In un capannone alla periferia di Friburgo, in Svizzera, una macchina che si chiama Bcomp tesse fibra di lino come se fosse cotone. Le fibre arrivano filate da contadini europei e finiscono dentro pannelli che andranno a rivestire i sedili delle auto. Bettina Buser, studentessa al diploma in design tessile del futuro alla Scuola di Lucerna, è andata a lavorare lì per il suo progetto, uno degli otto presentati questa settimana nella vetrina della Lucerne School of Design, Film and Art.
A vederli tutti in fila, viene da chiedersi cosa sappia ancora una scuola di design tessile che il resto del mondo sembra avere dimenticato. La risposta, leggendo le schede una dopo l’altra, ha a che fare col tempo. Col tempo che si concede a un materiale prima di farlo diventare qualcosa, e con una certa fantasia sentimentale capace di proiettare nel “futuro” anche il sapore delle cose buone ed in qualche modo eterne che ci ostiniamo a definire “passato”.
Lino al posto del petrolio nei sedili
Il lavoro della Buser si chiama Weavings in Motion, e nasce per un problema concreto dell’industria automobilistica europea: trovare un’alternativa ai compositi a base fossile dentro l’abitacolo. Bcomp è un’azienda di Friburgo che produce rinforzi tessili in lino, e da qualche anno fornisce marchi come Porsche e Volvo per parti strutturali leggere. Il lino pesa meno della fibra di vetro a parità di rigidezza, e non viene dal petrolio.
Buser ha sviluppato tre filoni per target diversi: linea sobria per chi compra l’auto come gesto ambientale, linea colorata per le utilitarie, linea elaborata per il segmento alto. L’auto del prossimo decennio, dentro, somiglierà sempre meno alla plastica patinata degli anni Duemila, e sempre più a un tessuto vero. Una storia che FP raccontava già nel 2024 con Rethread Africa e le foglie di ananas.
Tessuti che servono a sentire
Il progetto di Nina Ronja Bundi si chiama Fingerspitzengefühl, una parola tedesca difficile da rendere in italiano: è più o meno “la sensibilità che hai nei polpastrelli quando capisci qualcosa senza saperlo spiegare”. Si, lo so, non è un concetto immediato.
Ad ogni modo, Bundi ha cucito oggetti tessili in fibre naturali tinte con colori vegetali: un tappeto, un oggetto morbido modellabile su cui si schiaccia per dire come ci si sente quando le parole non bastano. In generale, piccoli oggetti da portarsi addosso fatti di accostamenti opposti: caldo e freddo, ruvido e liscio.
Suona vagamente new age, ma il riferimento dichiarato è l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 3 dell’ONU, quello su salute e benessere. Qui il design tessile smette di essere superficie e diventa una specie di protesi affettiva. Mi chiedo se conti più di quanto sembri, in un’epoca che ha automatizzato anche la cura.
Il folklore svizzero, riusato
Tre dei diplomi della Scuola di Lucerna lavorano sui costumi tradizionali svizzeri. Myra Theresa Hauser recupera pezzi di abiti popolari dismessi e li ricuce dentro outfit che stanno fra tradizione e corpo presente.
Joya Gisèle Blarer riusa elementi del costume folkloristico per raccontare in chiave femminista le figure femminili delle leggende cantonali, quelle ridotte a streghe nei racconti per bambini.
Sarahi Singh esplora materiali di scarto con tecniche artigianali antiche, mirando alla haute couture. La linea che tiene insieme i tre lavori è l’idea che un materiale già esistente porti dentro storie, e che il mestiere del designer sia tirarle fuori invece di coprirle. Una posizione coraggiosa per una scuola che diploma nel 2026: controcorrente rispetto al fast fashion, e anche rispetto alle tecniche “miracolose” che vi abbiamo raccontato a febbraio con la fibra ispirata al pelo dell’orso polare.
Il design tessile come gesto sociale
Il progetto di Alva Tosca Jeker, Weaving Conversations, esce dalla logica dell’oggetto. Jeker organizza incontri di tessitura in luoghi diversi, ogni volta in un quartiere nuovo. Le persone arrivano senza esperienza, imparano insieme, e il risultato dell’incontro finisce in un archivio digitale aperto.
Il tessuto fisico che ne esce è quasi un alibi: il vero “pezzo”, dice Jeker, è il tempo passato insieme a un telaio. Completano il quadro Anja Rüssli, con entFalten, che lavora la maglia con la plissettatura per renderla tridimensionale (lo vedete nell’immagine di copertina), e Chloé Maître, con Un Cocon Pour La Soie, una meditazione sull’attenzione lenta attorno alla seta.
La vetrina di Lucerna in breve
Scuola: Lucerne School of Design, Film and Art, Bachelor in Textile Design. Vetrina: pubblicata da Dezeen il 27 giugno 2026 nella sezione School Shows.
Otto persone giovani, ognuna libera di scegliere il suo angolo, e nessuna che ha scelto l’AI generativa applicata al pattern, le stampanti tessili rapide o le superfici programmabili. Tutte si sono messe davanti a fibre vere, e hanno chiesto loro qualcosa di diverso da quello che il mercato chiede di solito.
Comunque, fra dieci anni, quando guideremo auto che assomigliano a salotti, qualcuno di noi si ricorderà che il design tessile del futuro è passato anche di qui, da una scuola in Svizzera dove otto ragazze hanno preferito “ascoltare” il lino.