Nel 2026 le riserve di oro detenute dalle banche centrali di tutto il mondo hanno superato, per valore, i titoli del Tesoro americano in mano a investitori stranieri. Quasi 4.000 miliardi di dollari in lingotti contro circa 3.900 miliardi in Treasury: non accadeva dal 1996.
Dietro questa soglia c’è un accumulo sistematico che dura da anni, accelerato da tensioni geopolitiche, inflazione persistente e un debito pubblico USA che ha superato i 38.000 miliardi. Il sorpasso, lungi dall’essere solo un segnale tecnico, è il termometro di una fiducia che si sposta.
Chi compra riserve di oro (e perché non smette)
Le banche centrali dei paesi emergenti guidano la corsa. La Cina ha raggiunto il quindicesimo mese consecutivo di acquisti netti, portando l’oro al 10% delle sue riserve totali (che si confronta con il 74% medio di USA, Germania, Francia e Italia). India, Turchia e Qatar compaiono regolarmente tra i maggiori acquirenti. Nel 2025 gli acquisti ufficiali hanno superato le 1.100 tonnellate, più del doppio della media del decennio precedente.
I dati del World Gold Council per i primi due mesi del 2026 mostrano un rallentamento (25 tonnellate contro le 50 dello stesso periodo 2025), ma il quadro strutturale non cambia: il 95% dei banchieri centrali intervistati si aspetta un ulteriore aumento delle riserve di oro nei prossimi anni.
I numeri del sorpasso
- Riserve di oro globali: circa 36.000-37.000 tonnellate, pari al 25-27% delle riserve ufficiali mondiali
- Valore complessivo: quasi 4.000 miliardi di dollari
- Treasury USA in mano estera: circa 3.900 miliardi
- Oro nel 2025: rialzo di circa il 65-70%, chiusura d’anno intorno ai 4.300 $/oncia
- Picco gennaio 2026: circa 5.600 $/oncia, poi correzione verso area 4.400-4.500
Il problema non è l’oro, è il debito
Ecco, il punto è questo: le riserve di oro non crescono perché qualcuno ha riscoperto una passione vintage per i lingotti. Crescono perché l’alternativa (cioè una specie di amico che ti chiede sempre soldi promettendo di restituirli) sta diventando meno credibile. Il debito pubblico americano ha superato i 38.000 miliardi di dollari. Il congelamento delle riserve russe nel 2022 ha dimostrato che i Treasury possono diventare un’arma politica. E quando il tuo bene rifugio rischia di essere usato contro di te, cambi bene rifugio.
Marc Seidner, CIO di PIMCO, conferma che le banche centrali oggi detengono complessivamente più oro che Treasury USA: un livello di riserve di oro paragonabile a quello del 1965, quando il dollaro era ancora convertibile in metallo prezioso. La differenza è che nel 1965 era un obbligo. Oggi è una scelta.
Una rivolta senza bandiere
Nessuno l’ha dichiarata ufficialmente, ma la dedollarizzazione è in corso. Il sistema di pagamenti BRICS (il CIPS cinese) opera già in 185 paesi e nel 2024 ha processato transazioni per 175.000 miliardi di yuan. Kenya, Angola ed Etiopia convertono i debiti da dollari a yuan. L’Indonesia ha emesso obbligazioni in yuan con una domanda tripla rispetto all’offerta. Persino la Corea del Sud (alleata storica di Washington) ha firmato un accordo di swap valutario da 49 miliardi con Pechino.
Le riserve di oro sono il capitolo più visibile di questa storia, ma non l’unico. Come ha scritto l’economista Nenner su queste pagine, il declino del dollaro potrebbe innescare una reazione a catena: più paesi abbandonano la valuta americana, più il suo valore cala, e più altri paesi sono incentivati a fare lo stesso. Un circolo vizioso con i lingotti al centro.
Riserve di oro: e adesso?
Il dollaro resta la valuta di riserva dominante (tra il 45% e il 58% delle riserve valutarie mondiali, a seconda dei metodi di calcolo). Le riserve di oro non l’hanno ancora detronizzato: gli hanno tolto il trono dei bond, che è diverso. I Treasury restano insuperabili per liquidità e profondità di mercato. Ma quando le previsioni delle principali banche d’investimento parlano di un oro a 5.000 dollari l’oncia entro fine anno, e i fattori che hanno alimentato la corsa (tensioni in Medio Oriente, debito USA, frammentazione geopolitica) non sono stati risolti, la direzione è abbastanza chiara.
Molti paesi emergenti detengono ancora meno del 10% delle proprie riserve in oro. Se continuano a diversificare, il flusso di capitali verso il metallo potrebbe restare sostenuto per anni. L’oro non paga cedole, non offre rendimenti e non ha un servizio clienti. Ma ha un vantaggio che nel 2026 vale più di qualsiasi interesse: non è il debito di nessuno.