioco un altro animale: il bayesianesimo applicato, l’analisi del rumore strumentale, la considerazione delle alternative abiotiche, il ricordo di tutte le false partenze. Da Schiaparelli che vedeva i canali su Marte a David McKay che nel 1996 annunciò microfossili nel meteorite ALH84001 (poi smontati per via di processi geologici, anche se il dibattito non si è mai chiuso del tutto).
La comunità degli astrobiologi ha imparato la lezione. Crede all’esistenza della vita aliena come categoria, perché il calcolo lo impone. Ma applica un filtro spietato a ogni singola scoperta concreta. Ed è esattamente questo doppio standard, apparentemente contraddittorio, a rendere il loro consenso interessante: non è un “ci credono e basta”, è “ci credono ma chiedono prove altissime”. Il che, francamente, è il modo migliore di stare al mondo per uno scienziato.
Vale la pena guardare anche il dato sull’intelligenza extraterrestre, quel 58,2% che fa sempre fatica a salire. È la cifra più bassa delle tre, e ha senso: passare da “vita base” a “vita intelligente capace di tecnologia rilevabile” richiede una serie di salti evolutivi di cui non sappiamo bene la probabilità. Sulla Terra è successo una volta sola in 3,8 miliardi di anni di vita microbica, e per la maggior parte di quel tempo non ne abbiamo avuto bisogno per niente. Pascal Lee del SETI, in un’intervista che abbiamo riportato l’anno scorso, si spingeva a dire che nella nostra galassia potremmo essere soli, almeno per quanto riguarda la versione tecnologicamente avanzata. Una possibilità che molti suoi colleghi trovano scomoda, perché chiuderebbe SETI come progetto.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 8-15 anni per una conferma forte, decenni o mai per qualcosa di più.
Lo scenario più realistico per un annuncio scientificamente solido di vita extraterrestre è la missione Mars Sample Return, slittata oltre il 2035 nella versione attuale: il campione di Cheyava Falls arriva sulla Terra, viene analizzato con strumenti che su Marte non sono andati (microscopia ad alta risoluzione, spettrometria isotopica di precisione, analisi DNA-RNA-like se applicabili), e per la prima volta abbiamo materiale fisico extra-terrestre da spremere senza limiti.
Su K2-18b non c’è modo di prendere un campione: serviranno decine di osservazioni JWST aggiuntive (il tempo telescopio è centellinato) o la prossima generazione di telescopi terrestri come l’ELT cileno (prima luce prevista 2028) per confermare o smontare la firma di DMS. Per il SETI radio, la timeline resta quella di sempre: il primo segnale convincente potrebbe arrivare domani o tra mille anni, nessuna previsione affidabile è possibile. Chi beneficerà per primo della scoperta, ammesso che arrivi? Le agenzie spaziali che ci hanno messo soldi, la NASA in testa. Gli altri tutti dopo, in fila al telegiornale.
Cosa cambia per chi legge da fuori
Il valore vero di questi due paper di Durham non è il numero che fa titolo. È che hanno trasformato un dibattito da chiacchiera da bar (che, ribadisco, è uno dei miei posti preferiti) in materiale empirico. Oggi sappiamo, con cifre alla mano, che la vita extraterrestre è un’aspettativa diffusa nella comunità scientifica, e che quella stessa comunità ha sviluppato un sistema di filtri interno per distinguere le scoperte vere da quelle che sembrano. È esattamente il contrario dell’immagine, ancora diffusa, di una scienza divisa tra entusiasti irresponsabili e scettici professionali. La realtà è che gli astrobiologi sono entusiasti e scettici, contemporaneamente, e applicano l’uno o l’altro a seconda della scala della domanda. Cosa che, fra l’altro, dovremmo imparare a fare un po’ tutti.
Resta una considerazione finale sulla geografia della scoperta. Per anni la cultura pop ci ha venduto la vita extraterrestre come qualcosa che sarebbe arrivato dall’esterno, una flotta in Independence Day, un segnale in Arrival, qualcosa di drammatico e in alta definizione. Invece, se gli astrobiologi hanno ragione (e i loro stessi sondaggi suggeriscono che ce l’hanno, in media), la scoperta arriverà nel modo più anti-cinematografico possibile: un campione carotato nel 2024, riportato a casa nel 2036, analizzato in un laboratorio del Texas o del Surrey nel 2037, con un comunicato stampa del giovedì pomeriggio. Qualche minuto di telegiornale, qualche settimana di prime pagine, poi si torna a chiedersi se il primo contatto sarà un saluto o un addio.
Houston, abbiamo un microbo. Tredici miliardi di anni di universo per arrivare a questo. Va benissimo così.