Una sonda da nove tonnellate lanciata a velocità ipersonica contro una roccia spaziale di cento metri, dieci anni prima dell’impatto previsto, può deviarne la traiettoria quel tanto che basta a salvare una città: la chiamano difesa planetaria. La stessa sonda, lanciata da una nazione contro un’altra roccia, può fare l’opposto: portare la roccia esattamente sopra quella città. Ci credevate?
“Se hai la capacità di deflettere un asteroide in modo che ti manchi di poco, hai anche la capacità di farne uno che colpisca proprio dove vuoi”, scrisse Carl Sagan nei primi anni Novanta, quando di queste cose si parlava ancora poco. Nel 2026 i pezzi della prima parte ci sono quasi tutti: quelli della seconda parte, anche.
Cosa sappiamo fare davvero in tema di difesa planetaria
Cominciamo dalle pessime idee. Far esplodere un asteroide con una bomba atomica, come in Armageddon, è una di quelle: i frammenti continuerebbero a viaggiare nella stessa direzione e alla stessa velocità, e invece di un impatto grosso ne avremmo cento più piccoli. Questo non impedì a Edward Teller, il padre della bomba H, di proporlo (un tizio che non fa danni, a quanto pare).
Le tecniche che reggono, invece, sono altre. Nel settembre 2022 la NASA ha colpito intenzionalmente Dimorphos con la sonda DART e ne ha cambiato l’orbita: il primo test riuscito di sempre, come ci dicemmo all’epoca. Da lì in poi è tutta ingegneria. HAMMER, un ariete celeste da nove tonnellate progettato al Lawrence Livermore, basterebbe a deviare un oggetto da cento metri se lo intercetti dieci anni prima. Per qualcosa di più grosso, ne lanci venti. Costa caro, ma se ne va di mezzo una città il prezzo passa in secondo piano.
Per chi preferisce le maniere soft, ci sono soluzioni meno hollywoodiane. Si può piazzare un motore razzo sulla superficie dell’asteroide e dargli una spinta lenta per anni, usando il ghiaccio dell’asteroide stesso come carburante. Si può puntare addosso all’asteroide un fascio di laser finché un pezzo di superficie evapora e produce una piccola spinta nell’altro verso. Lo si può verniciare, alterando il modo in cui rimbalza la luce del sole.
Oppure gli si avvicina il gravity tractor di Ed Lu: una sonda pesante che gli vola di fianco per anni e lo tira piano piano fuori rotta solo con la propria gravità, senza nemmeno sfiorarlo. Dai, con la teoria e un po’ di pratica ci siamo già. Ma abbiamo anche dei difetti.
Cosa non sappiamo ancora fare
Gli asteroidi giganti, quelli grossi chilometri, li abbiamo quasi tutti mappati: la buona notizia è che siamo a posto almeno per i prossimi 1000 anni, perché nessuno di loro è sulla nostra rotta. La cattiva notizia è che provare a deviare un oggetto di sei chilometri come quello che si prese i dinosauri (ma forse erano due) è come fermare un camion lanciato a piena velocità tirandogli palline da ping pong.
In mezzo, come un sandwich indigesto, c’è il problema più “urgente”. Gli asteroidi medi, quelli da cento metri a mezzo chilometro, sono davvero parecchi, e sono capaci di cancellare una nazione media. Di questi ne abbiamo trovati pochi: in un pezzo di febbraio raccontavo che 15.000 oggetti capaci di distruggere una città girano là fuori senza che sappiamo dove. E sotto i cinquanta metri non vediamo nulla: il bolide largo un metro e mezzo che il 30 maggio è esploso sopra Cape Cod Bay, negli USA, aveva la forza di 230 tonnellate di tritolo, e lo abbiamo intercettato solo perché ha fatto scattare un rilevatore di fulmini satellitare.

Pochi giorni dopo, un altro evento ha visto piovere meteoriti sopra Houston, con un frammento che ha sfondato un tetto. La American Meteor Society parla di anomalia: i primi mesi del 2026 hanno avuto più “fireball” della media. Ci dobbiamo preoccupare? Io dico di no. E comunque, meglio ragionare in modo più speculativo. Torno alla questione sollevata da Sagan.
Il problema che Carl Sagan vide e che oggi torna
La tecnologia per spostare un asteroide in modo controllato è la stessa per piazzarlo dove vuoi. Sagan lo disse in tempi non sospetti e in trent’anni nessuno ha trovato una risposta seria: suppongo non sia una conversazione comoda.
Banalmente: arriva un piccolo asteroide e minaccia Dallas. Mosca e Pechino pagano la missione? Gli americani pagherebbero per salvare Chengdu? L’Europa lo farebbe per Harare? E se una sola potenza ha il sistema operativo, chi controlla che lo si usi nel verso giusto? Sono le domande in cima all’agenda del comitato ONU.
La risposta, per ora, non c’è. Tre sonde punteranno su Apophis nel 2029: la tecnica si raffinerà, ma in questo mondo diviso come non mai la cornice internazionale resta vuota.
I tempi reali, fra ingegneria e diplomazia
Orizzonte stimato per una difesa planetaria operativa contro un asteroide medio: servono dai 10 ai 20 anni con il preavviso giusto, mai se entra dall’angolo cieco del Sole.
Quello che manca, almeno per ora, sono i miliardi della missione e una catena di comando internazionale che oggi non c’è.
Comunque vada, il primo asteroide pericoloso vero sarà un problema politico prima ancora che astronomico. Quando DART colpì Dimorphos sembrava aprire un’era della difesa planetaria. E l’ha aperta, per carità, ma non sta andando proprio tutto come credevamo.
Nonostante tutto, se “tifate asteroide” per il film dal vivo rimarrete delusi, perché sicuramente arriverà prima la riunione ONU. Vero?