Lo studio è uscito su Nature pochi giorni fa e ribalta uno dei numeri più citati della letteratura climatica. Per anni si è detto che l’Amazzonia avrebbe retto fino a 3,7-4°C di riscaldamento globale prima di trasformarsi in savana. Il team del Potsdam Institute, guidato da Nico Wunderling, ha rifatto i conti tenendo dentro la deforestazione. Risultato: se taglio e clima procedono insieme, la soglia scende a 1,5-1,9°C. Il punto in cui due terzi della foresta pluviale potrebbero degradarsi è quasi sotto i nostri piedi. Dato che ne abbiamo già perso il 17-18%, mancano pochi punti percentuali al limite indicato dai modelli.
La pioggia se la fa la foresta, finché c’è la foresta
Gli alberi dell’Amazzonia non si limitano a ricevere pioggia: la producono. Le foglie rilasciano vapore acqueo, l’umidità sale, si condensa e ricade più in là: per chilometri e chilometri. Fino al 50% dell’acqua che bagna il bacino è acqua riciclata dalla vegetazione. Se tagli un albero su quattro, questo sistema rallenta: l’aria si secca, e anche le zone risparmiate dalla motosega cominciano a soffrire la sete. Lo chiamano effetto a cascata, e questo nuovo studio lo quantifica. Quando interrompi il trasporto di umidità in un punto, perdono forza anche zone che si trovano centinaia o migliaia di chilometri più in là.
Cosa cambia rispetto ai modelli precedenti
I modelli usati finora trattavano deforestazione dell’Amazzonia e riscaldamento come due variabili che si sommano. Lo studio del Potsdam le tratta come due variabili che si moltiplicano. La differenza non è retorica: con il 22-28% di foresta perduta, due terzi del bioma rischiano di scivolare a savana già fra 1,5 e 1,9°C di riscaldamento. Senza ulteriore deforestazione, lo stesso scivolamento richiederebbe 3,7-4°C.
C’è un altro studio, uscito su PNAS a fine 2025, che indicava una soglia di 2,3°C: stessa direzione, conferma indipendente. Il quadro converge: gli alberi che cadono accorciano i tempi del clima, e il clima accorcia i tempi degli alberi che restano in piedi. Una pressione che la foresta sta già subendo, e che secondo altri studi recenti la sta spingendo verso uno stato climatico mai visto in dieci milioni di anni.
Scheda Studio
Pubblicazione: Wunderling N., Sakschewski B., Rockström J., Flores B., Hirota M., Staal A., “Deforestation-induced drying lowers Amazon climate threshold”, pubblicato su Nature (2026). DOI: 10.1038/s41586-026-10456-0.
Dati chiave: con il 22-28% di Amazzonia deforestata, due terzi del bioma rischiano la transizione a savana fra 1,5 e 1,9°C di riscaldamento globale. Soglia precedente (senza ulteriore taglio): 3,7-4°C. Deforestazione attuale: 17-18%. Quota di pioggia generata internamente dalla foresta stessa: fino al 50%.
Il punto a cui non vogliamo arrivare
L’Accordo di Parigi punta a stare sotto 1,5°C, e la traiettoria attuale ci porta sopra. Detto altrimenti: anche se la deforestazione si fermasse domattina, il riscaldamento previsto è già abbastanza per stare nella forchetta che lo studio identifica come critica. Aggiungerci 4-10 punti percentuali di taglio in più, cosa che il governo brasiliano sta cercando di evitare con risultati alterni, significa avvicinare il bioma alla soglia di non ritorno.
In un recente saggio su Nature Sustainability, Tim Lenton ha scritto che i tipping point funzionano anche al contrario: lupi che tornano, laghi che si ripuliscono, foreste che ricrescono. Il guaio è la scala. Riportare un parco nazionale in equilibrio richiede vent’anni. Riportare un bioma grande quanto l’Europa, dopo che ha varcato la soglia, richiede pressioni di rigenerazione enormemente superiori a quelle che lo hanno destabilizzato. In altri termini: si esce, ma non in tempi umani.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 15-30 anni per arrivare alla soglia, se nulla cambia. Recupero eventuale: incerto, probabilmente molto più di un secolo.
Lo studio non dice che l’Amazzonia diventerà savana domani: dice che la finestra per evitarlo si è ristretta molto. Servono due cose insieme, fermare la deforestazione e tagliare le emissioni in fretta, e nessuna delle due procede al ritmo che servirebbe.
La foresta amazzonica genera la propria pioggia da quando esiste: probabilmente smetterà di farlo prima che noi smettiamo di tagliarla.
Sarà una responsabilità nostra, e di nessun altro, quella di decidere quanto vicino vogliamo arrivare al punto in cui non c’è più niente da tagliare.