Un bambino svedese torna in classe a settembre e trova qualcosa di strano sul banco: dove sono gli schermi? Non c’è più il tablet: al suo posto un oggetto rettangolare con le pagine che si girano, una cosa che probabilmente ha visto fare ai nonni. È un libro. Di carta, con la copertina rigida e quell’odore che sa di colla e cellulosa.
Il governo di Stoccolma ha deciso che era ora di restituire alle scuole qualcosa che gli era stato tolto quasi senza che nessuno se ne accorgesse: la lentezza necessaria a capire quello che si legge.
La scommessa da 130 milioni
La Svezia, uno dei paesi più digitalizzati del pianeta, ha investito 83 milioni di dollari solo nel 2025 per comprare manuali scolastici e guide per gli insegnanti, più altri 54 milioni in libri di carta di narrativa e saggistica da distribuire agli studenti. L’obiettivo dichiarato è che ogni alunno abbia un libro di carta fisico per ogni materia. In parallelo, le scuole stanno diventando zone libere da smartphone.
La ministra dell’Istruzione Lotta Edholm non ha usato mezze misure: ha ammesso che il paese aveva spinto troppo sul digitale, troppo presto. Le indagini PIRLS mostravano un calo dei punteggi di lettura tra il 2016 e il 2021, e il Karolinska Institutet (lo stesso che seleziona i Nobel per la Medicina) aveva messo nero su bianco che gli strumenti digitali compromettevano l’apprendimento anziché migliorarlo. La ricercatrice Linda Fälth, della Linnaeus University, ha parlato di una “rivalutazione culturale”: la Svezia si era posizionata come capofila dell’educazione digitale, ma nel frattempo si erano erosi i fondamentali della lettura profonda e della scrittura a mano.
Negli USA direzione opposta
Dall’altra parte dell’Atlantico il panorama è diverso, quasi speculare. Nel 2024 gli Stati Uniti hanno speso 30 miliardi di dollari in tecnologia educativa (dieci volte di più che in libri di testo) e il 90% dei distretti scolastici fornisce dispositivi individuali a ogni studente dalle medie in su. Il neuroscienziato Jared Cooney Horvath è stato piuttosto netto davanti al Senato americano: la Generazione Z, cresciuta con tablet e schermi, è la prima generazione nella storia moderna a ottenere punteggi cognitivi inferiori a quelli dei propri genitori. Un dato che dovrebbe far riflettere più di qualsiasi slide motivazionale sulla “innovazione digitale”.
E l’Italia? Corre nella direzione sbagliata (forse)
Nel frattempo, il nostro paese accelera sull’asse “americano”. Il Piano Scuola 4.0, finanziato con 2,1 miliardi dal PNRR, punta a trasformare 100.000 aule tradizionali in “ambienti innovativi di apprendimento” dotati di tablet, notebook e lavagne interattive. Il rapporto tra alunni e dispositivi è passato da 8,9 nel 2014 a 4 nel 2021. La Carta del Docente 2025/26 prevede 270 milioni aggiuntivi per fornire PC e tablet in comodato d’uso agli insegnanti. Si comprano schermi, insomma, mentre Stoccolma compra libri di carta.
Certo, il caso italiano è particolare: noi dobbiamo recuperare terreno, abbiamo perfino le aule di informatica spesso carenti, e male non fa modernizzare un po’, ma c’è un dettaglio da considerare: secondo un’inchiesta recente, in molti istituti italiani le attrezzature digitali acquistate con i fondi PNRR giacciono ancora negli imballaggi perché nessuno ha formato il personale per usarle. Visori VR sigillati, stampanti 3D mai accese. Un problema che la Svezia ha risolto in un modo piuttosto radicale: togliendo dalla scatola qualcosa che non richiede un corso di aggiornamento per funzionare.
Il punto non è la nostalgia
Sarebbe facile leggere questa storia come un trionfo dei luddisti, la rivincita della carta sullo schermo, la prova che si stava meglio quando si stava peggio. La realtà è più sfumata, e onestamente più interessante. La Svezia non sta eliminando il digitale dalle scuole: sta ridefinendo il momento in cui ha senso introdurlo. C’è molta differenza, attenzione.
Prima le basi: leggere su carta, scrivere a mano, sviluppare attenzione sostenuta. Poi gli strumenti digitali. Non si costruisce il terrazzo senza aver fatto prima fondamenta e primo piano.
Gli studi sulla differenza tra lettura su carta e su schermo convergono su un punto che nessuno contesta seriamente: quando il testo supera le 500 parole e richiede comprensione profonda, la carta funziona meglio. I lettori digitali tendono a sovrastimare quanto hanno capito, leggono più velocemente ma trattengono meno, e adottano quella che i ricercatori chiamano “lettura a F” (occhi che scivolano sulla parte iniziale, saltano al centro, atterrano in fondo). Una lettura da social, applicata ai manuali di storia.
Insomma: la Svezia, il paese di Spotify e Skype, ha capito che il futuro dell’istruzione passa anche da una tecnologia di seicento anni fa. Non si è chiesta “carta o schermo?”, ma “quando e per chi?”. Alcune scuole stanno già sperimentando quaderni ibridi (si scrive con la penna su carta digitale che converte gli appunti in testo modificabile). Dispositivi come il mio amato Remarkable, per intenderci. In questo modo si tengono insieme i benefici neurali della scrittura a mano con la praticità del digitale, senza dover scegliere una trincea.
Per l’Italia, che sta ancora spacchettando i tablet dal cellophane, potrebbe essere il caso di prendere appunti.
Magari su carta.